Un mondo lontano ma non troppo, una donna umana che ha perso il lavoro, macchine che aiutano gli umani e che di fatto li rendono fungibili, una famiglia che cerca di sopravvivere alla carenza di lavoro, le verità dei social che consentono a chiunque di processare e giudicare. Quando entri in un mondo che somiglia al tuo, solo un po’ peggio, lo sai che quello è uno dei possibili futuri, una possibilità che sembra sempre più vicina.
May è una donna che ha perso il lavoro, dopo aver insegnato alle intelligenze artificiali come e cosa imparare è stata valutata come superflua, e ha perso il lavoro. Il marito, Jem, fa lavoretti saltuari come svuota stanze di defunti, o eliminatore di topi. È un mondo ipercontrollato quello in cui vivono, pieno di gentili e invisibili telecamere che registrano tutto, e dove la tecnologia è utilizzata per regolare i desideri, in piena deriva consumistica. Gli Um sono i robot gentili, che fanno i lavori pesanti, ma sono anche impiegati nelle farmacie, nelle professioni mediche, sono guide turistiche e venditori di beni di consumo in maniera ossessiva. Sono programmati per capire e anticipare il pensiero umano, una perfetta applicazione dell’intelligenza artificiale predittiva. Eppure, nonostante la loro apparente lontananza dal provare emozioni autentiche, gli Um non mancano di gentilezza tra loro, quando uno di loro viene investito e perde pezzi meccanici lo aiutano, lo toccano con gentilezza compassionevole.
La qualità dell’aria peggiora, frange di popolazione sono sempre più marginalizzate, disgregate, la classe media non si rassegna a farsi cancellare, ma non può farci molto. I figli di May, Lu e Sy, (Lu è una bambina di 8 anni, Sy un bambino di 6) si adattano come meglio possono al solo mondo che conoscono. Adorano i loro Bunny, telecamere portatili a forma di coniglietto che indossano ai polsi, e si sussurrano canzoncine prima di andare a dormire in una struttura chiamata “grembo”. Il grembo è un cubo che imita il grembo materno, una rosea appendice meccanica che evita alle persone di toccarsi. Anche May e Jem la usano per dormire, e quando sono molto stanchi. Quello che consola però separa anche, le anime, oltre che i corpi. Il sesso sembra riservato alle occasioni speciali. Del resto, perché affannarsi quando il grembo è così accogliente, ricrea rumori ovattati e luci tenui e soffuse, un leggero sciabordio come d’acqua tiepida, uno spazio-tempo in cui riconnettersi e riposarsi, illudendosi di vivere sereno.
Non sopportando la miseria prossima e vicina, May accetta di sottoporsi a una modificazione facciale, che la rende irriconoscibile per le telecamere. La modificazione del viso è lieve, tuttavia diventa, a seguito dell’alterazione, una persona con un viso diverso. Presa dall’euforia per il danaro ricevuto May compra una serie di oggetti che reputa necessari, e soprattutto una gita per tutta la famiglia di quattro giorni e tre notti al Giardino Botanico, un luogo di vacanza dove si sta immersi nella natura, si mangia frutta buona e ci si può riconnettere con gli animali che vagano liberi, come scoiattoli, conigli e lepri, un angolo di mondo incontaminato e privo di plastiche inquinanti. May, con una certa veemenza decide che per godersi quei giorni lontani da folla e sudore devono lasciare a casa i Bunny e i cellulari. Devono riappropriarsi del loro spazio/tempo così ridotto e ipercontrollato. Quando però, complice un sonnellino pomeridiano, i bambini si allontanano e, visto che non hanno i Bunny, non riescono a essere rintracciati, May si rivolge a un Um per farsi aiutare a localizzarli. L’Um ci riesce, e i bambini, laceri, stravolti e furiosi con la madre, vengono ritrovati. Solo che, a causa di un fraintendimento, il video dei bambini smarriti diventa virale e May viene aggredita virtualmente sui social e bollata come cattiva madre. Il dipartimento di tutela dei minori apre un’inchiesta. Il marito cerca di estorcere denaro a un cliente fingendo un incidente.
Il senso di inutilità e la paranoia di perdita di controllo mostrano l’aspetto oscuro di May, umana che ancora non si abitua a essere surclassata dalle macchine. Sarà l’Um che ha provocato il disastro a porgerle aiuto, a dimostrarsi più empatico degli umani stessi, che le gridano contro e si rifiutano di ascoltare e contestualizzare l’accaduto.
Come riusciremo a restare vivi in un modo simile? Dove per vivi intendo la capacità di ridere, piangere e di ascoltare i nostri simili. Compriamo cose che vengono confezionate con pesanti imballaggi di plastica, oggetti che autoalimentano il nostro ego ferito, la nostra paura di dissolverci. Cosa possiamo fare per non farci travolgere da un mondo che è disposto a relegarci in angoli polverosi quando smettiamo di produrre utilità? Cosa significa essere umani se avere densità corporea potrebbe non essere sufficiente. La nostra finitezza contro l’obsolescenza programmata delle macchine, che ingurgitano dati e ce li rovesciano addosso, programmati per renderci servi di bisogni indotti, esauriti al punto che non vediamo oltre la bugia che ci vuole consumatori compulsivi.
L’inquietudine è profonda, la ferita della distanza tra corpi e anime sempre aperta, la possibilità di capire quello che succede sempre meno, la globalizzazione sembra la risposta più soddisfacente, quando non l’unica possibile. Questo possibile futuro, va narrato, e forse, anche se non servirà a proteggerci, servirà a renderci più consapevoli. Almeno, lo spero.
“May aggirò i suoi familiari, li oltrepassò, uscì dal sentiero solo per un momento, inoltrandosi nel folto dei sempreverdi. Si fece strada tra i rami, curiosa di scoprire quanto più scura e densa potesse diventare la foresta. Un grembo non poteva offrire quegli odori. Un grembo non poteva offrire quelle consistenze.
Era arrivata al muro. A una porta di servizio con una finestrella.
Dall’altra parte vedeva i semafori e i grattacieli della città, le gru e i binari sopraelevati del treno, un minimarket e un fast food. Sentiva l’odore della città, lieve ma inconfondibile: gas di scarico, immondizia e popcorn.
Fece un salto indietro tra i rami quando all’improvviso apparve un volto dall’altro lato del vetro, a pochi centimetri da lei. Una persona. Un adolescente. Una bomboletta di vernice spray. Verde fluo.
Una parola, alcune parole, apparvero sulla finestrella. Era difficile leggerle a rovescio, con la vernice fresca che colava, ma riuscì a decifrare “ricchi”, “bolla” e “fottuti”, in una grafia elegante.”



