Parliamo del romanzo “Ai confini del vento” con Nina Quarenghi

"Per scrivere questo romanzo ho studiato tanto, ho letto, mi sono documentata. I libri di memorie dei confinati e delle confinate, in particolare, mi hanno aiutato a costruire la drammaturgia, perché il ricordo seleziona già gli snodi più interessanti del passato e io ne ho scelti alcuni e ho cercato di armonizzarli in modo coerente".

Nina Quarenghi è tornata in libreria con un romanzo storico appassionato e appassionante, Ai confini del vento (Mondadori 2026). A me che ho assistito al suo esordio e l’ho accompagnata alla scoperta della sua voce narrativa, quando ha pubblicato il suo primo romanzo, Cuore agro (Arkadia 2018), la cosa fa particolarmente piacere. Perché trovo il romanzo storico un genere affascinante, perché questo racconto di Nina Quarenghi riguarda una pagina eroica benché in un certo senso quotidiana della resistenza al fascismo, perché è ben scritto e fa risaltare ai nostri occhi personaggi reali e immaginari come se li vedessimo davvero. Nel frattempo Quarenghi ha curato un’opera importante, Registri di classe (Garzanti 2023), che raccoglieva i diari di classe del poeta e maestro elementare Giorgio Caproni e ha continuato un impegno su tre fronti, scolastico da insegnante, storico e letterario. Ai confini del vento racconta di una donna, Ines, arrestata perché antifascista e mandata al confino nelle isole pontine durante il regime mussoliniano. Tra le poche donne presenti e alcune figure storiche dell’antifascismo italiano si snoda una vicenda di solitudine e resistenza, che resta comunque ancorata alla realtà esistenziale di Ines, madre e moglie separata dai suoi cari, imprigionata senza mura dal mare che circonda le isole. Ne parlo con Nina Quarenghi.

