Il male ha un odore? E se sì è una puzza di cose decomposte, un diffuso sentore di marciume e sudore secco, un afrore che si attacca al corpo e ammorba l’aria. Succede ad alcuni dei protagonisti di questo intenso romanzo corale, quando sta per succedere qualcosa di orribile, di avvertire un puzzo dolciastro che gli mozza il respiro. Quello che accade è che non sempre la malvagità si presenta con l’aspetto di persone deformi dal cranio allungato e la mascella pendula, il ghigno semi diabolico, per rifarci a Lombroso. Spesso il male ha le sembianze gentili di un ragazzo biondo con i capelli indocili e pettinati all’indietro, il sorriso autentico di chi fa merenda con un bicchiere di latte bianco e una fetta di torta di mele.
Il romanzo attraversa più di mezzo secolo, dal 1952 fino al 2010, e racconta le vicende di una tipica famiglia americana, con solidi valori di Dio, Patria e Famiglia. Quello che indaga è proprio il marciume, l’ipocrisia di questi valori che nascondono incapacità di vedere la realtà, di farsi carico di responsabilità emotive. Il senso del dovere è una spessa corda di cuoio destinata a strozzare alcuni dei protagonisti. Succede ad Alec, l’unico figlio maschio della famiglia Larkin, dopo la morte del neonato Archie, che viene cacciato via perché sorpreso a rubare dalla cassetta delle offerte in Chiesa. La madre, Ava, definita da Alec più cattolica del Papa, ha ben chiaro che ogni vita deve procedere sotto il controllo del lavoro e della messa domenicale. Ha inculcato sani principi ai suoi figli, ma non tutti, e tutte, poi li seguiranno.
Inizia tutto a Elmira, una trascurabile e sonnolenta cittadina dello Stato di New York, con la figlia più grande dei Larkin Myra Lee, (gli altri sono Fiona, Alec, Joan, che ha un ritardo mentale, Lexy e Archibald, che muore neonato per febbre reumatica), legge in un diner un libro proibito, Il giovane Holden. La sua ribellione di tredicenne è tutta nelle pagine di quel libro che legge di nascosto, nell’ora di pausa tra la messa della domenica e l’aiuto per la cena. Al diner Myra incontra un ragazzo biondo, le lentiggini sparse a confetto sul naso, gli occhi azzurri e la bocca dalle labbra piene. Le dice di essere un giocatore di football famoso, Mickey Mantle, in un passaggio cittadino prima di una nuova destinazione lavorativa. Lei gli crede, contravviene alle regole di prudenza, parla con lui, accetta un passaggio a casa perché piove, e gli dà molti dettagli sulla sua famiglia. Quando nomina i fratelli (Archie in quel momento è ancora vivo) e le sorelle, lui riflette ad alta voce, “sono troppi”, e la saluta strizzandole l’occhio e regalandole una moneta usata per giocare a testa o croce. Per Myra è un momento di grazia: dopo avergli dato un casto bacetto sulla guancia, torna alle sue incombenze familiari con gli occhi luminosi. Nessuno fa caso a quel ragazzo biondo, così simile a loro, così perbene e rassicurante. A lei non viene in mente di metterlo in relazione con il feroce crimine che avviene quella notte, quando la famiglia dei vicini di casa, compresa la figlia undicenne, viene assassinata.
