Certi libri non si accontentano di restare parole su carta ma ti spingono ad aprire con le dita i lembi ancora rossastri di una tua propria personale ed evidente cicatrice, un viaggio dentro il mondo scivoloso e insicuro dei tuoi desideri nascosti. Questo è un libro di quel genere.
Veneri deformi inaugura per Neo la collana Diversioni dedicata a più esplicite esplorazioni verso il memoir, la ricerca di cuori e anime messe a nudo, senza finzioni, prive di ogni pudore o vergogna.
La scrittrice elabora il suo percorso dentro un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato da fasi alternate di anoressia e bulimia, insieme a un bisogno ossessivo di controllo e desiderio di perfezione del corpo. È un interrogativo che mi domina: essere un corpo o avere un corpo? Il corpo è la forma visibile in cui abitiamo dentro questo spazio-tempo, ma è anche il contenitore di un’essenza superiore o è esso stesso il fine ultimo della nostra conservazione?
Digiunare è bello, offre un inevitabile senso di potenza, le dita che sfiorano la pancia liscia, senza la tenera pinguedine della ciccia infantile (c’è anche chi non ha mai avuto nemmeno il grasso infantile, che fortuna), sentendo il solco concavo della sporgenza delle ossa iliache.
E il rito purificante del vomito, dopo una colossale abbuffata fatta di intere scatole di cioccolatini ingurgitati in piedi, con qualcosa di dissonante nell’intera postura del corpo, e di tubi di patatine, può essere ancora meglio del digiuno. Il cibo spazzatura non è nutrimento, sia chiaro, è solo un modo veloce, punitivo e ingombrante di saziare, sia pure per poco, una dimensione di assenza, l’equivalente di un buco. La fame è un modo di stare al mondo. Una fame mai destinata ad essere soddisfatta, perché non avremo mai corpi perfetti tali da superare il giudizio del tempo o il confronto sfinente con altri corpi, che agli occhi di chi è alla ricerca della perfezione assoluta, saranno sempre più meritevoli di attenzioni rispetto al proprio.
Cosa rende per me un corpo bello o desiderabile? Per me la ricerca della bellezza confina con l’imperfezione, la ferita che gronda sangue, la cicatrice esibita o occultata ma senza successo, in controluce. La bellezza gioiosa del corpo risiede nella possibilità, che è un privilegio assoluto, di urlare, mangiare, godere dei colori mischiati di rosso, ocra, dei tramonti viola scuro che conservano un cuore color arancia, sentirsi afferrata, toccata, guardata. Il sudore che affiora dopo una corsa, la pace ruvida dopo il sesso fatto bene.
Il sentimento ansiogeno di perfezione è già di per sé un contenitore di sconfitta: l’umanità consiste nel saper accettare la non levigatezza o la tonicità del corpo, e poi portarlo nel mondo, mostrarlo. Come una sfida o un vessillo da vincitore.
La scrittrice ironizza con il suo stesso bisogno e desiderio, offre immagini di sé rapita e sgomenta, impaurita e instabile, come quando in una stazione si vede inerme e si abbandona a un attacco di panico, incontrollato, di fronte allo sciopero dei treni e ai pressanti orari degli impegni lavorativi che sembrano di difficile adempimento. Eppure, lei sa, sa, che non serve davvero avere un corpo perfetto per essere amate, ma non riesce a sfuggire al controllo ossessivo e metodico del digiuno, degli allenamenti sfinenti, delle camminate di almeno un’ora al giorno. Perché, credo, che provi, con il controllo feroce di orari, scadenze, impegni, di tenere lontano il bisogno del cibo. È strano che quando cerchi di non pensare al cibo tutto il tempo spesso venga organizzato in funzione di esso. E poi, magari, avendo il controllo sul corpo ci illudiamo di controllare le cose infinite che non siamo in grado di controllare: la fine di una relazione, la perdita di un genitore. E quel buco vuoto che urla di essere riempito e poi svuotato e riempito di nuovo, in un cerchio infinito, un cammino di Sisifo.
“Tutta la mia vita è ossessione per gli specchi. Ogni volta che ci guardo dentro sono sempre più cupi. A volte sono coperti di sangue, altre sono solo enormi buchi neri; più spesso assomigliano a dipinti osceni, mucchi di carne informe nei punti in cui dovrebbe esserci il mio corpo di donna.
Lo specchio è bugiardo: non perché la superficie e la luce distorcano l’immagine, non perché i miei occhi siano sempre inattendibili; ma perché quello che mi mostra non è il mio corpo. Il mio corpo è un altro, solo che non l’ho mai conosciuto.
Il mio corpo mi si ribella, sembra quasi decidere da sé quali cambiamenti operare, basandosi sui miei desideri, per disattenderli.”



