Scozia, anno 2025. La scienziata Hannah, nell’isola in cui si è volontariamente esiliata per completare le sue ricerche sulla fissione a freddo e sulla produzione di energia, vede emergere dal lago una figura in tuta spaziale. È Roban, un ragazzo che dice di venire da Marte e di aver approfittato di un glitch temporale per conoscere la Terra, la Casa Madre dalla quale nel 2100, gruppi scelti di umani terrestri, tra cui la madre di Roban, Kenzie, e sua moglie Justine, sono scappati, o per meglio dire, emigrati su Marte. Quello che Hannah non sa, e non sappiamo se poi arrivi a capirlo, è che Roban è il suo proponipote, il figlio appunto di sua nipote Kenzie, anche lei scienziata.
La Colonia terrestre che vive su Marte, dopo che la Terra, a causa dei cambiamenti climatici, è diventata inabitabile, cerca di creare un ambiente vivibile e più simile, per quanto la morfologia marziana lo conceda, alla Terra, ma sono tutti più o meno consapevoli che il loro destino è di vivere dentro capsule, sognando di terraformare Marte per i loro discendenti. Quello che emerge è che la Colonia vive ipercontrollando i suoi membri, e scoraggia ogni tentativo sulla possibilità di tornare indietro. Quando, dopo un grave incidente, Kenzie, vedova da molti anni e ormai dedita solo al lavoro, svela a Roban che la prima persona che ha iniziato a fare esperimenti e ricerche sulla riproduzione energetica senza biomasse era stata sua nonna, fa nascere nel figlio la curiosità di capire se sia possibile, compiendo un viaggio nel tempo, tornare a Casa e provare a salvare la Terra.
La visione di Roban si scontra con l’Osservatorio terrestre su Marte, preoccupato di venire dissolto, se il corso del Tempo cambia e rende la loro missione inutile.
In questo romanzo vengono fuori molte domande, se sia giusto utilizzare mezzi sbagliati per praticare un fine giusto, e se sia davvero giusto salvare un gruppo di persone che per censo o a causa della loro posizione, vengono ritenuti meritevoli di salvezza, mentre la Terra implode e con essa il resto dell’Umanità.
Cosa significa poi davvero essere umani. Essere vicini agli altri, godere del tempo che ci è stato concesso, essere rispettosi dei confini.
Il romanzo si snoda attraverso varie epoche, tutte nel giro di più o meno un secolo di storia terrestre. Conosciamo Hannah e la sua ostinazione, il suo essere una madre distratta, suo figlio Andrew, impegnato politicamente a salvare l’ecosistema terrestre dal collasso climatico, e la figlia di lui, Kenzie, che, invece, si dedica anima e corpo alla missione di emigrazione marziana. Andrew vive la scelta di Kenzie come un tradimento, che compromette anche la sua candidatura a Primo Ministro. Quello che lui può fare è, dopo la partenza della figlia, rinunciare a comunicare con lei, ma non ad amarla. E soprattutto, come molti, deve cercare di sopravvivere finché la Terra lo consentirà, finché le scorte saranno utilizzabili. Finché l’ultima ondata di marea o la pioggia acida non avrà corroso la costa. E i nostri corpi.
Non so se arriveremo a rendere questo pianeta inospitale e inabitabile tra poco, ma non mi sento di escluderlo. Tutto fa pensare che ci stiamo dirigendo verso la nostra autodistruzione. Eppure, questo mondo decadente ha una sua indiscutibile bellezza, anche se frantumato e folle. Chissà cosa farei se avessi la possibilità di tornare indietro nel Tempo. Einstein però dice che se anche riuscissimo a trovare una falla nell’equazione e a tornare indietro nel tempo, non riusciremmo a cambiare nulla. Il Tempo stesso non lo permette. E dalla narrazione di questo romanzo sembra proprio così. Ma non finisce mai nulla con una fine, è un’ evoluzione continua, che vede, forse, gli esseri umani, non più come dominanti assoluti di questo Pianeta.
L’acqua si acidificherà. Le correnti cambieranno. La vita al suo interno scomparirà, accelerando la sua distruzione. Anche la terra intorno a me morirà, inaridendosi, bruciando. Verrà giù troppa pioggia nei luoghi sbagliati, e troppo poca dove invece sarebbe servita. Eppure, qui fuori, non sembra essere al principio di un’Apocalisse. Non posso fare a meno di dimenticarmi di me.
Faccio un passo sull’erba, poi un altro, e un altro ancora e mi ritrovo in pieno sole.
Mi sdraio, con le braccia aperte, le gambe distese. Non ho un solo muscolo in tensione.
Tengo gli occhi chiusi perché la luce è troppo intensa. Ma va bene così. Sento il sole sulle palpebre.
È meraviglioso essere fuori dalla tuta.
Ho la sensazione che questo istante mi aspettasse. Il vento mi scompiglia i capelli e il terreno è fresco sotto le scapole. Apro le mani e faccio scorrere le dita tra i fili d’erba, sento la loro umidità, la terra screpolata e granulosa. Dovrei alzarmi e invece resto sdraiato, vigile, attento a ogni cosa. Ora, mi dico. Ora. Ora.