Ines Molinari, la protagonista del tuo romanzo, è una persona realmente esistita?
Ines Molinari è un personaggio di fantasia ispirato a una donna realmente esistita. Si chiamava Maria Baroncini, era una militante antifascista confinata a Ponza e a Ventotene, e a lei ho dedicato il libro. Ines incarna i sentimenti di Maria, ma anche quelli di altre figure che ho incontrato nei miei studi. Il nome l’ho scelto per un motivo storico e uno letterario: il primo per onorare la staffetta partigiana Ines Bedeschi, torturata e uccisa dai nazisti, e il secondo perché ho amato il romanzo Inès e l’allegria di Almudena Grandes e tutta la sua epopea letteraria sulla resistenza anti-franchista.
Per questo libro si è parlato di una storia di donne, anzi qualcuno ha scritto, di “sorellanza”, sei d’accordo?
Sono d’accordo ma in parte, nel senso che la “sorellanza”, pur essendo presente, non è il cuore del romanzo. Il cuore è la storia di una donna che cerca di non perdere sé stessa, dopo che la dittatura le ha tolto la libertà e gli affetti più cari. Intorno a lei c’è un coro di voci sia maschili che femminili; certamente queste ultime sono le più evidenti, ma solo perché il cerchio più vicino a Ines in quel momento è quello delle altre confinate politiche.
Che cosa volevi raccontare, c’era qualcosa che volevi rimanesse nella mente del lettore?
Volevo raccontare quello che è rimasto più nella mia, di mente, quando mi sono imbattuta in questa vicenda: la storia di una maternità mancata.
Volevo raccontare anche l’imprevedibilità della natura umana, la diversità degli intenti, le motivazioni dietro a scelte apparentemente incomprensibili. Pur nella cornice chiara di oppressi e oppressori ci sono le sfumature umane delle scelte minori, come il tradimento del fuoco amico che colpisce Ines in modo non meno doloroso delle umiliazioni subite dai fascisti. Nel microcosmo di un’isola di confino le sfumature emergono più facilmente.
Ines si trova in una condizione umana terribile, come fa a sopravvivere rimanendo se stessa?
Ines è eroica, nel senso mitologico del termine. Gli antifascisti durante il regime lo sono tutti. Sacrificano senza esitazione la vita privata per lavorare per l’ideale. Nelle loro memorie non parlano di “lotta” né tantomeno di “missione” ma di “lavoro” che poi è lo stesso termine che troviamo nel primo articolo della nostra Costituzione, qualcosa che è giusto e necessario fare, il compito che non puoi non eseguire. Persone così, pur avendo dei sacrosanti momenti di sconforto, non si perdono mai del tutto e più il buio intorno a loro s’infittisce, più brillano.
Una delle donne, Rossana, è una maestra, a un certo punto fa nascere una sorta di scuola con una frase molto bella nella sua semplicità: “Io sono maestra, loro sono bambini. Non è che serve altro per fare una scuola, no?” Quanto peso ha il tuo lavoro d’insegnante nei tuoi testi?
Pesa enormemente, tanto che il mio primo romanzo, come tu ben sai, è la storia di una maestra e il mio ultimo saggio riguarda l’esperienza di insegnante del poeta Giorgio Caproni. La mia quotidianità è fatta di scuola, essendo io una professoressa da ormai 25 anni, e questo orizzonte torna in ogni mio scritto. Mi ci trovo a mio agio, sento il suo richiamo e se non entra dalla porta, lo fa dalla finestra, come quella di Rossana e dei suoi bambini.
Nel libro ci sono diverse figure di personaggi storici realmente esistiti, è stato difficile integrarle con la narrazione romanzesca? Come hai fatto?
La cosa è avvenuta con naturalezza. Per scrivere questo romanzo ho studiato tanto, ho letto, mi sono documentata. I libri di memorie dei confinati e delle confinate, in particolare, mi hanno aiutato a costruire la drammaturgia, perché il ricordo seleziona già gli snodi più interessanti del passato e io ne ho scelti alcuni e ho cercato di armonizzarli in modo coerente; in tutto questo si è innestata l’immaginazione che mi ha permesso di colmare i vuoti della scrittura memorialistica, per esempio le emozioni, i dialoghi, i personaggi secondari, i dettagli del paesaggio…
In questo romanzo si parla di confino nelle isole pontine, una situazione apparentemente migliore di quella del carcere, al posto delle mura ci sono soldati e c’è il mare. Che vite hai raccontato?
Ho raccontato vite perlopiù giovani frustrate dalla mancanza di libertà, censurate nell’espressione di sé, del proprio pensiero, della possibilità di movimento. E d’altra parte ho raccontato vite che il regime ha voluto cancellare dalla scena pubblica, mentre loro, come acqua che penetra il terreno carsico, hanno continuato a scorrere sotto la superficie per emergere poi ancora impetuose.
La vicenda si sposta da Ponza a Ventotene e qui entra in gioco nel nostro immaginario il disegno dell’Europa pensata da – tra gli altri – Altiero Spinelli. Pensi che abbia ancora una funzione fertile nella nostra realtà attuale?
Penso che l’idea di un’Europa federalista teorizzata nel manifesto di Ventotene sia stata molto fertile, infatti si è sviluppata e regge ancora oggi e credo che continuare a parlare di unità e di pace sia l’unica soluzione possibile nella nostra realtà attuale. Ma allargherei ulteriormente il pensiero. Cioè, la soluzione non è di ricompattarci come Europa per difenderci dal resto del mondo, ma ricompattare tutto il mondo contro i mali del mondo stesso. Per me l’unico confine da difendere dovrebbe essere quello del globo, con buona pace dei rigurgiti nazionalisti attuali.
Sei una storica e parti dalla Storia e dalla realtà di persone vere per immaginare le tue narrazioni, come nel precedente Cuore Agro, perché?
Perché la storia mi stupisce sempre e trovo che sia un serbatoio di narrazioni più interessanti di qualsiasi opera di pura fantasia. Ma d’altra parte esiste un’opera di pura fantasia? E anche la storia non è in qualche modo intrecciata all’immaginazione? Penso che ogni fonte sia la testimonianza di una persona che riporta un fatto secondo il suo punto di vista. A sua volta lo storico, anche il più corretto e il più fedele alla testimonianza, interpreta con la sua sensibilità la voce di un suo simile del passato, che ha raccontato qualcosa a modo suo. E la catena continua in un sovrapporsi di prismi che modellano la vita passata, la quale, per sua natura, non può tornare, può solo essere ricreata sulla base di tracce.
Dunque perché mi devo sforzare di immaginare qualcosa di inedito se la realtà storica fornisce infiniti sentieri da seguire, che sono già in qualche modo impastati d’immaginazione?
Se volessi scrivere una storia non collegata a eventi storici, ma solo d’immaginazione, quale epoca sceglieresti? L’oggi o un tempo passato? E quale genere?
Ormai credo che non mi muoverò più da questo stile. Mi frullano troppe storie in testa, tutte legate a vicende in cui mi sono imbattuta nelle mie ricerche, che stanno in fila nel cervello aspettando, piuttosto impazientemente, il loro momento per uscire. Ma se proprio proprio con grande sforzo di fantasia mi dovessi staccare dai miei amati documenti, mi butterei sulla fantascienza, perché nel tempo presente mi trovo a disagio, tutto questo polverone mi offusca la vista. Potrei raccontare la storia di uno storico del 3000 che fa storia senza più storie da raccontare, perché i documenti scritti non esistono più. Che ne dici, potrebbe essere una buona idea, Genius?
Ah, io la leggerei, Nina!
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Paolo Restuccia

Scrittore e regista. Cura la regia della trasmissione Il Ruggito del Coniglio su Rai Radio2. Ha pubblicato i romanzi La strategia del tango (Gaffi), Io sono Kurt (Fazi), Il colore del tuo sangue (Arkadia) e Il sorriso di chi ha vinto (Arkadia). Ha insegnato nel corso di Scrittura Generale dell’università La Sapienza Università di Roma e insegna Scrittura e Radio all’Università Pontificia Salesiana. È stato co-fondatore e direttore della rivista Omero. Ha tradotto i manuali Story e Dialoghi di Robert McKee e Guida di Snoopy alla vita dello scrittore di C. Barnaby, M. Schulz.

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