
Parliamo del romanzo “La gabbia” con Flora Giuliano D’Errico
“Questo romanzo ha visto momenti di creazione forsennata (posso andare avanti per circa dieci ore a scrivere, con poche pause) e periodi di ferma totale”.

“Questo romanzo ha visto momenti di creazione forsennata (posso andare avanti per circa dieci ore a scrivere, con poche pause) e periodi di ferma totale”.

Conosco Alberto Büchi da più di dieci anni, quando frequentava un corso di scrittura creativa con molto profitto e intanto cercava di vendere agli editori

“In un giallo il lettore cerca di scoprire una verità, di ricostruire un fatto misterioso, di indovinare l’assassino, insomma vuole sentirsi investigatore ed è giusto così. Io ho voluto raccontare quello che non fa notizia: le attese, gli errori, gli scontri, le paure, le rabbie”.

“In questa grande tragedia ho visto la salvezza della poesia, l’elevarsi della letteratura. La purezza e la bellezza stanno nella parola. La parola scava nell’essenza della vita, è un grimaldello che scardina e apre varchi nella moltitudine”.

“Credere in un assoluto magico lo ritengo un buon esercizio che ti fa mettere da parte e ti dispensa dal dare sempre e per forza spiegazioni su tutto. Onnipotenti, onniscienti, onnipresenti, arroganti umani”.

“Secondo me, se uno guardasse i miei personaggi nella vita quotidiana, penserebbe, beh, questi non hanno storia, che racconto se ne può ricavare? Mentre vanno al supermercato, mentre lavorano in banca o si affannano a trovare un lavoro, vanno in vacanza, citofonano alla ex moglie per far scendere la figlia. Ma…”

“Penso che l’umanità sia sempre uguale e, anche se gran parte dei fatti, dei luoghi narrati e dei protagonisti di questo romanzo sono di fantasia, la storia, quella che non si dovrebbe mai ripetere (e invece torna e ritorna), è storia vera”.

“Quello dello scrittore, comunque, lo vivo come un lavoro dinamico in cui non si può finire mai di imparare e di crescere: sotto questo profilo, c’è una certa somiglianza con l’allenamento sportivo, in cui bisogna sempre essere proiettati verso un miglioramento”.

“Quelle terre, di cui parlo nel libro, quelle terre sono così piene di bellezza e di magia, e i miei personaggi, israeliani entrambi, sono così carichi di dolore, e di vendetta, da rovinarsi la vita. Se anche una sola persona, leggendo questo libro aberrante, pensasse di rinunciare a vendicarsi, bè, allora sarei contenta, tanto contenta”.

“Io vorrei, che la comunità italiana dell’Alto Adige riscoprisse con orgoglio questa storia, e la usasse anche come un tassello fondamentale della propria identità in questa terra complessa”.

“È una storia che voglio diventi dei lettori, che nasca da me e arrivi a loro che la possono fare propria. Se ne impossessino. E dare vita al loro ricordo”.

“Lo strumento che meglio può restituirci il senso della verità narrativa è proprio il corpo. È continuamente esposto, violato, alterato, anestetizzato ma sempre presente come luogo di percezione e reazione”.