Tubature

Il racconto dolce amaro di un rapporto tra due sorelle.
 Mia sorella sta avendo una preadolescenza difficile. Un giorno si sveglia e decide che odia tutto e tutti. Odia le nostre porte senza chiavi, il nostro cibo strano, la nostra casa da folletti. Odia sua madre e le sue stranezze, la sua voglia eccentrica di essere diversa. Odia suo padre e il suo silenzio, le sue parole che parlano solo al passato. Odia sua sorella maggiore, sempre perfetta come gli altri la vogliono, sempre fiera di mostrarsi sfigata. Ci odia. E forse ha pure le sue ragioni.

Noi ci troviamo a fare squadra senza volerlo, per farci scudo da tutto questo odio improvviso. Ci difendiamo, quando possiamo, e cerchiamo di farla ragionare. Ma lei grida e sbraita, ci odia ancora di più perché ci crede alleati contro di lei.

Un giorno inizia a lanciare le sedie, a staccare la carta da parati dai muri. Strappa via le foto dal frigo, dice che le più belle sono quelle col mio volto e che tanto vale far sparire tutte quelle che la ritraggono. Mia madre cerca di fermarla ma lei la spinge via. Mia madre cade. E per la prima volta, nei miei sedici anni, la vedo come un essere fallibile. Lì, per terra, in quei secondi che passano prima che si rialzi, la vedo come una sedia rotta, spezzata da chi dovrebbe amarla. Ma mia madre non è una sedia rotta e, malgrado le mie commiserazioni, lei è molto più forte di me. Prende mia sorella per le braccia e la immobilizza. So che vorrebbe dirle una frase a effetto, ma le lacrime che le riempiono gli occhi hanno mangiato tutte le parole. So che potrebbe romperle entrambe le braccia muovendosi di un centimetro, mia mamma è cintura nera di Kung fu, ma rimane immobile. Mia sorella sta piangendo, ma il suo pianto non conosce senso di colpa o limite, non conosce paura. Sussurra che fa schifo. Sussurra a mia madre che fa schifo. Io la sento montare, la rabbia che mi sarà amica per anni, da dentro al seno alle braccia, sulla punta delle dita. Un prurito che non ho mai provato mi cosparge le mani come acido. Ma non faccio niente, passiva osservatrice come sempre. Mio padre resta immobile, mia madre molla la presa, mia sorella corre via ed esce di casa. Quando cala il silenzio mi accorgo di avere l’unghia del pollice conficcata nella carne dell’indice. Una goccia di sangue gocciola giù. La prima delle mie gocce di sangue.

Da quel giorno, ogni volta che voglio farle del male, picchiarla, persino ucciderla, mi martirio le mani. Pizzico l’indice con due dita fino a staccare pezzetti di pelle, mordo le dita fino al sangue, conficco le unghie come a cercar qualcosa. A cercare la calma che mi serve per ricordarmi che, anche se ora mi odia, è sempre mia sorella. La persona che amo più al mondo. Più di me stessa.

Per questo la lascio essere protagonista anche della mia storia. Per questo, quando penso che si meriti dolore, lo infliggo a me.

Non mi taglio per punirmi o per attirare l’attenzione. Lo faccio perché sono incazzata. E se non lo facessi diventerei una persona cattiva.

Mia sorella scappa di casa per la prima volta di venerdì. Ed è di venerdì che uso una lama per la prima volta. Non è un’azione pensata, non è un rituale, non è un momento doloroso e solenne. Sono rimasta sola perché mamma e papà la stanno cercando. Così posso semplicemente mettere nell’armadio la perfezione che mia sorella odia e che non riesco a smettere di indossare. Prendo un coltello qualsiasi e me lo passo con fretta sul dorso della mano. Mi accorgo che la lama è seghettata, così il taglio è, più che un solco dritto e sottile, una striscia di pelle arata come terra. Poi mi siedo sul divano, col respiro affannato che si calma. Non ho mai fatto l’amore, ma immagino che ci si senta così, quando finisce. Una scarica elettrica sulla schiena, che piano piano ti lascia sola. La vista annebbiata che si schiarisce. La rabbia che smette di pulsare nelle orecchie come tamburi. Mi rialzo e vado in camera. Metto le cuffie e torno a studiare. Il taglio è lì, sulla mano sinistra che tiene fermo il foglio degli appunti. E per me non significa niente. Potrebbe essere la mano di chiunque altro. Potrebbe essere la mano di mia sorella, quando ha detto a mia madre che fa schifo. Potrebbe essere la mano di mia madre, che non dà mai nessuno schiaffo a mia sorella. Invece è solo la mia mano, con un graffio insignificante, che tiene un foglio con sopra scritta una traduzione dal greco.

