“L’inventario dei sogni” di Chimamanda Ngozi Adichie – traduzione di Giulia Boringhieri (Einaudi)

Una vicenda, tratta da una storia vera, che mostra come vivere da deboli e stranieri ponga l'individuo sempre in condizioni di inferiorità, anche quando è lui a subire violenza.

Quando guardiamo una persona, cosa vediamo per prima cosa? La sua storia incisa nel nome che pronuncia, il colore della pelle, la sua conoscenza di una o più lingue, le opinioni politiche? Spesso quello che guardiamo sono immagini che non corrispondono alla realtà, non sappiamo niente ma crediamo di conoscere, perché abbiamo bisogno di categorizzare. Siamo sempre prigionieri di bias cognitivi.

Questo libro ci racconta del grande cuore ferito dell’Africa, della ripresa economica della Nigeria dopo la guerra civile scatenata dalla richiesta di indipendenza del Biafra, delle lotte tra etnie, e delle caste, di cosa significhi essere neri africani e donne, rispetto agli afroamericani. Quattro donne, Chiamaka, Zikora, Omelogor, e Kadiatou, le prime tre legate da legami familiari e amicali, con storie simili e condivise, mentre Kadiatou è la collaboratrice domestica e persona di fiducia di Chiamaka, praticamente una persona di famiglia, che però non ha avuto una vita di privilegi come le altre tre.

Chiamaka detta Latteburro per la sua stretta di mano poco vigorosa, può permettersi di vivere di rendita in America, mantenuta dai cospicui donativi del padre nigeriano, e desidera affermarsi come scrittrice di viaggio. Infatti, programma viaggi e racconta in maniera arguta e divertente di quello che le succede durante i soggiorni turistici. Il suo cruccio è quello di non riuscire a tenersi un uomo abbastanza a lungo da procreare. Darnel, il primo che vediamo,  è un giovane professore afroamericano completamente anaffettivo, anche se parla di “semiotica delle emozioni”: è colpito dalla ricchezza di Chiamaka, ma ne è anche infastidito, perché non riesce a gestire il potere dei soldi della sua compagna, il suo senso di inferiorità. Dopo la disastrosa fine della storia con lui, Chia ne inizia un’altra, dapprima solo virtuale con un inglese, e solo dopo averlo visto di persona scopre che è sposato. Finalmente arriva un uomo che sembra perfetto, Chuka, comprensivo, ottimo amante e nigeriano dell’etnia giusta. Con lui sta bene ma non sente il trasporto giusto, l’innamoramento, la magia del camminare sollevata da terra e lo lascia tra le rimostranze familiari. Dopo arriva un olandese, bianco come il latte scremato, Luuk, che la tratta come se fosse un grazioso ornamento, un oggetto che soddisfi la sua vanità.

Zikora è avvocata, affermata e specializzata in diritto societario, e ha sempre dovuto sopportare il fatto di essere considerata meno importante del fratellastro. Per lei, nonostante la sua professione essere senza marito è vissuta come una diminuzione. Quando smette di usare precauzioni e rimane incinta si ritrova a fare la madre single, in un mondo competitivo e asfittico. Nella solitudine solo la madre saprà essere quel sostegno di cui ha bisogno.

Omelogor, cugina di Chiamaka, lavora in banca ed è vicina al potere statale e alla sua corruzione. Dopo aver suggerito modalità di accrescimento dei conti privati degli investitori, decide di cambiare vita e in segreto inizia a finanziare piccole imprese a fondo perduto gestite da donne. Lei non ha particolarmente bisogno di un uomo, le sue relazioni sono sempre simili a indigestioni, sommovimenti che durano pochi giorni o pochi mesi. Quello che non dice a nessuno è che è attratta dalle donne, ma neppure il suo potere economico può garantirle questo tipo di libertà. Quando decide di fare un dottorato basato sulla pornografia e sugli effetti che questa ha tra le relazioni tra i generi, allora si scontra con una forma particolare di razzismo tutto americano. La multietnicità sbandierata a tutti i costi è talmente manierata da lasciarla sconcertata, quando nessuno riesce a mostrarle simpatia per il racconto di torture inflitte durante la guerra civile. Le sue parole non sono riferite all’etnia giusta, e quello che viene messo in scena è la tracotante superbia americana di essere depositaria dell’unico modo possibile di vedere una realtà, che peraltro non conosce. Omelogor inizia a scrivere un blog dedicato agli uomini, in cui spiega le cose di cui le donne hanno bisogno, però improntate al recupero di una prospettiva maschile, o almeno questa è la sua dichiarazione d’intenti. Neanche questo basta a farla sentire accettata nella società multietnica americana, il suo punto di vista in quanto nera africana è distante dalla realtà che interessa ai suoi compagni di corso.  Questo affanno, questa difficoltà di intesa le rende chiaro che gli USA non sono l’orizzonte liberato di cui fantasticava.

