È uscito per i tipi di Marotta&Cafiero il romanzo d’esordio di Nunzia Pasqua, L’armadio dei bambini, una storia dei nostri tempi che pare ambientata nel passato dei secoli più bui. Invece la narrazione tratta di vicende reali che si sono svolte fino al 2002 in Svizzera, quando una legge impediva agli adulti, che andavano a lavorare ma anche a vivere nella confederazione, di portare i figli minori con sé. Accadeva così che i piccoli diventassero dei bambini invisibili perché venivano nascosti alle guardie di frontiera e alle forze di polizia locale, se non proprio negli armadi, nei luoghi più nascosti delle abitazioni. Questa storia, che ha riguardato migliaia di bambini, molti dei quali italiani, e che è rimasta quasi totalmente misconosciuta, viene raccontata dall’autrice con grande sensibilità e una lingua limpida e convincente, attraverso le due voci narranti di una madre e di una figlia che dai loro luoghi del cuore, Portici e Napoli, si sono ritrovate spinte dal bisogno ad emigrare. Mi è sembrata l’occasione giusta di parlare con Nunzia Pasqua e farmi raccontare come è nato e come ha scritto questo romanzo.
Proprio all’inizio del libro mi colpisce la frase di Natalia Ginzburg che hai inserito come esergo: «L’importante è camminare e allontanarsi dalle cose che fanno piangere», perché l’hai scelta?
Ammiro moltissimo Natalia Ginzburg e trovo il messaggio di questa sua frase molto forte. Secondo me l’autrice ci invita a riflettere su quello che ci ferisce e vuole comunicarci che talvolta l’allontanarsi non è una fuga, ma l’unica concreta possibilità di prendere le distanze da situazioni che fanno soffrire e da relazioni che soffocano. Un messaggio sempre attualissimo.
Si alternano due voci femminili, quelle di Adele e di Giovanna, chi sono?
Adele e Giovanna sono una madre e una figlia in fuga, due donne che camminano per allontanarsi dal dolore in cerca di una possibilità. Entrambe sono alla ricerca di una vita serena e dignitosa.
Hai scelto l’alternanza delle tue voci perché presenta un doppio punto di vista: da una parte quello della bambina che è tutto sommato ancora infantile, alla scoperta del mondo; dall’altra quello di Adele che del mondo conosce e teme le insidie?
Dopo averci riflettuto a lungo ho scelto di dare il doppio punto di vista a tutta la storia. Mi pareva importante mostrare gli eventi attraverso angolazioni diverse: quello di un adulto consapevole e disperato, quello di una bambina innocente e spaventata.
Quanto c’è di autobiografico in questa storia?
In questa storia non c’è quasi nulla di autobiografico. Parlo di una storia vera, romanzata e ambientata nella mia città perché avevo la necessità di raccontare di luoghi che conosco. La vera storia appartiene a una giovane donna abruzzese emigrata a Zurigo negli anni sessanta. L’unico riferimento personale è quando racconto dell’incidente ferroviario di Balvano, quello fa parte della storia della mia famiglia. Una tragedia dimenticata, in una pagina del passato di cui abbiamo perso memoria.
Chi è Enrico Tittaferrante?
Enrico Tittaferrante è una persona speciale. È stato un bambino invisibile e io ho avuto la fortuna di conoscere la sua storia. Ha avuto la generosità di condividere con me emozioni, pensieri e turbamenti che ho cercato di riportare in questa storia.
La vita degli emigranti italiani in Svizzera era un’esistenza di solitudine? E i bambini erano i più solitari?
La vita degli emigranti italiani in Svizzera è stata difficile, dura e solitaria perché il distacco radicale dalle proprie origini, dai propri riferimenti culturali era amplificato dalle barriere linguistiche e dalle difficoltà di inserimento nel Paese di arrivo. Per i bambini era ancora più difficile perché per loro la solitudine era anche fisica e reale e di conseguenza ancora più dolorosa.
In quarta di copertina c’è una bella presentazione di Maurizio De Giovanni, che sottolinea quanto sia terribile costringere un bambino a non poter parlare, esprimersi, perfino farsi vedere.
Maurizio de Giovanni, l’immenso e generoso scrittore in poche parole è riuscito a trasmetterci il dolore di un’infanzia costretta a vivere “in punta di piedi”. Di questo gliene sarò per sempre grata.
Fin da quando l’ho sentito la prima volta, ho trovato il titolo L’armadio dei bambini molto suggestivo, com’è nato?
Il titolo L’armadio dei bambini è stato scelto dall’editore per due motivi. Perché nel romanzo Adele si rivolge a Giovanna dicendole di non fare rumore, e minacciandola di chiuderla nell’armadio in caso contrario. È una frase che purtroppo spesso i genitori rivolgevano ai bambini per farli stare in silenzio. L’altro motivo che trovo molto vero e quello del doppio. Rosario Esposito la Rossa, l’editore mi ha raccontato che lo ha fatto riflettere il doppio punto di vista della storia. Perché l’armadio ha la doppia funzione, quella di nascondere e proteggere allo stesso tempo. Nell’armadio custodiamo e allo stesso tempo nascondiamo quello che per noi è prezioso. Adele faceva lo stesso: nascondeva la sua bambina nell’armadio per proteggerla.
C’è una descrizione molto riuscita con bella sintesi della reclusione di Giovanna: «Bambina che aveva come unico mondo una stanza buia e silenziosa e come panorama un pezzo di cielo grigio, ferrigno e offuscato: l’unico che riusciva a sbirciare di nascosto dalla finestra della casa di Zurigo». Ha visitato quei luoghi per scrivere questa storia?
Si, ho visitato i luoghi, ho rifatto il viaggio di Giovanna e Adele, sono stata in Val Cavargna, a Como, ho attraversato la frontiera a piedi al passo San Lucio così come hanno fatto le protagoniste del romanzo. Sono stata più volte a Zurigo per vivere, capire le atmosfere del posto.
Tra i ringraziamenti hai inserito anche noi di Genius, scrivi che grazie alla scuola di scrittura sei riuscita a trovare la voce per raccontare. In che modo la scuola ti ha aiutato?
La scuola Genius mi ha aiutata sin dall’inizio. Dal primo momento mi sono sentita incoraggiata, apprezzata e mai giudicata. Inoltre, mi ha aiutata a comprendere che non è mai troppo tardi per realizzare un sogno. A livello tecnico è stato importante comprendere che anche nella scrittura esistono delle regole narrative che aiutano a trasformare il caos delle idee in un progetto coerente e armonioso.



