Una generazione di expat, quella delle protagoniste del romanzo, che tra i venti e i trenta, vanno a vivere e lavorare all’estero, fanno progetti, e li disfano, non senza sofferenza, o perdite o lutti.
Irene e Ottavia sono due amiche che si sono scelte all’inizio del Liceo Classico, scelta scontata per Irene, figlia di una professoressa universitaria storica del femminismo, e appartenente alla solida borghesia torinese, e rivoluzionaria per Ottavia, figlia di una madre single, vissuta con poco in periferia. Mentre per Irene i libri sono compagni di vita, per Ottavia rappresentano lo sfogo e il rifugio da una realtà che non la rappresenta. Il loro legame, come succede spesso durante l’adolescenza diventa praticamente simbiotico, escludente. Fanno quello che fanno tutte le ragazzine, si scambiano consigli e vestiti, fanno le vacanze insieme, si passano i compiti. Entrambe sono figlie uniche, e Ottavia trova nella madre di Irene, Teresa, un’amica adulta che la fa sentire al sicuro, più della sua di madre, istruttrice di ginnastica.
Un’amicizia durante l’adolescenza è più dell’amore: la tua amica è altro da te, eppure ti capisce anche senza che tu parli, e insieme sfidate le asimmetrie familiari e sociali. Insieme non avete bisogno di nessuno.
Con lo sbocciare dei corpi esplode anche l’ebbrezza della sperimentazione, e Ottavia è decisa a prendere a morsi la condizione svantaggiata della sua working class e rivendica la bellezza come un passaporto per entrare nel mondo privilegiato dei ragazzini benestanti. Irene rimane un po’ in disparte, decisa a non farsi sottrarre l’attenzione dell’amica, anche quando il rappresentante d’istituto, Pietro Garzanti, per il quale lei ha una grande cotta, le preferisce Ottavia.
Con l’inizio dell’Università le differenze di estrazione sociale diventano incolmabili: Irene si trasferisce a Utrecht, e poi ad Amsterdam, decisa a specializzarsi in climatologia, e Ottavia si iscrive a medicina. Con l’andare del tempo però emergono molte crepe nel legame: Ottavia si smarrisce, resta indietro con gli esami, e capisce che la sua eccezionalità era relativa solo al pezzetto di mondo che l’ha cresciuta. Se in un paesino di non lettori, diviso tra il cinema, la festa di piazza e la passeggiata il sabato, lei era un’eccellenza, nel regno degli studiosi non spicca più, si confonde nella massa anonima di quelli che iniziano ma arrancano, e alla fine si arrendono.
Irene all’estero mantiene la sua media impeccabile e Ottavia, rimasta a Torino, si ritira da medicina, mortificata, confusa. Conosce un professore di storia dell’arte collega di Teresa, molto più grande di lei, e consuma mesi persa in una relazione clandestina che la inghiotte. Nella casa di Alessandro, Ottavia perde la sua corazza e si innamora, prigioniera di lenzuola non sue, attorcigliata nel corpo come lo è nella mente, divisa tra brama e frustrazione.
Quando la storia finisce e Ottavia va incontro anche al secondo fallimento universitario, raggiunge Irene ad Amsterdam, per trovare un nuovo centro. La metamorfosi di Ottavia inizia da qui, quando a un certo punto smette di credere nel futuro che Irene si sta impegnando a realizzare e decide di concentrarsi sulla mindfulness, sulle energie che connettono anima e corpo. È come se Irene si fosse concentrata sull’immagine, mentre Ottavia avesse scelto una visione più autentica di sé.
Anni dopo, Irene torna a Torino alla fine del post dottorato a New York, ha rotto con il suo fidanzato, e si ritrova a una festa di ex compagni di classe dove rivede Pietro. Con Ottavia non parla più da anni, la sua amica l’ha ghostata con discrezione, mantenendo però i contatti con Teresa, che non esita a definire l’ex amica del cuore di sua figlia “una cara amica”. Perché Ottavia ha rotto i rapporti con Irene? E cosa sono i giorni futuri che danno il titolo al romanzo? Per me i giorni futuri del titolo sono quelli che raccontano di una generazione vorace, alla quale è stato promesso il mondo, e che poi si è scontrata con le difficoltà economiche, l’ansia da prestazione costante, quasi una seconda pelle. Spesso a fronte di gravosi impegni studenteschi ci si deve accontentare di stipendi miseri, e ridimensionare aspettative e desideri. In questo senso Ottavia si dissocia dal prestigio sociale inseguito, dalla stima del mondo accademico: si mantiene con il lavoro di content creator, con i suoi seguitissimi video di istruttrice di yoga, una modalità di vita che Irene reputa infantile o comunque inadatta.
La bugia del capitalismo occidentale è lo tsunami di Irene: nessun impegno ha avuto come ricompensa un lavoro adeguato, un amore stabile, svelando la realtà di sentimenti e relazioni liquide, confuse, dove ognuno cerca di prendere le distanze dall’altro, senza pronunciare parole pericolose che creino legami.
I giorni futuri per i quali Irene si è spesa sono un inganno, un velo di Maya che, finisce con lo svelare il suo mondo illusorio e disancorato da ogni certezza. Questo è un libro sulle disillusioni frontali, sulla consapevolezza della nostra stessa impermanenza, su quell’inganno brutale che è la giovinezza, che non siamo mai attrezzati a vivere quando la viviamo. Ma è anche un libro di ritrovamenti miracolosi, dell’umanità fragile che è salvezza dopo la distruzione, l’amicizia che è un posto emotivo sicuro, una casa alla quale tornare.
“La prima bugia era siamo uguali, la seconda era tutto questo non cambierà. La terza era la devozione, la quarta la fedeltà. A essere vero però era l’amore: improvviso e inaspettato, travolgente.
Eccole lì, quattordici anni appena. Ottavia era entrata in classe e stava ferma impalata, non sapeva dove sedersi, poi l’aveva vista. Seduta in seconda fila accanto alla finestra, i capelli scuri e gli occhiali grandi, la ragazza e il suo astuccio viola che rifrangeva la luce che entrava da fuori: la scomponeva in raggi rosa, gialli e verdi.
Quando le aveva chiesto Scusa è libero? indicando il banco vuoto accanto a lei, la ragazza aveva sciolto l’espressione accigliata (quella che metteva spesso su mentre stava assorta) in un sorriso e le aveva detto Sì, e poi aveva aggiunto Io sono Irene. “