Kadiatou è una giovane donna in fuga da una realtà di sopraffazione, arrivata negli USA grazie a un visto umanitario. Da ragazzina ha subito la mutilazione genitale che ha accettato come facente parte di un dovere imposto. Ha subito un matrimonio combinato e dopo la morte del giovane marito ha deciso di allevare la bambina lontano dalla famiglia di lui. Non ha mai imparato a leggere, e negli USA ritrova il suo primo amore. La sua piccola vita va avanti senza scosse quando subisce una violenza sessuale da parte di uno dei facoltosi clienti dell’albergo dove fa le pulizie. La denuncia alla responsabile che a sua volta fa intervenire la polizia, la coinvolge in una spirale performativa dove viene valutata la sua credibilità personale, tipo come è arrivata negli Stati Uniti e perché non ha detto che capiva l’inglese?

Questa vicenda, in particolare, tratta da una storia vera e ricostruita con grande maestria, mostra come essere deboli e stranieri ponga sempre in condizioni di inferiorità. C’è stata una violenza. Perché giudicare l’attendibilità non della storia ma della persona che accusa? Anche questa è una storia già accaduta milioni di volte, ma almeno, in questo romanzo, da questo sfacelo, accade una cosa piccola ma buona. L’unione emotiva e l’alleanza tra donne. Il momento empatico di fronte allo strabordante potere maschile, vessatorio, oltraggioso.

È un libro sull’essere donne e madri e figlie, e su quanto, essere insieme ci salvi dalla solitudine, dal dolore e dall’indifferenza.

 

“Luuk fece la faccia delusa quando mi venne a prendere all’aeroporto. -Però ti sta meglio il look africano, le treccine sono stupende e le cornrow, poi, sono le mie preferite.

Che sferzata di sicurezza possono dare le parole di un uomo. Ci viene detto che dobbiamo trovarla dentro di noi, e qualcuna, come Omelogor, ci riesce, ma il fatto di piacere a Luuk così com’ero accresceva la mia autostima. Portavo i tacchi alti e i vestiti che mi aveva regalato lui, scollati ma di buon gusto, e sorridevo quando qualcuno, incontrandoci per la prima volta, si stupiva perché non ero la persona che si sarebbero aspettate di vedere con lui. In ogni occasione sociale Luuk partiva lancia in resta per conquistare il mondo, la testa che svettava al di sopra della platea. «Le cornrow, poi, sono le mie preferite».

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Marilena Votta

Marilena Votta nasce a Napoli e trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci. Ha pubblicato le raccolte di racconti “Equilibri sospesi”, “La ragazza di miele e altre storie” (Progetto Cultura, 2016) e “Diastema” (Ensemble, 2020), e le raccolte di poesie “Estate” (Progetto Cultura, 2019) e “Quando sono nata ho smesso di essere aria” (Edizioni Progetto Cultura, 2025). Il suo racconto “Fratello maggiore fratello minore” è stato pubblicato nell’antologia “Roma-Tuscolana”. Alcuni suoi racconti sono disponibili su varie riviste on line e cartacee. Nell’ottobre 2021 pubblica il suo primo romanzo, “Stati di desiderio”, con D editore. Del suo rapporto con la scrittura asserisce, convinta, che è il suo posto nel mondo. Scrive recensioni di libri che ama per "Dentro la lampada", la rivista della scuola Genius.

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