Stephen King scrive in uno dei suoi libri “fuori dal blu e dentro il nero, dove poteva accaderti qualunque cosa”. Ed è così, nella vita c’è una parte oscura, una zona franca di non luce, dove l’oscurità si addensa e diventa una presenza viva, materica. In questi racconti, perturbanti, surreali eppure ancorati alla realtà, viene messa a nudo l’oscurità che acquista una autonoma capacità di pensare e realizzare orrore. Per l’oscurità siamo vittime o topolini impazziti con cui giocare. Ma se stiamo attenti e non le facciamo capire di averla notata, forse ci lascerà in pace. I timori più segreti della mia adolescenza, quelli di sentire una sorta di presenza malvagia, che spinge le persone a fare cose orribili, cose che sembra non appartengano alla loro indole, sono messi in fila, in sequenza. Leggerli è come accettare di farsi un giro in una bocca enorme, una gola arrossata dall’alito fetido, sollevare una tenda e vedere le viscere esposte di un uomo, e non poter più accettare quello che il resto del mondo definisce normalità.
Persone che hanno perso la rotta, la capacità di toccare un altro essere umano, e sono asserragliate nella loro solitudine, una confort zone di cui si nutrono. Pare che questo Grande Buio prediliga persone sconfitte, già intimamente sature di violenza, o di mancanza di autenticità, persone ai margini, spesso sociali, ma anche emotivi. La mancanza e l’aridità, la delusione, la rabbiosa frustrazione sono terreno fertile per le cose che succedono, cesura tra prima e dopo, tra un mondo in apparente equilibrio, e la sua stessa implosione. Questi racconti sono una bussola fatta per perdere la strada, non c’è quasi nessuna speranza, se non quella di vedere i sopravvissuti e sfiorare la loro pelle sottile, i loro sguardi resi opachi da vissuti inspiegabili. Anche quando sono ambientati d’estate, nella luce accecante che fa evaporare i pensieri, la sensazione è che sia sempre notte. Una cupa notte di inverno artico, il freddo che paralizza i corpi, nessuna luce in lontananza. Solo il buio.
Corpi squarciati in un’Apocalisse senza ritorno, una donna che tradisce il suo fidanzato e viene ritrovata morta e mutilata, i segni dei morsi sul corpo dilaniato, come punti rossi in sequenza su una mappa, un matrimonio al bivio, una innocua passeggiata in montagna e l’incontro con un sadico sessuale che stupra lei e fa a pezzi lui, e poi scompare, dissolto come un incubo. Uno scrittore entra in un bar in un posto dove deve presentare il suo ultimo libro, spavaldo, attento, gli occhi schegge di vetro verde, e poi scompare, senza lasciare traccia e senza motivazione apparente. Eppure, l’uomo descritto dalla moglie non è lo stesso che è entrato in quel bar, cioè è lo stesso, ma è anche diverso, come se gli occhi avessero cambiato colore, e fosse venuto fuori, da un guscio di remissiva inquietudine, una parte selvaggia, sfacciata. L’ispettore Gobbi intuisce la verità che non è facile raccontare, che questo Grande Buio ha fatto qualcosa a quell’uomo, come a tutte le persone alle quali si è presentato. È così: questo buio ti rivolta e dopo non tornerai più alla tua vita tranquilla e isolata. Certe volte non tornerai proprio, resterai lì, divorato da un’arsura infinita, che ti porterà in una dimensione oscura, quella che cercavi davvero, anche senza saperlo.
L’ultimo racconto chiude il nodo iniziato con il primo, in un giorno di calura estrema, un uomo apre la porta a un’amica del figlio, studente universitario, e insieme scoprono che i telefoni non funzionano, gli schermi televisivi sono grigi, mossi, simili a nebbia. Nell’universo che si sfalda non resta altro da fare che accomodarsi e bere, in attesa che le luci si spengano, una a una.
«Mi sforzo di non ammettere che il grande buio possa irrompere nelle nostre esistenze come un cataclisma improvviso, senza il preavviso delle feritoie che lo rendono più sopportabile, meno…assoluto. Io cerco di concepire un buio meno accecante.
«Mario Regola è scomparso e la sua scomparsa rimarrà insoluta. Le incongruenze ci sono e i conti non tornano. È come un orologio col singhiozzo, come un disco che suona ma s’incanta. Come una coda che guizza via un attimo prima di afferrarla, sempre un attimo prima. Solo ammettendo lo stato effettivo delle cose possiamo sobbarcarcene il peso. Solo vestendo il saio dell’umiltà possiamo risparmiarci di fissare il grande buio in tutta la sua cattiveria, perché il grande buio ragiona e forse apprezza l’umiltà.
E, forse, se siamo umili, il grande buio è disposto a perdonarci.»



