“La carità carnale” di Monica Acito (Bompiani)

Un romanzo che sfugge alle definizioni, ambientato tra Napoli e il Cilento, rispettivamente terra elettiva e d’origine della protagonista, Marianeve, che vive un misterioso parallelismo con una donna vissuta nel Seicento, Giulia Di Marco.

La diversità è un sicuro biglietto per una vita difficile. Un dono è al tempo stesso una frusta, e quella frusta è unicamente per l’autoflagellazione. Queste cose Marianeve, chiamata così per la criniera leonina completamente bianca, che ricorda certe pellicce morbide dei conigli selvatici, non le sa ancora, ma impara a scoprirlo presto, quando nel minuscolo paesino del Cilento in cui vive, scopre, ancora bambina delle elementari, di riuscire a placare i mal di testa dell’amichetta Lucrezia. Il dolore pulsante di Lucrezia si attenua fino a stemperarsi in una nebbia di dolce stordimento, e questo accade attraverso il corpo e l’energia di Marianeve.

Questo dono la accomuna a Giulia Di Marco, vissuta a Napoli nel Seicento, e fondatrice di una confraternita definita “la Carità Carnale”, perché attraverso i contatti sessuali, riusciva a guarire malanni del corpo e dell’anima. Quel contatto era una forma spinta di preghiera, un modo di onorare Dio attraverso il dono ricevuto e di non sprecare la possibilità soprannaturale di dare un po’ di felicità a persone supplici, fossero ricche o povere, maschi o femmine. La storia di Giulia Di Marco non ha esattamente un lieto fine, come del resto è successo a molte donne vissute in quell’epoca: presa di mira dal Sant’Uffizio, ha visto il suo dono trascinato nel fango, e tradita da chi diceva di amarla.

Passerà del tempo prima che Marianeve, sarà messa a conoscenza del parallelismo con Giulia Di Marco, intanto cercherà di sopravvivere in un posto dove le persone si parlano addosso, tutti sanno tutto di tutti, e la diversità di quella bambina e poi ragazza dai capelli di luce artica, offende e disturba chi non si aspetta l’eccezionalità da una vicina di casa.

Marianeve è la figlia superstite di Sarchiapone e di Elena, detta Miciona, i gestori di un piccolo negozio di alimentari, l’hanno avuta tardi, la considerano un miracolo e ripongono su di lei ogni speranza di una vita migliore, che li ripaghi dalla loro fatica asfissiante, da un lavoro fatto di poche gioie e tanti sacrifici. Sarchiapone è, ovviamente, un soprannome, e in Campania, i soprannomi ti identificano e ti danno sostanza, e Sarchiapone dice molto del papà di Marianeve: un uomo buono al punto da farsi prendere in giro, adatto ad assorbire commenti salaci, sfottò e malasorte. Il talento per il disegno, la propensione allo studio, in un posto in cui le ragazze fanno le braccianti o le cameriere, o aiutano i mariti, rendono Marianeve oggetto di estrema invidia, e quando dopo la brillante conclusione della carriera scolastica, decide di iscriversi all’Università a Napoli, rende evidente al suo piccolo angolo cilentano che lei non appartiene a loro, ma al mondo che la reclama. L’Università è anche l’occasione di sfuggire all’amore tossico del padre, che la idealizza e la idolatra, l’unico uomo che sembra capace di amarla senza riserve.

Napoli è un’ostrica che spurga sale e acqua di mare, un oceano di larve e pesci colorati e predatori, e l’eccezionalità di Marianeve passa, all’inizio inosservata. Abituata a essere la più brava, rimane sconcertata dall’ostilità dei professori, e dall’indifferenza delle coinquiline, che, fuori sede come lei, usano il loro tempo per divertirsi, lontane dal controllo dei genitori. L’isolamento di Marianeve finisce quando incontra Gabriele, afflitto da psoriasi, la faccia abitata da una medusa rossa e palpitante, per la quale nessuno ha trovato mai una cura e che gli ha rovinato la vita. Quando la faccia di Gabriele diventa liscia e perfetta, la voce della capacità miracolosa di Marianeve si diffonde per il centro storico napoletano e presto sull’uscio della casa a via Mezzocannone si ammucchiano fiori, pupazzi, dolci, soldi e desideri. Gabriele le racconterà della vita di Giulia Di Marco, madre delle persone che guarisce, e la spronerà a dare seguito alla magia miracolosa racchiusa tra le sue gambe.

Un romanzo che sfugge alle definizioni, dove la lingua è essa stessa una protagonista, insieme a Napoli, e al Cilento, rispettivamente terra elettiva e d’origine di Marianeve. Il Cilento di montagna, non quello turistico, stretto tra i Monti Alburni e il fiume Calore, è terra arida e assolata, asfissiata dalla mancanza di possibilità e dai fiori di cappero, e Napoli è il luogo destinato a divorarti, la città che ti mangia da dentro, che ti concede per poi toglierti tutto.

Al bisbiglio del vento cilentano si contrappone il chiasso vorace dei vicoli dei decumani, le bestemmie e le voci rauche dei venditori ambulanti, il sudore. Sentiamo la rabbia devastata, la prepotenza, e l’amore, tutto unito in un bolo intestinale che ci restituisce uno spaccato reale di una città vitale e mortifera. La carnalità menzognera e prepotente di Napoli esplode tra le dita del lettore, esplosa in verticali in bellezza e oscurità, dove il rapporto con la magia e i filtri di amore e di morte permea la vita di chi a lei si consegna. La caduta di Giulia e quella di Marianeve sembrano speculari, e come la donna che l’ha preceduta nel dono carnale, anche Marianeve è destinata a sperimentare il tradimento e la perdita.

 

“La notte del Venerdì Santo, Giulia Di Marco, entrò in mare e l’acqua si fece calda. Da lontano il Vesuvio era una bocca che baciava il golfo, con le sue grandi labbra di tufo.

Quando capì di essere molto lontana dalla riva Giulia Di Marco si fermò.

Urlò nella pancia del mare, urlò assai e fece tremare tutte le onde, perché in quei giorni a Napoli si stavano diffondendo due scarogne: una era la carestia e l’altra era lei stessa.

La carità cominciò a gocciolare per i vicoli, come il succo di una fragola matura, e poi si perse e nessuno se ne ricordò più.

Come una brace che non riusciva a morire, la carità carnale si incarnò in una criatura di nome Marianeve, che veniva dal Cilento e non conosceva niente, solo lo sgabuzzino del negozio di suo padre.”

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Marilena Votta

Marilena Votta nasce a Napoli e trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci. Ha pubblicato le raccolte di racconti “Equilibri sospesi”, “La ragazza di miele e altre storie” (Progetto Cultura, 2016) e “Diastema” (Ensemble, 2020), e le raccolte di poesie “Estate” (Progetto Cultura, 2019) e “Quando sono nata ho smesso di essere aria” (Edizioni Progetto Cultura, 2025). Il suo racconto “Fratello maggiore fratello minore” è stato pubblicato nell’antologia “Roma-Tuscolana”. Alcuni suoi racconti sono disponibili su varie riviste on line e cartacee. Nell’ottobre 2021 pubblica il suo primo romanzo, “Stati di desiderio”, con D editore. Del suo rapporto con la scrittura asserisce, convinta, che è il suo posto nel mondo. Scrive recensioni di libri che ama per "Dentro la lampada", la rivista della scuola Genius.

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