
“Una questione di famiglia” di Claire Lynch – traduzione di Velia Februari (Fazi)
Un libro che tratta di madri e di padri e di una bambina, affidata in via esclusiva al padre e privata della possibilità di avere contatti con la madre.

Un libro che tratta di madri e di padri e di una bambina, affidata in via esclusiva al padre e privata della possibilità di avere contatti con la madre.

Una vicenda, tratta da una storia vera, che mostra come vivere da deboli e stranieri ponga l’individuo sempre in condizioni di inferiorità, anche quando è lui a subire violenza.

Il controllo che gli uomini credono di esercitare sul corpo di Charlotte lei lo esercita sulle loro menti, nelle loro oscurità di persone perbene, ragazzi disinvolti con le droghe o solerti e affettuosi padri di famiglia, pilastri della società.

In questa raccolta di cinque racconti viene messa in scena la profonda fragilità della vita umana e dei legami che apparentemente sembrano i più saldi.

Ogni personaggio mette in scena il suo dramma privato, che diventa ribellione collettiva, ricerca di una voce che non vuole più essere ridotta al silenzio. La protagonista, in un certo senso, è la voce di ogni ragazza, che non ci sta ad essere considerata inferiore, o invisibile, destinata a un ruolo subalterno.

Questo romanzo è una sorta di indagine dentro la faccia sonnolenta e menzognera del Grande Sogno Americano, che mostra la sua fallacia immensa, dove a emergere dal fango è il legame silenzioso di otto ragazze, che partecipano a un torneo di boxe a Reno nel Nevada.

“La poesia è la mia coccola dell’anima, un tentativo di narrare in maniera veloce, a tratti sincopata, il mondo che mi nasce dentro e che a volte mi frana addosso. Con la poesia catturo la sensazione appena la sento”.

Storie intense, per lo più di persone in transizione, alle prese con le difficoltà di corpi in evoluzione, cicatrici e sfregi di cui prendersi cura, bisogno di sguardi affettuosi, ambivalenza persino nei radicati orientamenti sessuali.

La pelle può essere un cartello di vietato l’accesso o di benvenuto, ma siamo noi a scegliere quello che fanno i nostri corpi, le nostre menti. Non siamo vittime, non siamo esuli, o prigioniere all’interno della nostra stessa pelle.

Storia di Nila e del suo lacerante conflitto tra cercare di sopravvivere nella sua comunità afgana di riferimento e il bisogno di sentirsi integrata nella società tedesca.

Questo romanzo à una metafora e un racconto dell’amore, della solitudine e del perdono, sul senso della maternità come condanna o dono, e soprattutto di una queerness che dev’essere accettata, perché semplicemente è quello che si è.

In un gruppo di amici, scompare una ragazza, Kala, e questo rompe l’equilibrio che li tiene insieme. Ognuno deve cercare di convivere con un’assenza di cui si sente responsabile, perché a lei non è stato dato l’abbraccio o lo sguardo solidale, che forse avrebbero cambiato qualcosa.