Una storia che racconta di noi, di come siamo visti attraverso una lente bifocale. Noi italiani. Almeno questa è l’impressione che ho avuto io. L’Italia percepita come colta, o fortunata, o istruita, con delle possibilità di lavori creativi. E invece. Sono, o siamo, tutte persone disperate, chiuse nella solipsistica visione di poter fare la differenza, di essere persone che contano. Il romanzo racconta le storie di una famiglia allargata. Il giornalista di guerra Claudio, i suoi due figli adulti, Stefano e Sandro, la seconda moglie di lui, Sonia, professoressa universitaria in cerca di ispirazione per scrivere un saggio narrativo storico, il fratello Lorenzo, regista, la compagna del regista, giovane e promettente attrice.
Claudio lascia il caos di Roma per una enorme villa nell’Appennino Centrale, Villa Cima, deciso a riprendere le fila della sua anima sparpagliata. Invita le persone che ama a seguirlo.
Ognuno di loro incarna una sorta di stereotipo sconfitto, una figura che sconfina con il grottesco. Sono tutti personaggi in misura più o meno evidente, detestabili, e dai quali, se li incontrassimo, come in uno squarcio della Grande Bellezza di Sorrentino, prenderemmo le distanze. Sandro è a pezzi, perso nella spirale dolorosa della depressione e dell’autolesionismo, un paria per la sua stessa famiglia, dopo che anni prima ha dimenticato il figlio piccolo in auto e ne ha provocato la morte per asfissia. Lui, per me, è il personaggio più umano. Non ha più pretese, è alla deriva, privato ai suoi stessi occhi del diritto alla vita. Nessuno lo capisce, tranne forse Sonia, che lo esorta, con una sorta di psicologia spicciola, a non smettere di vivere.
Stefano è preso dalla sua propria esaltante narrazione in cerca di lustro, fama e potere. Sogna in maniera farneticante di fondare un nuovo partito, che non si identifichi con quelli già esistenti, riproponendo gli antichi fasti italici, di dannunziana memoria, liberale e ispirato al mito di un superuomo al quale tutto è dovuto, il mondo che deve inchinarsi al rifiuto delle regole che per lui non valgono. Ha un amante uomo e una amante donna, li desidera insieme, sottomessi e desiderosi di compiacerlo. La sconfitta per lui ha il sapore amaro dell’umiliazione e non è disposto né a tollerarla, né a perdonare chi vuole infliggergliela.
Sonia non disdegna le attenzioni di un giovane collega, ha due figlie nate dal precedente matrimonio e la sua ricerca di materiale storico si fonde con la fantasia raccontabile del suo mondo interiore. Potrebbe essere una bugiarda o una che ha scoperto nuovi personaggi. Lei non ama la solitudine che il marito Claudio si è imposto, la lontananza invernale e il silenzio. Semmai l’estate fresca e piena di possibilità nei boschi. In una prima passeggiata incontra un orso marsicano, o almeno lei la racconta così, nonostante nessuno le creda, perché gli orsi sono in un territorio parecchio più lontano. Eppure, per lei la vicinanza con quel mammifero solido, naturale, potenzialmente molto pericoloso, l’ha riempita, oltreché di paura, anche di adrenalina pura e non desidera altro che ripetere l’esperienza e sentirsi di nuovo viva e piena di possibilità, di desideri.
E poi c’è Claudio, che vuole mangiarsi il verde della montagna, e scrive lettere alle persone con le quali ha diviso la vita per raccontare la sua esperienza sulla terra. Di queste testimonianze, che riguardano soprattutto la sua esperienza come giornalista nella guerra di Bosnia e del Kosovo, vorrebbe trarre un libro. Le sue confessioni sono sincere, intrise del dolore e del senso di impotenza che prova chi testimonia la morte ma non può impedirla. Prende atto del suo vivere come un padre distratto, che ha trascurato i suoi figli, e si interroga su cosa significhi davvero vivere, essere amato e amare sulla terra. La verità è che la condizione di solitudine è l’unica davvero naturale per un essere umano. Cerchiamo tutta la vita parole adatte a esprimerci e quando le troviamo forse non servono più a raccontare quello che stavamo tentando di tradurre in esperienze condivisibili con gli altri.
È un libro dove il grottesco, il macabro e la profonda malinconia sensibile e dolente di chi scrive si incontrano e danno vita a questa narrazione che preme le dita su una ferita aperta, nel tentativo di arrestare un’emorragia. Claudio prova a essere umano, e probabilmente, almeno alla fine, ci riesce.
“Da quant’è che ci raccontiamo storie?
Poca roba, un numero commensurabile, una montagnola visibile a cui il mio mucchietto aggiunge poco più di nulla. Allora mi giro e guardo avanti, verso quel parto fantasmatico che è il futuro, un Everest del tempo, un’ipotesi di storia che posso divertirmi a far crescere a piacimento, oltre le nuvole, oltre il visibile.
L’umanità non fra cento o duecento anni – che non sarà così diversa da come la conosciamo oggi – ma fra mille, duemila o cinquemila anni. Cosa avremo in comune con quegli esseri? Cosa sentiamo noi verso quegli esseri e cosa loro verso di noi? Un’estraneità completa, rotta al più rotta al più dall’inconsistente curiosità verso l’inutile, o la polvere. In che senso saranno umani? Forse ibridati con la macchina, forse con un diverso concetto di individualità, forse intenti a giocare con spazio e tempo; nulla in comune con me, né un pensiero, né un desiderio, né una paura. E questa estraneità non mi piace, mi intristisce.
È la polvere della dimenticanza quel che mi atterrisce. La vita spreca vite. Una strage di gesti, parole, amori e baci, sorrisi, e pensieri e opere.”



