Secondo classificato della II edizione del premio Neo, questo libro è un coming of age, un tenero e al tempo stesso violentissimo romanzo di formazione, dove il bisogno potente della ricerca di sé si fonde con il tentativo a volte maldestro di superare la ferita del non-amore, di non essere abbastanza credibili o simpatici o amabili. Nicoletta è una ragazzina stramba, di quelle senza seno, che si veste con vestiti smessi dai grandi, pantaloni rimboccati alle caviglie e sdruciti, un cappello a visiera che le nasconde la fronte e gli occhi curiosi, aperti, pronti a valutare e affrontare il mondo. Vive in una minuscola cittadina piemontese, a ridosso di montagne e aria pulita, brama l’aria nera e malsana di Torino, il posto dove succedono le cose. Quella cittadina, con gli sguardi di tutti pronti a giudicarla, a metterle un’etichetta addosso, non le piacciono, ma sono pur sempre il suo mondo. Quando nasciamo e dove nasciamo non lo scegliamo, e lottiamo tutta la vita per crearci un nostro sé, un nostro posto nel mondo. Il suo migliore amico è Cosimo, un ragazzo taciturno: entrambi godono del particolare privilegio riservato agli esclusi, ai ragazzi e alle ragazze che non si omologano. Vengono presi in giro, in una forma che rasenta il bullismo, ghettizzati e ostracizzati. Ma a loro non interessa molto. I loro compagni di scuola non sono interessanti, sono spesso dei ragazzini che hanno rinunciato, prima ancora di essere adulti quando le responsabilità ti franano addosso, a nutrire grandi speranze.
Nicoletta ha un’adorazione per la sorella di Cosimo, Angelina, la sua intelligenza e le sue riflessioni. Angelina, con la sua bellezza da non mettere in discussione, le sembra una forma di rivincita personale, al modo che abbiamo avuto tutti di pensare che se una persona figa ci dà attenzione, allora non siamo poi così disastrose e inaccettabili. La tragedia personale della vita di Nicoletta è l’implosione della sua infanzia, avvenuta a 9 anni, quando la madre è rimasta incinta di sua sorella Giulia. Nessuno lo dice apertamente, ma nel parto qualcosa è andato storto, la madre è tornata a casa zoppa, con una galoppante depressione e la pressoché totale incapacità di toccare con affetto la prima figlia. Nicoletta oggi chiama la madre “quella lì”, il suo modo di difendersi dal rifiuto, dalla rabbia che le viene riversata addosso, lo sguardo distolto, e mai nessuno che la tocchi in maniera gentile.
La monotonia delle giornate scolastiche riempite di scherzi di cattivo gusto, spinte e insulti, viene interrotta dalla presenza, come ogni anno, dall’arrivo del circo. Del circo fa parte Nadir, un ragazzo rom dagli occhi verde palude, che vive in una roulotte, e non è toccato dagli insulti dei gagi, e dalla loro ridicola alterigia.
Succede che Nicoletta veda una trapezista e si convinca, vista la somiglianza, che quella donna sia la madre, prima di avere Giulia, prima che il disastro naturale del secondo parto la allontanasse da lei. La madre che aveva e che continua a cercare, quella che le voleva bene. Di quel cambiamento di cui nessuno le parla mai chiaramente lei si è sempre sentita in colpa, come se essere una bambina non bellissima fosse un delitto che ha come contropartita l’essere bandita dal regno dell’amore familiare.
Avendo in mente la frase di Gagarin che, lanciato nello spazio, a chi gli chiedeva com’era tutto visto da quella distanza, pare abbia risposto “Il cielo è nero la Terra è blu”, Nicoletta cerca il suo posto nel mondo, tra crisi, desiderio di contatti e primi baci, riflessioni filosofiche e osservazioni sulle storie d’amore degli altri.
La sua rabbia, il suo bisogno di esistere, di essere reale agli occhi del mondo, me la rendono molto cara. Non ero proprio come lei, ma di sicuro il mio amore per la lettura e la mia convinzione che i personaggi su carta fossero più interessanti dei miei coetanei, non mi rendevano la ragazza più popolare della scuola. Così potrei dire che questo è un libro di fratture, di ferite aperte che lasciano sgorgare stille di sangue, e che poi, con fatica si richiudono. Le cicatrici in vista, evidenti, che attraversano corpi visibili e invisibili, il senso ultimo del nostro stare al mondo, la nostra sopravvivenza.
“Poi, quella notte, però, non riuscivo di nuovo a dormire, per tutta l’attesa che avevo per il giorno dopo e poi, per peggiorare le cose, si erano aggiunti i sensi di colpa. Chissà se aveva ragione Dario, che la colpa bisogna che non ci facciamo schiacciare, se no non serve dice lui. Ma come si fa? La colpa ha proprio questa come caratteristica, che ti schiaccia, è un dato di fatto, cioè se ci fosse una colpa così, leggera, che quasi non la senti, allora secondo me si chiamerebbe in un altro modo; invece, quella che si merita quel nome, il nome di colpa, ti fa respirare male da quanto ti pesa addosso, e più fa buio, più sei solo, più pesante diventa. Ve lo dico per esperienza personale.”



