È arrivato in libreria da pochi giorni l’esordio letterario di Massimo Mazzoni, Il privilegio del diavolo (Ronca editore 2025), un romanzo poliziesco scritto da un autore che i poliziotti li conosce bene. Massimo è un uomo dall’aspetto rassicurante, ma con lo sguardo di chi ha scrutato i lati più oscuri dell’animo umano, perché li ha visti nel suo lavoro in polizia, il che l’ha portato anche a collaborare e a scrivere sceneggiature per il video. È stata la scrittrice Tea Ranno (che vedete con lui in fotografia in questa pagina) a presentarmelo e ho subito pensato che avrei potuto farmelo amico per farmi suggerire qualche scena o trucchetto per i romanzetti pseudo polizieschi che ogni tanto scrivo io, oppure per suggerire soluzioni reali per i gialli noir degli allievi di Scuola Genius. E lui – oltre a rispondere alle mie richieste con inappuntabile gentilezza – ha finito per scrivere e pubblicare questo romanzo, noir, emozionante, che si fa leggere senza fatica e ti lascia nella mente immagini forti. Come scrive un signore che di polizieschi se ne intende, il produttore televisivo e cinematografico Pietro Valsecchi: “È un romanzo che interroga il lettore, che lo costringe a chiedersi cosa significhi davvero ‘fare giustizia’ e fino a dove ci si possa spingersi per ottenerla”. E allora eccomi a parlarne con Massimo Mazzoni sul suo romanzo Il privilegio del diavolo.
Tu hai lavorato dietro le quinte di sceneggiature e trame di successo, che effetto ti fa firmare una storia tutta tua in prima persona?
È una sensazione diversa. Ho scritto e anche firmato soggetti e sceneggiature, ma sono stato comunque dietro le quinte perché sempre guidato o affiancato da bravissimi professionisti. Scrivere da solo è stato più impegnativo, non solo dal punto di vista tecnico ma anche emotivo, ho provato una forte sensazione di libertà, ma anche di responsabilità.
È stato difficile passare dalla sceneggiatura alla narrativa?
Molto difficile, e qui sono stati d’aiuto Paolo Restuccia e Tea Ranno, che mi hanno fatto comprendere da subito che la narrativa, a differenza della sceneggiatura, non è seguita poi da immagini, quindi ho faticato per tradurre in parole quelle parti di racconto non filmabili, come lo sono le percezioni sensoriali, i rumori, gli odori, i silenzi, le espressioni e per farlo, qualche volta, mi sono avvalso della scrittura in corsivo, dove ho evidenziato i pensieri del protagonista.
Come nasce l’idea di questo romanzo? È tratto da una storia vera oppure è una somma di diversi fatti reali o di fantasia?
L’idea nasce da una serie di esperienze che, almeno per me, culminano in un dubbio: Cosa pensare quando la “cosa giusta” non coincide con la “giustizia”? La storia non è vera, tantomeno autobiografica, ma è ispirata a fatti veri. Tutto ciò che racconto, in tempi e modi diversi e con protagonisti differenti, è avvenuto. Anche quello che può sembrare frutto di fantasia ha un fondo di verità, soprattutto i comportamenti e i meccanismi mentali dei due investigatori.
In che modo hai inventato i tuoi personaggi?
Non li ho inventati del tutto. Come i fatti, anche i personaggi sono ispirati a persone vere. Poi, come sempre accade nella scrittura, qualche personaggio cresce da solo, assume un ruolo sempre più importante nella storia, si impone, si ribella e aiuta l’autore a delineare gli altri, a far emergere aspetti e caratteristiche che neanche immaginava che avessero.
Il privilegio del diavolo sarà un romanzo singolo oppure pensi già a una serie?
In realtà, questa è la terza storia che ha per protagonisti i due investigatori, Sandro e Piero. Diciamo che le altre due, ancora nel cassetto, mi sono servite per delinearli meglio in una storia che non è solo un poliziesco, ma una denuncia sociale, perché troppo spesso i genitori perdono il controllo dei figli, anche avendoli tutto il giorno davanti ai loro occhi.
Tu hai avuto una vita professionale nella polizia, probabilmente conosci tutto di quel mondo, trovi che i libri gialli lo rappresentino nel modo giusto?
In un giallo il lettore cerca di scoprire una verità, di ricostruire un fatto misterioso, di indovinare l’assassino, insomma vuole sentirsi investigatore ed è giusto così. Io ho voluto raccontare quello che non fa notizia: le attese, gli errori, gli scontri, le paure, le rabbie, insomma tutto quello che è dentro un’investigazione reale e non intorno. In fondo, sono queste a portare alle considerazioni importanti e a prendere delle piste. Credo che i giallisti che li rappresentino nel modo giusto siano quelli che hanno vissuto quest’esperienza, da dentro o da fuori. Penso a De Cataldo, a Carofiglio, a Lucarelli e a quelli che non scadono nella semplificazione o peggio nella spettacolarizzazione.
E le serie tv che adesso vanno tanto di moda sono più o meno accurate dei romanzi?
Le serie TV hanno dei vincoli che spesso tradiscono la realtà più della narrativa. Quando vediamo che in un pedinamento la macchina che segue è visibile a quella pedinata, oppure che i buoni arrivano sempre al momento giusto o che alla fine il colpevole, pur in assenza di prove schiaccianti, “fortunatamente” crolla e confessa, ecco queste sono semplificazioni purtroppo necessarie, perché le tecniche televisive e cinematografiche non possono permettersi complessità e ambiguità.
Tutti i media e i social sono stati investiti dalla passione del pubblico per i cosiddetti true crime, cioè quelle ricostruzioni di delitti veri, con ricostruzioni talvolta alternative alla realtà processuale, tu cosa ne pensi?
È inquietante, perché è uno spettacolo dove si gioca sulla vita delle persone, non sempre è cronaca. Allo spettatore piace perché ha l’impressione di fare un viaggio nel male senza dover temere di sporcarsi le mani, dimenticando il dolore delle persone coinvolte e potendone uscire, loro sì fortunatamente, in qualsiasi momento lo desiderino, soltanto pigiando un tasto.
Secondo te, rispetto a quello che accade nel mondo della letteratura o delle fiction, le indagini in Italia sono fatte mediamente bene, oppure hanno delle lacune che permettono di creare infiniti Cold Case, dal mostro di Firenze a Garlasco, ecc.?
Il livello investigativo italiano è alto, ma è fatto di persone umane ed è quello che ho provato a raccontare io in questa storia. Nel libro scrivo che “la verità non si costruisce a tavolino dopo, non nasce da teorie o manuali, ma esiste già, nascosta, e va trovata”. Un investigatore è bravo, quando sbaglia poco, questa è la verità. I Cold Case però non nascono sempre da un errore, ma dal contesto tecnologico e culturale del periodo storico in cui avvenne il fatto, che è limitato rispetto a oggi.
Quando vuoi rilassarti leggi un romanzo poliziesco oppure di un altro genere?
Per come sono fatto difficilmente mi rilasso e quando leggo non ho un genere definito, di solito lo faccio per restare aggiornato sull’argomento che in quel momento mi interessa. Se leggo un giallo non mi rilasso, perché lo analizzo.



