La tematica potente di questi cinque racconti è sicuramente la possibilità di sopravvivenza legata all’Amore, non solo come relazione di coppia, ma come possibilità di superare la soglia del dolore, del senso di solitudine e di morte, il bisogno che ha ogni essere umano di essere visto e compreso, anche solo per un attimo. Sono racconti dove tutto è svelato dalla voce delle protagoniste, che, anche nei momenti più difficili, non si sentono mai vittime, ma solo persone alle quali è capitato di subire la durezza della vita in una città dove le confidenze spesso sono ammantate di pudore, le parole rimangono bloccate tra la bocca e l’esofago, e dove l’inclemenza del clima ammanta di buio anche i percorsi emotivi.
Le protagoniste nascondono crepe, e a volte, come nel caso di Sara, anche deformità fisiche dovute alla violenza subita. Tutte loro devono confrontarsi con le aspettative della società che impone alle donne ruoli e confini.
I percorsi fisici attraverso le strade e i vicoli di Reykjavík fanno da contraltare al bisogno quasi materico di scrollarsi di dosso le vite precedenti, le ansie che le imprigionano e le bloccano. Quello che tutte mettono in scena è la profonda fragilità della vita umana e dei legami che apparentemente sembrano i più saldi.
Nel primo racconto la protagonista fa confronti tra la sua famiglia confusa e bohemien e quella più rigorosa del fidanzato, dove ognuno fa i regali per le feste comandate e si ricorda di compleanni e anniversari. In un nucleo in cui gli equilibri si sono rotti e dove alcune persone non si parlano sembra tutto più faticoso, ma allo stesso tempo più autentico, meno artefatto.
La protagonista del secondo racconto, Hildigunnur, è affascinata da un giovane missionario mormone, Austin, e crede di trovare nella sua limpida e incrollabile purezza il senso di ordine che le manca, nonostante sia radicata in una famiglia comprensiva con un marito e una figlia. Quando alla riunione religiosa incontra il suo primo amante, convertito a questa nuova setta, sente l’irrefrenabile voglia di respirare aria meno asfittica.
Johanna, la protagonista del racconto numero tre, è felicemente sposata ma non vuole figli, contrariamente al marito. Quando incontra lo zio più giovane della sua migliore amica, ex corrispondente durante la guerra di Bosnia, sente che le protezioni che ha imposto alla sua vita stanno per crollare. Quello che vede attraverso lo sguardo lucido e a tratti delirante di Kari è che ci sono persone che possono vivere in un modo alternativo e diverso da quello di alzarsi presto e andare al lavoro tutti i giorni. Kari la vede, vede le crepe che Johanna cerca di tenere insieme, per evitare che il suo stesso corpo si sparga in giro, disarticolato. E essere viste, anche solo per pochi attimi è già molto in questa vita. Anche se poi da quella vicinanza non se ricava molto, e si riprende a vivere come prima, magari diventando madre.
Sara ha avuto due figli in giovane età da due compagni violenti e ora desidera solo restare pura, intoccata. Quando inizia, in maniera quasi casuale, una relazione con una sua amica e collega di lavoro riflette sulla fallibilità delle relazioni umane, e sul conforto e la gioia che danno le piccole cose, come comprare un materasso insieme alla fidanzata.
L’ultimo racconto è uno spaccato non indulgente e non pietoso su due persone, padrone di casa e inquilina, che stanno per morire. Eppure, finchè non muori sei vivo, e sei un corpo che anche in sfacelo ha piacere e desiderio di essere toccato. Magga, malata di sclerosi multipla, trova una tregua insieme a Soti, un alcolista che però non fa false promesse, si limita ad accettare ogni giorno per come arriva.
La vita è davvero così in una colorata ma freddissima città del Nord, dove l’inverno artico inghiotte le speranze ma lascia accesa la possibilità di condividere il tempo che manca all’inizio della luce con la vicinanza, a volte fugace ma reale, di persone che sono scudo e spada contro le domande su quale sia davvero il senso del nostro stare al mondo.
“Nonostante la zoppia permanente, mi parve di fluttuare sul parquet del negozio. Non volevamo comprare nulla, solo guardare e prendere ispirazione, come disse Rannveig.
La mia gioia si diffondeva nell’atmosfera e attirava verso di noi i commessi da ogni angolo del magazzino: una signora con la gonna lunga e i capelli rossi e arruffati come quelli di Vivienne Westwood; un giovane sorridente dagli occhi azzurri, un’altra donna che però ci voltò le spalle quando si accorse che i colleghi l’avevano preceduta. «State cercando qualcosa in particolare ragazze?» chiese Vivienne.
Rannveig le sorrise e si sdraiò sul letto più vicino a noi. Appoggiò i piedi divaricati sull’involucro di plastica che lo ricopriva. Mi distesi al suo fianco. I due commessi erano lì accanto e nell’aria c’era una specie di allegria contagiosa. Non potevano sapere che la nostra relazione era – molto probabilmente – destinata a fallire. Come quasi tutte le relazioni. O forse in fondo lo sapevano – in fondo tutti sanno tutto.”



