Un romanzo mondo, in cui la violenza della natura inclemente si mescola con l’ottusità umana, le paure della diversità, la rabbia e il senso di possesso che accompagna l’avanzata dei coloni americani e la loro protervia nello scacciare, anzi nel ritenere estirpabili, come cattive colture, i nativi americani. È un romanzo politico, ma anche pieno di lirismo, storie che potrebbero essere reali mescolate a vicende intrise di realismo magico, dove la sospensione dell’incredulità è il legame tra le voci narranti e il lettore. È anche un romanzo circolare dove la fine spiega l’inizio, svelando il mistero racchiuso nelle prime pagine.
Quando arriviamo in Nebraska, nella immaginaria cittadina di Uz (che a me ricorda un po’ il territorio dell’ambientazione del Mago di Oz), diventiamo pezzi di corteccia, o pioggia sabbiosa e malvagia, o sguardi appannati dal tracoma, grembiuli annodati in vita e dita unte dal grasso per friggere. È il 1935, gli echi della Depressione ancora capaci di sabotare intere esistenze, il Midwest sull’orlo del collasso economico.
La cosa singolare è che, come ogni colonizzatore in ogni tempo, i coloni pensano alla terra come una loro proprietà e si comportano come se i nativi non fossero mai esistiti, male necessario da dimenticare e da educare a essere domestici, garzoni o apprendisti.
Su questo sfondo inclemente si muovono, come onde, le vicende di Antonina Rossi, l’Antidoto, la strega della Prateria, quelle del contadino di origini polacche Harp Oletsky, di sua nipote Asfphodel, detta Dell, figlia della ribelle sorella Lada, uccisa, insieme a una serie di donne da un misterioso serial Killer, e infine della talentuosa fotografa Cleo Allfrey. Cleo è una eccezione nel senso più vero del termine, giovane donna afroamericana, inviata dal Washington Post a fotografare la ripopolazione delle pianure dopo l’ondata di abbandono causata dalla perdita dei raccolti e dalle migrazioni di massa. Antonina Rossi è una strega della prateria, l’Antidoto, o anche una cassaforte piena di segreti. Chi ha un segreto di cui vuole liberarsi paga un deposito e lo riversa nelle sue orecchie in trance. Lei lo dimentica e chi lo ha rivelato esce dalla seduta pulito e beato come un bambino. Per riaverlo non bisogna far altro che conservare il biglietto con il numero del deposito ed effettuare il prelievo del segreto. E succede che dopo la tempesta di sabbia della Domenica Nera la strega non abbia più possibilità di restituire i depositi. Come può fare per evitare le rappresaglie e le angherie dello sceriffo pigro, insolente e corrotto, e in generale del mondo che l’ha costretta a un periodo di detenzione in una casa per madri nubili e che l’ha separata a forza dal figlio neonato, creatura che Antonina non smette di cercare con i suoi pensieri, e al quale confida la sua difficile storia? Una soluzione la offre Dell, capitana della squadra di pallacanestro, 15 anni e già abituata a essere intraprendente, ferita dalla morte violenta della madre, ma più ancora dall’opinione che il mondo aveva di lei, donna libera, senza un marito e senza regole, e imperdonabilmente bellissima. Dell non è bella come la madre, non ha la grazia ma si muove veloce come un derviscio, sul campo da basket. Ama la sua compagna di squadra, Valeria, con l’eccitazione violenta del primo amore, e sa di essere fatta per un destino diverso che non sia quello di pulire musetti imbrattati di moccio e soffocare parole dentro uno straccio sporco.
Cleo scopre che la sua nuova macchina fotografica non si limita a scattare foto, ma riproduce, in maniera misteriosa, le foto dei nativi e del loro mondo intatto prima che venisse distrutto, e di un futuro fosco, fatto di acque inquinate e cieli radioattivi. Decide di accogliere questa stranezza, questa magia e di far luce sulle cose e gli eventi che la macchina fotografica riprende.
Harp ha sempre vissuto prigioniero delle paure che non ricorda, schiacciato da una timidezza patologica e dal dolore incomunicabile per la morte dei suoi fratelli, Lada e Frank (morto suicida dopo lo shock subito nella guerra di trincea in Europa). Il confronto con la vitalità di queste tre donne gli darà il coraggio che aveva perso, finito nel deposito dei ricordi custoditi dall’Antidoto, e che gli spiegherà anche il perché del senso di oppressione che aveva il padre.
Altra voce narrante sospesa è quella dello spaventapasseri che sembra il custode della terra di Harp, che è l’unica non toccata dalla siccità e dalla carestia. Lo spaventapasseri ricorda piano piano sapori colori odori. Sensazioni tattili, il sudore che si incolla alla pelle, la gentilezza sapida di un bacio. La vita che aveva prima di essere un oggetto.
Troppo poco ho detto perché è difficile tradurre in parole la maestosità del romanzo, i suoi intrecci con la storia americana, che è sostanzialmente una storia di sopraffazione, e anche di animosa invidia, e infine di rimozione. La bellezza delle parole racchiuse in queste pagine è al tempo stessa dolorosa e consolatoria, intrisa di umanità brutale, priva di speranza e poi, di colpo, capace di rinascere dalla caduta e di dar seguito a nuovi inizi.
“Primavera. La parola mi torna in mento come un fulmine a ciel sereno. Che regalo da ricevere, e inaspettato. Una delle parole più belle di questa lingua. È Primavera a Uz, in Nebraska. Il cielo è rumoroso, caldo e secco. Sibila giorno e notte. Non piove. Ma qualcosa cresce dentro di me. Sotto il mondo blu qualcosa sta germogliando.
Ieri il contadino ha mangiato un panino con formaggio e pomodoro sul suo trattore. Ho osservato il vecchio masticare e i sapori hanno inondato la mia memoria. Sole e acqua in una sacca rossa e tonda. Cheddar e senape in grani. Lievito che trasforma l’impasto in pane. L’oceano verde e salato del sottaceto. Mangiare l’estate. Mangiare l’inverno. Mangiare l’autunno. Una volta avevo una lingua. Labbra secche da leccare. Un portapranzo giallo con il coperchio ammaccato. Ricordavo una voce graffiante – di chi? – che mi diceva «I pomodori venivano chiamati anche pomi d’amore, tesoro».
Pomi d’amore. Tesoro.
Significavo qualcosa, per qualcuno.”



