“Apriti” di Thomas Morris – Traduzione di Martina Testa (Sur)

I protagonisti di questi racconti sono tutti affannati e teneri alle prese con i loro incubi, rinchiusi nelle loro prigioni emotive, in fase di stand by rispetto agli standard performanti che una certa società richiede alle persone di genere maschile.

Un libro declinato di esperienze di maschi, maschi che si interrogano su cosa significhi essere forti, o romantici o fuori posto o che cercano di capire quale sia il senso di essere maschi. Sono persone perse tra il desiderio di fuga e il bisogno di essere amati, ancorati al suolo ma con speranze che non osano confessare. Sono immersi fino alla gola nella loro diversa solitudine. I protagonisti sono un bambino che va ad assistere a una partita del Galles, in un momento di gioiosa attesa prima di perdere la casa, nel momento magico in cui tutto sembra ancora possibile, il padre che gli stringe la mano, e gli compra le patatine. Gareth è convinto che il flusso della sua energia mentale possa arrivare fino ai calciatori e influenzare il destino della partita. In una giornata di sole, prima che l’età adulta e le privazioni arrivino a reclamare e a ridurre il margine delle sue speranze.

C’è un giovane cavalluccio marino, prigioniero della visione romantica del padre, che sta ancora aspettando la sua compagna. I cavallucci marini sono una specie particolare: è il maschio che, dopo, l’accoppiamento, porta avanti la gravidanza e i nuovi nati che sgusciano via nell’acqua. Il padre del protagonista è innamorato della compagna, sia pure temporanea, e preso dalla responsabilità verso i cuccioli che ha messo al mondo, non se la sente di riaccoppiarsi di nuovo. Piuttosto che affrontare la realtà dell’abbandono devia verso una storia di attesa senza fine, e passa il tempo dipingendo l’immagine della cavalla che lo ha fatto innamorare.

Un ragazzo, Big Mike, viene preso in giro per la sua altezza con un senso ironico tutto britannico, si interroga su come possa fare per essere degno d’amore in un mondo che giudica un corpo prima di dare una possibilità a una persona. È innamorato della sua migliore amica ma ha paura di dire una parola inappropriata e di mettere in pericolo il loro legame.

Geraint va con la compagna in vacanza in Croazia ma non riesce ad essere davvero presente lì con lei, preso dal senso di colpa verso la madre sola, che gli manda messaggi su quanto sia difficile per lei far aggiustare gli elettrodomestici. Preso in un vortice di paura, risulta chiuso come un pugno, preoccupato di non essere abbastanza per la sua ragazza bellissima e simpatica che, in realtà, vorrebbe solo che lui si aprisse un po’ di più. Ma se sei un maschio e nessuno ti ha mai parlato di fragilità e di sentimenti, come fai a non vergognarti di essere indeciso e preoccupato? Così tra loro si apre una serie di piccolissime crepe perché lui non riesce davvero ad aprirsi, a lasciar trasparire uno spiraglio di comunicazione.

Un ragazzo attende con ansia il suo compleanno perché così potrà farsi limare i canini e assumere l’aspetto esteriore di un vampiro, cosa che lui sente di essere.

Sono tutti affannati e teneri i protagonisti di questi racconti, alle prese con i loro incubi, rinchiusi nelle loro prigioni emotive, in fase di stand by rispetto agli standard performanti che una certa società richiede alle persone di genere maschile, o socializzati come tali. Per chi, consapevolmente o meno, si chiama fuori dal giro di criceto sulla ruota, può esserci perdita di status o paure identitarie.

È stato molto bello leggere queste minuscole storie, che ragionano su colori, emozioni e densità di maschi, di fragilità e di lacrime. I personaggi sono tutti sovraesposti, disordinati, in difficoltà, alle prese con domande che non sempre avranno una risposta.

 

“La camicia azzurra che aveva indossato al mattino era un manto alieno, pensato per fra credere alla gente che lui fosse una persona vera. Ma in realtà il vero sé stesso non sapeva neppure dove fosse. Non era più dentro il suo corpo. Guardò di nuovo la propria immagine nello schermo, gli occhi mesti che lo fissavano da lì. Si posò il telefono in grembo e si coprì il viso con le mani. Non c’era via d’uscita. Era bloccato dentro il suo corpo, e il suo corpo era bloccato dentro quel gabinetto, e non aveva dove altro andare. Cominciò a singhiozzare, poi si ritrovò a lanciare un lamento disperato, un verso strozzato che gli partiva dal fondo della gola. Si scattò rapidamente un’altra foto, e si chiese se mandarla a Rhian. Sarebbe stata una specie di prova, qualcosa del genere. Ma sapeva di non poterla veramente far vedere a Rhian, perché lei gli aveva detto che non gli piaceva quando era triste. Era quello il suo destino: sempre costretto a fare la parte dello spiritoso, a offrirsi come bersaglio di ogni battuta.

Tu porti sempre il buonumore, gli aveva detto una volta sua mamma. E da allora era sempre stato così: agli amici stava simpatico solo quando era di buonumore. Ogni volta che si ubriacava e finiva a fare discorsi profondi o tristi, o a lamentarsi di quanto facesse schifo essere alti un metro e sessanta, nessuno voleva starlo ad ascoltare.”

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Marilena Votta

Marilena Votta nasce a Napoli e trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci. Ha pubblicato le raccolte di racconti “Equilibri sospesi”, “La ragazza di miele e altre storie” (Progetto Cultura, 2016) e “Diastema” (Ensemble, 2020), e le raccolte di poesie “Estate” (Progetto Cultura, 2019) e “Quando sono nata ho smesso di essere aria” (Edizioni Progetto Cultura, 2025). Il suo racconto “Fratello maggiore fratello minore” è stato pubblicato nell’antologia “Roma-Tuscolana”. Alcuni suoi racconti sono disponibili su varie riviste on line e cartacee. Nell’ottobre 2021 pubblica il suo primo romanzo, “Stati di desiderio”, con D editore. Del suo rapporto con la scrittura asserisce, convinta, che è il suo posto nel mondo. Scrive recensioni di libri che ama per "Dentro la lampada", la rivista della scuola Genius.

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