Certe storie sono fatte per farti capire tutto alla fine o quasi, ti lanciano indizi, e tu ne resti colpita e ti fai domande. Solo nelle ultime pagine hai il quadro completo. Che chiaramente non svelerò. Quello che dico è che questa storia ha toccato il punto più fragile di me, la ragazzina di 15 anni che voleva disperatamente essere notata alle feste, quella che non sapeva abbastanza di come funzionava il suo corpo, e l’effetto che quel corpo poteva avere sugli uomini.
Charlotte vive in un piccolo paese dell’entroterra irlandese. Ha avuto una grossa perdita, la sorella maggiore Saoirse è morta. Conosciamo Saoirse dai flashback di Charlotte: di lei sappiamo che era protettiva con la sorella minore, che amava truccarsi e che sognava l’amore romantico. Una cosa tranquilla, persino stucchevole. E poi cosa è successo? Quello che accade è che Charlotte non è pronta al piacere che il suo corpo può darle, al piacere che i ragazzi vogliono da lei, senza conoscerla, a volte dicendo di amarla ma mai abbastanza. Vediamo Charlotte cresciuta e in lutto per la morte del primo ragazzo che ha baciato, universitaria di letteratura inglese a Dublino, e invischiata in una relazione tossica. O meglio la sua amica la definisce una relazione tossica, il modo in cui il suo ragazzo, Dave, vuole controllarla, i messaggi continui di buonanotte e buongiorno, le improvvisate che le fa per non farla partecipare alle feste. Il cuore di Charlotte è una stanza chiusa quando lui scompare tragicamente. Eppure, ha bisogno dell’attenzione di un uomo, di toccare qualcuno e di farsi toccare, perché solo attraverso quel contatto diventa reale, acquista consistenza. Uomini conosciuti su app, o un amico e coinquilino, un uomo sposato che le chiede di farle sentire i suoi amplessi con altri. Una lenta caduta nell’abiezione, così la percepisce lei, condannata dal senso di colpa cattolico che demonizza il piacere del sesso quando non è finalizzato alla procreazione. Attraverso il sesso Charlotte rivendica la sua libertà, il controllo che gli uomini credono di esercitare sul suo corpo lei lo esercita sulle loro menti, nelle loro oscurità di persone perbene, ragazzi disinvolti con le droghe o solerti e affettuosi padri di famiglia, pilastri della società. C’è una grazia abitata dai corpi, che parlano un linguaggio diverso dalle menti, un linguaggio duro, martellante, primitivo. Un linguaggio di cui non si può fare a meno.
Lei non ha paura quando si lascia divorare dalle loro bocche affamate, le gocce di saliva agli angoli, e l’unica cosa che la distrugge è l’innamoramento di un uomo che poi la lascia. Essere abbandonati dalla persona che ti fa sentire giusta e degna di stare al mondo ha l’effetto di farti perdere la connessione con il mondo. È come essere un esule singhiozzante, le ginocchia sbucciate, mentre chiedi la carità di uno spicciolo di attenzione a chi conosce la mappa dei tuoi nei e ora ti guarda come se fossi un pezzo di storia che non ricorda più. Diventi sgualcita, amareggiata, furiosa.
Diventi una vittima che forse non vuole essere una vittima. Perché le donne ovunque nel mondo vengono uccise in nome dell’amore e la narrazione che subiamo è spesso ridondante e imperfetta, ma adatta a un pubblico di uomini: un raptus, inspiegabile. Charlotte conosce ogni limite e lei stessa supera ogni decenza o pudore. Quello che vuole è riempire il buco dolorante al centro del corpo con altri corpi, qualcosa che le faccia dimenticare le sue perdite. E noi cosa vogliamo dal nostro corpo, che nel passato ci hanno insegnato a dimenticare, ignorare se non come ingombro fastidioso, cosa vogliamo ora nel XXI secolo?
Forse vogliamo solo davvero avere il sorriso di chi si apre per noi, e noi soltanto, il braccio gentile che ci tiene ancorate a terra, e sapere di aver trovato un senso in questo mondo disgregato.
“E non è che stia cercando di romanticizzarlo, questo crescere, questo viaggio puberale. Perché non è romantico, non è poetico. Non si tratta di provare reggiseni e di comici tentativi di depilarsi le gambe. Non si tratta di imparare a usare un assorbente o di scoprire come si fa a baciare. È molto più di questo, molto di più. Quei momenti che sono semplicemente rumore bianco, un ronzio elettrico in sottofondo, mentre il rumore vero, quello ruggente e ululante del diventare donna è tutto ciò che si riesce a sentire. Ed è crudo e brutale.
È l’abitare un corpo che ti ha disconosciuta.
È la gente che ti guarda aspettandosi cose da te.
È l’imparare come sanguinare, non una volta al mese, ma ogni singolo giorno. Sanguinare dal cuore fin dentro l’anima perché tutto fa male. Tutto si muove, si contorce e si rivolta dentro di te”.



