Esiste un mondo che potrebbe essere prossimo venturo, molto vicino, in cui le emozioni sono rigorosamente controllate e vietate. Il dolore è proibito perché rende chi lo prova schiavo della sua individualità, e lo sottrae al controllo. Il piacere sessuale è permesso purché avvenga sotto la rigorosa supervisione dello Stato, e con le modalità strettamente imposte. Non si può provare dispiacere per una perdita e, se accade che, inavvertitamente, ci si scopra con il cuore appesantito dalla mancanza, bisogna stare attenti a nasconderla accuratamente. Le emozioni sono ladri pericolosi ai quali dare la caccia, i corpi imprigionati nelle modalità regolari di cittadini osservanti all’interno di mura. Dentro i muri si può vivere, ma anche morire. E per le persone, uomini-bestie, nate e cresciute fuori dalla comoda cuccia dello Stato, ci sono fame e malattie, ma anche libertà. Una libertà feroce, sbavante, che è totalmente incontrollata e perciò vietata. Gli uomini-bestie, oltre il muro, privi di controllo e di regole, sono pronti ad amare, a soffrire, a non vergognarsi di avere fame di cibo e di emozioni, di contatti.
In questo mondo asfittico e deprivato emotivamente la ricchezza che Irma scopre e rivendica per sé, il suo io segreto e occulto, desiderante, è la reazione del suo corpo di adolescente al dolore. Unica figlia scelta dalla madre dopo aver restituito gli altri tre allo Stato (che ne è stato di loro, usati come cavie, sepolti a fare lavori pericolosi, polverizzati perché inadatti?), Irma impara le asimmetrie del suo corpo attraverso le punture spinose di una pianta di buganvillee, le cosiddette spine di Santa Rita. E, dietro quella sensazione bruciante, alla vista proibita del sangue che fluisce, scopre il suo senso nel mondo. Il corpo frantumato e ricomposto nel dolore. Le parti separate della sua anima si riuniscono in una sorta di grido trionfale, egotico, quando la sua carne lacerata le appare per quello che è: polpa e parti molli, giunture e pelle scoperta.
Il corpo trova la strada per ricondurla alla parte inesplorata del suo sé più autentico. E trovare Lunes, principino incontrastato del sadomasochismo del mondo che abitano, li rende invincibili. A Lunes è permesso quasi tutto, i soldi della sua famiglia proteggono le sue abiezioni, e trovare la sua vittima perfetta realizza il suo desiderio più perverso. Irma gode attraverso il suo corpo martoriato, umiliato e degradato, le carni putrescenti da piaghe rigorosamente lasciate senza medicazione. Lunes prova l’estasi, paragonabile a quella dei santi cattolici, per come è descritta, a partecipare alla sofferenza auto ed etero inflitta a Irma. Irma si infligge ferite o se le fa infliggere, non le cura, e lascia che Lunes sguazzi nelle sue mutilazioni, nella follia condivisa dell’amore, emozione vietata e per la quale sono previste pene severe.
Siamo prigioni a cielo aperto, viviamo confinati negli angusti recessi di un recinto, una società che ci imbocca e ci avvelena al tempo stesso, che ci impone limiti e confini. I corpi stretti dentro l’alienazione della distanza.
La simbiosi di Lunes e Irma è scandalosa perché è totale, abbatte ogni forma di distanza, non si ferma davanti ai divieti, rincorre il desiderio di far esplodere il corpo in un grumo sanguinante e pulsante di materia organica.
Lunes e Irma infrangono ogni tabù, diventando essi stessi corpi di reato, persone da imprigionare e allontanare. Quello che nessuno ha previsto è l’entropia che governa anche il dominio di Lunes, la sacra capacità di sovvertire l’ordine e di creare il caos.
Questo breve e doloroso romanzo ci trascina oltre ogni idea di cosa e come sia la perversione, i limiti superati e travolti in nome del proprio egoistico sé, una parte oscura e inimmaginabile per la maggior parte degli animali sociali. Gli esseri umani sono questo, ci dice l’autrice, sono incomprensibili e selvaggi, crudeli e spesso attratti da situazioni che la maggior parte del consesso sociale giudica ripugnante o meritevole di pena ed esclusione.
Cosa resterà di noi, noi che viviamo in questo mondo perduto e in città in rovine, spesso estranei a noi stessi, inconsapevoli e circospetti, i nostri corpi che rifrangono la luce, attenti a rivendicare la nostra natura predatoria ingabbiata ed etichettata. Ma, naturalmente, questo non è il nostro solo futuro, ma solo uno dei possibili futuri, uno dei mondi che potremmo creare.
“Il mio viso non si avvicina mai lentamente al suo per baciarla. Non si ferma, non è contemplativo. Non è mai stato così, nemmeno la prima volta. I miei baci le mangiano la faccia, la divorano dentro, la lingua come un’entità extraterrestre che le penetra la testa. I miei baci sono la voglia di possedere l’impossibile.”



