Come si fa a sopravvivere all’infanzia. Immagino che ogni persona abbia opinioni sue personali e spesso incomunicabili sull’isola spaziotemporale che ha abitato con un corpo piccolo, dipendente dagli adulti, dove questi adulti dovrebbero amarti e preoccuparsi per te. E per ogni cosa che gli adulti fanno a un bambino, questi lo assorbe, lo rivive, lo mette in scena, lo subisce. Cerca di non farsi distruggere. Andrev racconta di sé e dei suoi molti finti padri. E di quando alla fine si mette su un treno, ormai adolescente, a incontrare il suo padre biologico. In fondo chi o cosa è un padre, se non chi ti tiene al sicuro, ben oltre la condivisione del patrimonio genetico?
Andrev non è particolarmente scosso dal sapere che il suo patrigno, padre di sua sorella e suo fratello, non è l’uomo che ha contribuito a metterlo al mondo. È incuriosito, e piuttosto sollevato che il Mago delle Piante (così viene soprannominato il patrigno, per l’abilità con le erbe), se ne vada. Non era male ma a volte era manesco e violento. Ogni altro uomo che farà la comparsa nella vita di questa famiglia a pezzi, verrà raccontato con un soprannome identificativo di un’abilità, o una velleità o una professione. Niente nomi anagrafici. Anche gli amici di Andrev vengono identificati con una caratteristica che li renda riconoscibili, come il suo amico che ha problemi di vista ed è chiamato Ciclope. Pochissimi sono i nomi, tranne quelli precisi dei luoghi, delle strade svedesi, fatte di angoli bui e negozi aperti, le imposte socchiuse, la verticalità del verde che ti viene addosso.
La madre di Andrev attira uomini violenti, gelosi e possessivi. È una ragazza libera, un po’ hippie, distratta il giusto, intelligente ma con poca istruzione, e probabilmente bellissima. Cammina nel mondo trasognata, pronta a credere al destino e all’alcool. All’autoindulgenza. Anche lei viene fuori da una famiglia violenta e disfunzionale, e quello che fa è cercare di dare almeno un tetto ai suoi figli. E ci riesce, dopo una serie di false partenze.
Andrev impara ad amare le parole, e a farle diventare la sua salvezza, il modo di tradurre in linguaggio la sua vergogna di essere povero, sempre alla ricerca di approvazione, di qualcuno che non sia un kit di ricostruzione di un padre, e che non lo picchi o sminuisca i suoi desideri. Nel modo tutto originale che ha di mettere su carta la sua sopravvivenza, il suo scendere a patti con cose difficili, poco adatte a un bambino, troviamo un libro fatto di brutalità, gentilezza, sprazzi ironici e gioia. La gioia piccola di essere salvi, almeno da un certo punto in poi.
“D’inverno si vede la differenza tra chi ha e chi non ha. Sono le giacche a vento e le lentiggini da settimana bianca a mostrarla. Ciascuno si porta in giro la propria classe sociale come un guscio di chiocciola. D’estate le differenze evaporano. Per abbronzarsi non c’è bisogno di andare in montagna e si gira in pantaloncini e maglietta. D’estate nessuno può sapere con certezza a che mondo si appartiene. Si è liberi e misteriosi. Io odio l’inverno e adoro l’estate.”



