Vite slabbrate dalle quali cola un filo vertiginoso di saliva, una mano ritratta non abituata a essere stretta con amore ma solo rifiutata. Questo è Natale, bambino e poi ragazzo e giovane adulto, figlio di una donna senza marito (single o forse vedova, comunque sola), nato per dovere e subito come una punizione dalla donna che l’ha messo al mondo. Nel minuscolo paesino di Poggio Berni, vicino e lontano rispetto all’Emilia-Romagna più solare, Natale consuma le sue giornate sperso tra lavoretti occasionali, i cremini al bar (sempre lo stesso, con le stesse persone chiuse a cerchio a parlare del mondo e delle persone) e i sogni erotici su Lady Diana, defunta ma viva per lui che la rievoca nelle sue furiose sessioni di autoerotismo.
Cosa resta di lui alla fine della giornata? Una rabbia frustrata, un senso di spreco e solitudine. Leggi questo breve romanzo e senti l’aria malarica e asfittica chiuderti la gola, i miasmi letargici di persone che vivono murate dentro i loro pregiudizi, le loro mancanze. Natale dalla mamma ha preso botte in testa e insulti, eppure quando lei muore gli lascia in bocca il sapore acido delle cose non dette, un retrogusto come di cibo andato a male. Non ha davvero amici Natale, solo bulletti con i quali si accompagna, e che lo prendono in giro per le sue strane mossette aggraziate nel non voler calpestare l’erba, e lo scherniscono quando, a un certo punto, è evidente persino a lui, che gli interessano i ragazzi. Il suo ricordo più grato è un bacio a pizzico con Fabio, che poi è sparito, inghiottito dalle possibilità che offre Mantova. Unica sua consolazione sono le occhiate gentili con una barista bionda, che gli sorride con la complicità che gli esclusi sentono tra loro, una sorta di sintonia a basso voltaggio, che pure è comunicazione, è empatia, è salvezza.
Natale da piccolo è stato un chierichetto attento e silenzioso, certo di essere gradito a Dio con la sua ripetizione di gesti timidi e osservanti. Eppure, non è che abbia avuto riscontro questa devozione. E forse, allora non sarà che è meglio affidarsi al diavolo e alle sue malefatte, almeno gioisci per le disgrazie capitate a chi è stato cattivo con te. Diviso tra questa tensione tra comportarsi bene o assecondare la sua forma di malvagità non visibile ma evidente nei fatti, Natale diventa un po’ il tipo di ragazzo che forse avrei scansato, l’emblema dei rifiutati dal consesso civile che si autoescludono a loro volta. Ragazzi laidi, che si lavano poco, le stesse magliette rese scolorite dai troppi lavaggi, con una rosa di buchetti sul collo, la saponetta che sa di olio che dura mesi interi, le docce riservate alle feste comandate, le spalle ingobbite da una timidezza adolescenziale che diventa isolamento e malattia. Se nessuno ti tocca, ti ammali.
Inaspettatamente, per Natale la salvezza arriva con la fuga, un lavoro precario ma meno triste di altri, la conoscenza con la barista diventa amicizia, confidenza gioiosa e senza bisogno di essere incasellata in un’etichetta comprensibile al mondo. Solo vicinanza, passi condivisi sulle strade nuove e poi note di Faenza. Una possibilità di rinascita.
In questo romanzo succedono molte cose fuori ma ancora di più nella testa di Natale, che rivendica per sé la cosa alla quale tutti aneliamo, bramosi, con il fiato corto e lo stomaco in subbuglio: poter essere visti e amati sulla Terra. Una piccola cosa, in fondo.
“Quasi tutte le sere ci vediamo io e Rossana, la barista. Maciniamo chilometri, solo per strade che non abbiam mai preso, è la nostra regola. Cammina a cannone, lei, è allenata. All’inizio sudavo un trito a starle dietro, ma piano piano mi ci sto abituando.
Tutta di nero, si veste, le piace così: giacchetto, pantacalze e Skechers, comprate al Decathlon un pomeriggio che è passata a trovarmi. I suoi capelli biondi, invece, prendon sfumature sempre chiare, diverse a seconda dei lampioni e della nebbia.
Sento una pace leggera quando son con lei. La sua voce, le frasi morbide che usa…Non mi tengo stretto, non m’ingavagno con lei, mi lascio andare, leggero, sento come una musichina dentro. Del passato non parliamo mai, però: altra nostra regola, abbiam deciso, che non c’ interessa una ceppa della lei e del me di prima. Solo confidenze ci facciamo, una via l’altra.”



