“Pelli” di Rachele Salvini (Nottetempo)

La pelle può essere un cartello di vietato l’accesso o di benvenuto, ma siamo noi a scegliere quello che fanno i nostri corpi, le nostre menti. Non siamo vittime, non siamo esuli, o prigioniere all’interno della nostra stessa pelle.

Da sempre la pelle è il nostro confine con il mondo. Il nostro organo separa il corpo dai corpi degli altri. Non a caso Toni Morrison nei suoi romanzi identifica i bianchi come categoria di persone senza pelle, cioè persone abituate a non considerare altri che se stessi, ignorando ogni contesto. Le persone senza pelle sono abituate a prendere e basta.

Questo è lo stile di vita di uno dei personaggi di questo breve ma intenso romanzo, quasi una novella, che affronta la tematica della sopraffazione maschile, della perdita di fiducia, e del riscatto all’interno di un matrimonio. I protagonisti mettono in scena una guerra psicologica tra i generi, dove i vinti sono silenti, schiacciati dal peso delle parole bloccate nel plesso solare, e i vincitori sono fin troppo chiassosi ed entusiasti, le birre e i superalcolici strette nelle mani unte, che brillano alla luce digradante dei tramonti del Midwest.

Zelda è vedova di un chirurgo, Tom, un uomo molto amato e desiderato ma poi diventato ossessivo, violento e dedito all’alcool. Tom ha talmente amato i tagli, il bisturi, che si dilettava di cacciare animali e una volta uccisi, li scuoiava ed esponeva le pelli. Anche di animali che è proibito uccidere, come i puma.

Il loro è stato un matrimonio dove l’entusiasmo e la dedizione sono diventati un lento scivolare, impercettibile all’inizio, ma poi evidente, devastante, verso la violenza verbale e l’umiliazione. Zelda non ha mai avuto un lavoro, è rimasta prigioniera volontaria, perché lei ha responsabilità nell’andamento della relazione, dentro il recinto del matrimonio, del prestigio che la dava essere sposata con un chirurgo, e poi della maternità. Il loro unico figlio Gareth, sensibile e timido, ha cercato di farsi amare dal padre e ha inscenato vari stadi di ribellione, fino a sposare una ragazza nativa americana, una persona diversa da quella che il padre avrebbe desiderato per l’unico figlio ed erede.

Gareth ha finito con l’introiettare i comportamenti repressivi e crudeli del padre, e i suoi abusi con l’alcool. Quando il matrimonio del figlio finisce, Zelda resta a occuparsi della nipotina, Grace, affidata al padre dopo una dolorosa causa per l’affidamento, una bambina lacerata tra la lealtà verso entrambi i genitori e il fatto di essere per metà nativa americana, cosa che ha bisogno di comprendere appieno.

La routine di Zelda, che continua a riflettere sulle sue responsabilità e su cosa può fare con il resto della sua vita, viene interrotta da una eccitata telefonata di Allison, la ex nuora, che le annuncia l’avvistamento di un puma nei dintorni di casa sua. L’esistenza di un animale selvatico, incontrollabile, rompe l’equilibrio di passività/rimpianto di Zelda e funge, finalmente, da elemento catalizzatore verso un nuovo modo, più consapevole, autentico e meno sottomesso di intendere le relazioni. Zelda è stata ed è ancora, sotto la pelle raggrinzita, la tipica ragazza americana del Midwest, una rappresentante, forse inconsapevole ma non innocente, di moglie di un tipico tea party, un uomo brutale e corrotto dentro, che vive esclusivamente per i suoi distorti bisogni e desideri, e che ignora quello che lo disturba, quando non lo distrugge, unica valvola di sfogo l’amore per il pianoforte, che però è rimasto soltanto un hobby, come è giusto che sia per una moglie e madre. Questa visione della donna come angelo del focolare, purtroppo ancora attuale, e la condivisione di essa da parte delle donne, che potrebbero ribellarsi ma non lo fanno, è uno dei motivi dell’attuale situazione americana. I veri valori americani, dove l’appannaggio dei lavori importanti sono ancora di esclusiva competenza maschile e la creatività femminile è relegata a graziosi ruoli ornamentali.

