“Shittysburg” di Rachele Salvini (Pidgin)

Un romanzo che racconta come non sia mai facile assolversi per aver scatenato furia e rabbia cieca in chi dice di amarti, che ti ha reso felice, e poi ti ha annientato.

Un doloroso racconto sulle ferite dell’amore, sul senso terribile dei legami che ci distruggono mentre ci nutrono. La protagonista è una giovane donna sulla trentina, vittima di violenza domestica e di genere, dopo un ricovero in una struttura per superare l’ansia.

Figlia di una madre single e che non hai conosciuto il padre, passa da una serie di relazioni sbagliate all’altra. Odia vivere in una piccola cittadina del Mid West, che lei chiama Shittysburg (potrebbe essere Gettysburg, teatro della feroce battaglia della guerra civile americana) ma il lavoro che fa le permette di prendersi i permessi per le cure. Sul lavoro ha conosciuto Sam e poi Camel, ma entrambi, Sam in maniera più dolce, Camel in maniera decisamente più rude, le comunicano di avere altri amori.

Sam rimane suo amico, conservando la complicità che avevano, le fa un tatuaggio sul dito medio, e si offre di aiutarla a recuperare gli anelli che le sono stati trafugati da Camel o da qualcuno che lui ha inserito in casa, mentre lei era in clinica. Ma la domanda è: perché lei non riesce a tenere relazioni positive e non tossiche. Il suo ex, in carcere per le violenze che le ha inflitto, è la pietra di paragone di come l’amore possa diventare un cappio, una forma di ferita autoinflitta, una punizione che sente di meritarsi perché ha una autostima talmente bassa che la porta a giustificare, nel modo terribile che crea un legame indissolubile tra la vittima e il carnefice, i comportamenti ingiustificabili. Esiste, nella vita di una ragazza, una persona che percepisce la tua oscurità nel modo confuso eppure chiaro di come la percepisci tu di te stessa. Quella persona è un dono pazzesco, ma è anche la pala che può farti scavare la tua tomba emotiva.

Hai delle relazioni orribili perché sei una persona orribile. Questa è la conclusione della protagonista, l’afflato doloroso della sua anima inquieta. Non è mai facile assolversi per aver scatenato furia e rabbia cieca in chi dice di amarti, che ti ha reso felice, e poi ti ha annientato, violentando non solo il tuo corpo ma la tua anima. Quando sei così ferita finisci con il rimpicciolirti, diventi una macchia sul muro, invisibile. Vuoi sparire per far cessare l’imperfezione, e perché, come un sasso nascosto in gola, e che non si riesce a inghiottire, tu senti che se vieni abbandonata o maltrattata, forse hai fatto qualcosa per meritarlo. Perché siamo così, noi ragazze nate in un mondo che ci ha abituato a essere indipendenti ma non sempre, non del tutto. Abbiamo sempre bisogno dello sguardo approvante di qualcuno che ci dica che siamo degne d’amore, che meritiamo tenerezza e affetto. Quando veniamo tradite spesso incolpiamo noi stesse per aver scatenato quella violenza. È davvero così difficile accettarci, con le nostre imperfezioni, la nostra oscura identità, la nostra luce, i nostri sbadigli soffocati e il nostro bisogno di correre a braccia spalancate verso la luce? Quello che dovremmo fare, forse, è smettere di provare vergogna per le nostre paure, le nostre fragili spalle gravate dalla fatica di vivere senza che nessuno si occupi di noi. E capire che la violenza non è mai giustificabile, mai.

Però questo non è un trattato, ma solo il frammento di una storia, tenera, rabbiosa, e anche buffa. Come una crepa che si spalanca in un muro e lascia arrivare, all’improvviso un fiotto di luce invernale, che macchia d’oro gli oggetti che illumina, per un minuto o due. Di sicuro è una storia che in me ha lasciato echi, e domande ansiogene. Perché anch’io avrei potuto essere come lei, e forse, in modo diverso, ma con la stessa ansia di piacere, gli stessi dubbi sul mio valore umano, lo sono stata.

 

“Ci siamo mangiati a vicenda mentre fuori nevicava. Non abbiamo detto una parola. Abbiamo scopato ferocemente come quegli animali incappati nello stesso territorio desertico, soli, senza traccia di cibo o acqua, privi di tutto tranne del momento in cui ci sentivamo per un attimo di nuovo vicini come una volta, mentre le domande intorno a noi si moltiplicavano, ci premevano addosso mentre ci reggevamo l’una all’altro e cercavamo di venire insieme, più forte che potevamo.”

 

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Marilena Votta

Marilena Votta nasce a Napoli e trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci. Ha pubblicato le raccolte di racconti “Equilibri sospesi”, “La ragazza di miele e altre storie” (Progetto Cultura, 2016) e “Diastema” (Ensemble, 2020), e le raccolte di poesie “Estate” (Progetto Cultura, 2019) e “Quando sono nata ho smesso di essere aria” (Edizioni Progetto Cultura, 2025). Il suo racconto “Fratello maggiore fratello minore” è stato pubblicato nell’antologia “Roma-Tuscolana”. Alcuni suoi racconti sono disponibili su varie riviste on line e cartacee. Nell’ottobre 2021 pubblica il suo primo romanzo, “Stati di desiderio”, con D editore. Del suo rapporto con la scrittura asserisce, convinta, che è il suo posto nel mondo. Scrive recensioni di libri che ama per "Dentro la lampada", la rivista della scuola Genius.

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