La preadolescenza di mia sorella diventa adolescenza, ma la situazione non migliora. Non mi parla, non mi racconta niente, risponde a monosillabi. La stanza, dove abbiamo vissuto assieme la nostra infanzia, ora è un labirinto di muri dove non riesco più a trovarla. Io presto me ne andrò, sono una donna ormai, dicono. Forse lei sarà più calma dopo che me ne sarò andata, avrà una persona in meno da odiare.

Gli ultimi mesi, ho così paura di andarmene che mi lascio invadere dall’odio di mia sorella come un camaleonte. Voglio odiarli anche io, per potermene andare più tranquilla. Smetto di fare le versioni, faccio vela a scuola. Ma sono una sfigata e mia madre lo scopre in un attimo, non sono mai stata brava a fare la figlia cattiva. Nelle sue urla sento che proprio io non dovevo farlo, che almeno con me le cose dovevano andare come dovevano andare. Io le dico vaffanculo. E lei mi molla uno schiaffo. Lo schiaffo che non ha mai dato a mia sorella, eccolo lì, stampato a caratteri cubitali sulla mia guancia. Sento di nuovo il prurito nelle mani, la voglia di diventare cattiva, di lanciare anche io sedie e pugni. Ma mi metto a piangere e vado di sopra. Frugo nel mio astuccio, non per mettermi a studiare ma per prendere uno dei pochi temperini che mi sono rimasti. Provo a svitare la vite ma mi tremano le mani, quindi lo schiaccio con i piedi fino a spezzarlo. Estraggo la lama e vado in bagno. Mi siedo vestita dentro la vasca umida. Digrigno i denti, mi scopro il braccio fino al bicipite e incido la lama nella carne una volta, due volte, tre volte, quattro volte, cinque volte. Ma la rabbia non passa. Apro il rubinetto e metto le ferite sotto l’acqua calda per sentire il bruciore diventare dolore, per fare uscire le grida che mi gonfiano il petto sotto qualche forma.

Poi sento la porta che si apre. Dannate porte senza chiavi. È mia sorella. La mia sorellina che mi vede così, come non mi sarei voluta far vedere da nessuno. Imperfetta in modo infimo e banale.

Coi vestiti zuppi di acqua e sangue, i capelli sudati appiccicati alla faccia, il viso, corrugato dal pianto, pieno di muco e saliva. Ma lei non grida, non chiama mamma e papà, non si incazza e non mi insulta. Richiude la porta ed entra nella vasca. Si siede dietro di me e mi prende fra le braccia mentre l’acqua che continua a scorrere bagna anche lei. Mi sposta i capelli dal viso, mi accarezza piano. Butta via la lama e mi sciacqua le ferite senza disgusto o domande. Io continuo a piangere mentre mi sento rimpicciolire fino a tornare bambina, poi neonata e poi feto tra le braccia di mia sorella minore. E mentre mi culla sento le carezze dei suoi capelli, sempre più lunghi dei miei, sulla pelle. Mi stringe forte, quasi fino a farmi male e resta in silenzio. Per una volta non conta più il nostro ruolo, lascio che mi protegga da non so cosa, che si prenda cura di me come io non sono riuscita a fare. Penso che non mi importa di niente, che devo smettere di farmi male e che voglio stare per sempre lì fra le sue braccia. Mentre mi aiuta ad asciugarmi, sento la rabbia che finalmente scende giù dalle tubature.

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