Trent’anni di prigionia emotiva per Zelda si interrompono dopo una serie di confronti serrati con Gareth, accompagnati dalla presa di coscienza della debolezza del figlio. Il fatto di non averlo protetto dalla personalità schiacciante del padre e non aver avuto abbastanza coraggio da andarsene spinge Zelda a rivedere Allison e chiederle scusa per non averla aiutata a lottare per la custodia di Grace. In quelle scuse c’è tutta la vita di Zelda, il ricordo della pelle di un altro puma, che adesso fa sfoggio, come dono, nella casa di Gareth, e delle bugie di cui si è nutrita, all’interno della gabbia asfittica del matrimonio che non ha avuto il coraggio di abbandonare, senza lavoro, senza prospettive e soprattutto senza la libertà mentale che rende una donna capace di sopravvivere.

Forse non è troppo tardi per reagire a una società che ti vuole in un ruolo, e tu accetti quel ruolo perché sembra che non ci sia altra modalità di vivere.

Il puma poi c’è davvero, e fa quello che fanno tutti i puma, caccia e uccide, e in questo lui non ha scelta. Ma una donna sì, può sentire sulla pelle il peso delle cicatrici e dei confini con il mondo, disfare quelli imposti dai doveri e ricrearne di nuovi.

La pelle può essere un cartello di vietato l’accesso o di benvenuto, ma siamo noi a scegliere quello che fanno i nostri corpi, le nostre menti. Non siamo vittime, non siamo esuli o prigioniere all’interno della nostra stessa pelle. Siamo donne consapevoli che non vogliono subire, siamo quelle che si aiutano a vicenda contro gli abusi di genere, siamo quelle che doniamo e poi riprendiamo indietro quando non vogliamo donare più. La nostra pelle, come il nostro sangue, non è un tributo per il vincitore di un torneo, ma è il nostro essere vive dentro questo spazio-tempo. E faremo in modo che nessuno possa dimenticarlo.

 

Zelda aveva tolto le mani dai tasti.

“Mi sembra proprio il caso di insegnargli le canzoni di quel frocio pretenzioso”, aveva detto Tom.

Era rimasta senza fiato. Gareth non aveva risposto, gli occhi su suo padre. Tom aveva la borsa da lavoro ancora a tracolla e mordicchiava uno stuzzicadenti. Lo faceva sempre, nei periodi in cui cercava di smettere con l’alcool.

La stanza era avvolta da un silenzio angosciante. Tom sembrava completamente a suo agio. Aveva lasciato cadere la borsa sul pavimento, poi era uscito.

“Gareth”, aveva chiamato dalla cucina. “Vieni a tirare agli scoiattoli con la fionda?”

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Marilena Votta

Marilena Votta nasce a Napoli e trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci. Ha pubblicato le raccolte di racconti “Equilibri sospesi”, “La ragazza di miele e altre storie” (Progetto Cultura, 2016) e “Diastema” (Ensemble, 2020), e le raccolte di poesie “Estate” (Progetto Cultura, 2019) e “Quando sono nata ho smesso di essere aria” (Edizioni Progetto Cultura, 2025). Il suo racconto “Fratello maggiore fratello minore” è stato pubblicato nell’antologia “Roma-Tuscolana”. Alcuni suoi racconti sono disponibili su varie riviste on line e cartacee. Nell’ottobre 2021 pubblica il suo primo romanzo, “Stati di desiderio”, con D editore. Del suo rapporto con la scrittura asserisce, convinta, che è il suo posto nel mondo. Scrive recensioni di libri che ama per "Dentro la lampada", la rivista della scuola Genius.

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