Oscurità crepata di luce a tratti. Così è il mondo onirico che fuoriesce da questa narrazione. Corruzione e perdita e mancanze. Persone con tratti di soprannaturale. Solitudini simili a fondali marini, o occhio di cicloni.
Burdean e Keal si sono uniti per il bisogno reciproco di un contatto umano, e di sopravvivenza. Vivono di espedienti: Burdean, il più anziano, tiene i contatti e Keal esegue le sue direttive. Le persone si servono di entrambi perché non fanno domande, sono precisi, efficienti, e disposti a non serbare ricordi delle cose che vedono. Poi arriva un nuovo incarico particolarmente assurdo. Una voce che ha il suono metallico della pioggia annuncia che devono trovare qualcosa di prezioso, ma non specifica chi o che cosa. Le indicazioni sono vaghe, portano a una donna anziana con problemi di memoria, e a una chiesa abbandonata costellata di cadaveri, e a una bambina muta in uno scantinato. A loro si aggiunge Cara, assistente sociale, l’unica che riesce a stabilire un dialogo con la bambina, e scopre che è proprio lei la consegna da fare. Chi la cerca, e perché? Cosa vuole farle?
Nel tentativo di sfuggire a chi li insegue, tanti, e tutti uomini con cicatrici sulla faccia, e visi tondi come piatti, Cara rivive il suo trauma, insieme a Keal, di cui impara a fidarsi. Le loro solitudini hanno molto in comune. Tradimento, abbandono, nessun adulto in grado di proteggerli quando erano bambini.
In questo mondo qual è la vera faccia di Dio? Non c’è nessuna bontà che non abbia una doppiezza crudele, una serie di morti innocenti di cui nessuno è chiamato a rispondere o fornire spiegazioni. Questa è l’America dei Motel dalle luci azzurre lampeggianti, i fanalini di coda delle auto rotti, delle stanze dai cuscini del letto abitati da insetti, sentore di polvere in bocca. Una realtà alternativa e surreale, eppure tangibile, fatta di persone che sanguinano e uccidono altre persone. La bambina ha un dono, un dono capace di invertire il corso degli avvenimenti. Potrebbe essere una manifestazione di Dio. Potrebbe.
Di cosa siamo fatti quando abbandoniamo la luce, quando non riusciamo più a tenere il filo della quotidianità. Però non sempre è colpa nostra, a volte le scelte sono indotte o il margine che ci è stato dato alla nascita è molto ridotto.
Come antidoto si può provare a trovare un senso minuscolo nelle cose, non cercare sempre di essere razionali, perché la realtà che viviamo non è assoluta, è solo una manifestazione di Qualcuno o Qualcosa di molto più complicato. C’è una sorta di bellezza dolente in questo romanzo, una canzone che suscita un inizio di pianto, un cercare con gli occhi qualcuno da toccare che ci rassicuri sul fatto che esiste una luce anche nella nostra solitudine. È così: la solitudine è la condizione naturale di ogni essere umano. Non ha senso negarla. Questo Cara e Keal lo sanno molto bene. E lo sa anche la bambina dagli occhi acuti che disegna i suoi pensieri. Un angelo caduto. Un cerchio magico. E fuori i fulmini che non riescono a spezzare quel cerchio. Ci si tocca come si può, le dita esitanti, i gomiti rigidi, le ginocchia che si sfiorano, facendo attenzione a non colpire, a non mordere.
“Lasciò che il ricciolo si avvolgesse intorno al mignolo storto. Aveva raccolto la ciocca di capelli dal pavimento del parrucchiere, caduta dalle sforbiciate del primo taglio di Lola. Una di quelle cose che fai in un istante senza pensarci e poi non ti abbandona più. Aveva osservato Lola nello specchio del parrucchiere e aveva creduto di essersi imbattuta in qualcosa di vero. Qualcosa di fondamentale. Qualcosa di così reale che senza dubbio avrebbe trovato il modo di ferirti, e mentre guardava fuori dalla finestra e pensava ai due uomini in casa e alla bambina addormentata nel suo letto, e al momento violento in cui aveva colpito con la sua macchina quello che poteva essere soltanto un uomo cattivo, si meravigliò di come una cosa poteva condurre all’altra. C’era sempre un miracolo in attesa di essere realizzato.”



