“Bright Young Women” di Jessica Knoll – traduzione di Marina Calvaresi (Ubagu Press)

La storia vera di un’America ottusa, incredula e misogina di fronte a un sociopatico disadattato e crudele, che attirava le sue vittime facendo leva sul buon cuore di ragazze gentili e desiderose di compiacere.

Le donne sono ancora territorio di saccheggio e terra da depredare per molti uomini. Di sicuro lo sono state per il serial killer Ted Bundy, uno dei primi a poter essere identificato come killer seriale, che tra il 1974 e il 1978, ha stuprato, ucciso, mutilato e vilipeso i cadaveri di almeno 36 donne, tutte di età compresa tra i 19 e i 25 anni, oltre a una ragazzina di 13 anni. Il romanzo prende le mosse da una delle ultime aggressioni di Bundy, in un college californiano, dove, e sarà quello l’elemento che porterà al suo arresto, viene visto dalla presidentessa della confraternita da dove fugge dopo aver ucciso due ragazze e averne gravemente ferite altre due.

Lo shock delle sopravvissute è potente, una serie di ferite nell’anima, oltre che sui loro corpi colpiti e riaggiustati, l’inefficienza del sistema giudiziario americano che mostra una serie di falle, fatte di avidità professionali degli inquirenti, che preferiscono insabbiare errori, piuttosto che indagare. Ma soprattutto, quello che il romanzo racconta, con i nomi cambiati certo, ma con verità oggettive inscalfibili, è un’America ottusa, incredula e misogina di fronte a un sociopatico disadattato e crudele. La manipolazione con la quale Bundy attirava le sue vittime, facendo leva sul buon cuore di ragazze gentili, desiderose di compiacere, abituate all’interno di famiglie educate a prestare aiuto a chi ne ha bisogno. Spesso il killer raccontava storie di infortuni e chiedeva aiuto per portare pacchi, a volte imbastiva una finta ingessatura, il viso da bravo ragazzo, gli occhi azzurri lacrimevoli. È così che viene descritto dalla stampa dell’epoca, “bright young man” anche se all’epoca dei delitti non era già più così young. Brillante, un giovane brillante, che ha distrutto ragazze che studiavano, (a volte viene pure indicato come il Killer delle confraternite), avviate a una vita che avrebbe potuto vederle famose, o almeno, realizzate. Di loro e del loro sogno americano in frantumi come i loro corpi, non si parla abbastanza.

Quello che l’autrice vuole fare, nella voce di una delle protagoniste, Pamela, la presidentessa della confraternita, quella che lo ha identificato, ammessa alla Columbia a studiare legge e che è sempre timorosa sul suo valore, è dare voce alle vittime, o almeno a qualcuna di loro. L’uccisone della sua più cara amica è, per Pamela, lo sprone adatto a farle capire che non vuole essere rinchiusa nel ruolo asfittico di fidanzata di un rispettoso, mediocre e noioso ragazzo del sud, con prospettive di carriera decisamente meno ambiziose delle sue. Pamela rompe il cerchio dell’aspettativa sociale che la vuole all’ombra del futuro marito, a studiare legge in un college poco prestigioso (almeno rispetto alla Columbia) e insieme alla fidanzata di una delle ragazze scomparse, il cui corpo non è mai stato trovato, inizia a raccogliere elementi sulle fughe, e le varie fittizie identità di Bundy. La rabbia che monta, come una marea è verso quella società che percorre la vita sentimentale e sessuale delle vittime, che non ha impedito a Bundy di evadere due volte, e di avergli permesso di continuare a uccidere.

Pamela vuole dimostrare quanto sia falsa l’immagine di giovane brillante, un’aura di fascinosa solitudine, di cupezza intrigante, al punto che persino il giudice che lo condanna a morte per elettrocuzione dice di “non avere nessuna animosità contro di lui” e “che è un peccato che lei non sia dalla mia stessa parte”, lo definisce addirittura “collega”, perché il condannato aveva iniziato, senza dare nessun esame, a più riprese, a studiare legge in college di terza categoria, vivendo nel frattempo di espedienti e di sussidi di disoccupazione. A parte le responsabilità di un certo tipo di giornalismo scandalistico e sensazionalista, perché c’è stata questa specie di ammirazione per un serial killer, una specie di fallito, che passava per genio?

Forse perché l’America di quegli anni (ma forse un po’ anche adesso) cerca di trovare brandelli di eccellenza in un tipico rappresentante del funestante cosiddetto sogno americano, un uomo bianco e belloccio, etero, che cerca di affrancarsi dalla working class, e che si destreggia nel dedalo degli imprevisti. L’orrore è questo, il male che a malincuore viene punito, quasi come se si avesse compassione del carnefice, anziché delle vittime, perché il carnefice ha la stessa faccia di chi lo giudica.

 

“Nessuna di loro era persa, in difficoltà e infelice, tutte qualità che i predatori di solito cercano nelle proprie vittime, perché le rendono vulnerabili, e le persone vulnerabili sono più facili da soggiogare.

Mi sono sforzata di capire come qualcuno che non pedinava in anticipo le sue vittime abbia finito per scegliere solo le migliori e le più brillanti. E credo che sia questa, la cosa che le accomunava tutte…una luce capace di eclissare la sua. Lui prende di mira i campus universitari e le confraternite femminili perché sta cercando il meglio del meglio. Vuole annientarci perché gli ricordiamo che non è poi così intelligente, non è poi così belloccio, che non ha nulla di particolarmente speciale.”

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Marilena Votta

Marilena Votta nasce a Napoli e trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci. Ha pubblicato le raccolte di racconti “Equilibri sospesi”, “La ragazza di miele e altre storie” (Progetto Cultura, 2016) e “Diastema” (Ensemble, 2020), e le raccolte di poesie “Estate” (Progetto Cultura, 2019) e “Quando sono nata ho smesso di essere aria” (Edizioni Progetto Cultura, 2025). Il suo racconto “Fratello maggiore fratello minore” è stato pubblicato nell’antologia “Roma-Tuscolana”. Alcuni suoi racconti sono disponibili su varie riviste on line e cartacee. Nell’ottobre 2021 pubblica il suo primo romanzo, “Stati di desiderio”, con D editore. Del suo rapporto con la scrittura asserisce, convinta, che è il suo posto nel mondo. Scrive recensioni di libri che ama per "Dentro la lampada", la rivista della scuola Genius.

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