La madre è talmente preoccupata di dare il buon esempio e seguire i precetti della Chiesa che non fa domande ad Alec, non capirà mai, nemmeno davanti all’evidenza, molti anni dopo, che il figlio è stato molestato ripetutamente dai preti, uomini molto più grandi di lui, i crani già devastati dalla calvizie e dalla forfora, i corpi intenti a trarre un piacere proibito dal ragazzino. E il padre? Un uomo taciturno, un pilastro della società, un lavoratore puntuale, operaio in fabbrica per 40 anni, ridotto al silenzio dallo shock post traumatico della Seconda guerra mondiale, non interferisce con l’educazione dei figli, non chiede spiegazioni né interviene nel verdetto di allontanare Alec. Sembra una macchia sul muro, qualcuno che è un fantasma nella sua stessa esistenza, benché capace di amare non lo esterna abbastanza, se non nei confronti della più piccola, Lexy. Attraverso il dipanarsi del tempo, incontriamo serial killer, assistiamo a vicende dolorose, come è normale che accada agli esseri umani, e quello che stupisce è sempre questo non voler accettare realtà scomode, e perfino catastrofiche. Fiona decide di non diventare davvero adulta, vivrà ovunque e con chiunque le garantisca una coperta e cibo caldo, presa nella prigionia del desiderio, mai realizzato di diventare attrice e vivere d’arte. Alec trova il suo posto nel mondo in un vagabondaggio inarrestabile, mai a suo agio in un posto molto a lungo, finendo con il somigliare all’orrore che ha subito. Myra Lee diventa infermiera, si innamora di un ragazzo con problemi mentali e ha un figlio. Purtroppo, quando il marito scompare, durante una tempesta di neve, è chiaro che la malattia ha preso il sopravvento e non consente più ai tre di continuare a essere una famiglia.
Quando la madre, Ava, comincia a ricevere strane cartoline da Alec, immagini di chiese sperdute nel Midwest, con sopra scritti nomi di ragazzini, e quando poi la stessa Myra prende quelle cartoline e trova Alec, perché non fa la cosa giusta? Perché si lasciano irrisolti i dubbi, si permette che il male dilaghi, come un fiume pieno di scorie tossiche? Credo che la domanda narrativa sia questa: la società americana è talmente ossessionata dal dovere da non riuscire a guardare il male. Il Male non lo fanno ragazzi bianchi e educati, è riservato a figure più pericolose. La storia dei serial killer dimostra la fallacia di questa affermazione.
Quello che ho sentito, leggendolo, è una grande maestria nella creazione dei personaggi, dolorosamente vivi, anche quando sono alle prese con i loro dilemmi, e poi finiscono con il perpetuare quello stesso male dal quale rifuggono. Questa è la cosa che mi ha davvero colpito, quando le figure più integre potrebbero scuotersi dal loro torpore, non lo fanno. Ava teme che il figlio abbia preso una brutta strada, e va a confessarsi. Myra Lee lo trova in un diner mentre mangia, trascurato, sporco, e fa arrestare il ragazzino nativo americano che è con lui, temendo che potrebbe accadergli qualcosa di male. Certo, perché quando pensiamo che un ragazzino sia in pericolo la cosa migliore è quello di essere messo in un centro di detenzione minorile, specie se non è bianco ed è già attenzionato dai servizi sociali.
Guardate, mettete il corpo dentro la storia di questa perfetta famiglia, una dove i figli, o alcuni di loro, diventano pilastri della società, una famiglia onesta, che taglia i ponti con chi dei suoi componenti non è perfetto e accetta la disabilità di un figlio come una prova da sopportare.
È lì evidentemente che germoglia e cresce il male, in quel buco nero di ideali mani sugli occhi, sulle coscienze chiuse, sull’avida competizione, e sulla cieca obbedienza al rispetto, feroce, delle regole. Che poi alcune di queste regole conducano all’Inferno in terra è una possibilità che non viene contemplata, da chi crede ostinatamente di essere nel giusto.
“Myra alza gli occhi e si accorge che il ragazzo biondo che prima era al bancone si è seduto davanti a lei. Nel romanzo il treno di Holden si è appena fermato a Penn Station, e lei non vede l’ora di vedere cosa succederà. Non vorrebbe posare il libro ma lo chiude per non essere scortese.
«Lo mangi quello?» fa il ragazzo indicando il sandwich al formaggio.
Myra non lo aveva visto spostarsi ed è un po’ turbata da quella improvvisa vicinanza. Oltre che dalla sua bellezza. Ha gli occhi azzurri, il mento forte e i capelli pettinati di lato come Montgomery Clift. Myra non l’ha mai visto in giro. Indossa una camicia a quadri a maniche corte e un paio di pantaloni beige.
«Se vuoi ti do una mano volentieri» dice il ragazzo continuando a fissare il piatto.
Myra annuisce e lui addenta metà panino. Lei spinge il latte al malto verso il ragazzo che prende una bella sorsata. Poi la ringrazia e si asciuga la bocca con il dorso della mano.”



