“Cloro” di Jade Song – Traduzione di Sara Bresciani (Mercurio)

L'abile nuotatrice Ren sviluppa l'idea di essere una sirena e si convince che per essere davvero libera deve rinunciare all’innaturale scintillio azzurro della piscina e alle gambe umane.

L’adolescenza è il mio mondo preferito, perché è crudele e assoluto ed è pieno di possibilità, di cambiamenti. Devo dire che questo romanzo mi ha chiamato, mi sono ritrovata a leggerlo per caso, e poi mi sono immersa nel mondo sospeso tra acqua e terraferma. Una storia americana di sopravvivenza. Qualcosa che conosco, anche senza aver vissuto la competizione sportiva feroce e disumana dei licei americani. Ren è una ragazza di origine cinese, con un talento naturale per il nuoto. A contatto con l’acqua il suo corpo si increspa trovando la fluidità che quando cammina non riesce ad avere. A 8 anni e poi a 12, 13, 15, 17, il nuoto è la sua ragione di vita, la speranza di poter avere accesso a cure mediche ottimali, all’istruzione universitaria, alla possibilità di trascendere un futuro asfittico e insulso. In quanto ragazza cinese Ren è relegata al ruolo di comprimaria, cosa che il nuoto sovverte e modifica. In breve, già da bambina capisce che per essere visibile, per rompere la pellicola nebbiosa dell’insignificanza deve nuotare. E deve scegliere uno stile non facile: sceglie di nuotare a farfalla, le gambe unite, come la coda di una sirena.

L’odore chimico di cloro diventa l’odore di casa per lei, lo inspira a lungo prima di tuffarsi, incoraggiata da un allenatore violento, crudele e manipolatore, al quale interessa solo che lei diventi la prima, la sua allieva migliore, per utilizzare il suo successo. Cathy è la sua unica amica, e potrebbe essere qualcosa di più, se solo entrambe avessero coraggio. Si limitano a girare intorno alla reciproca attrazione, in attesa. Ma Ren inizia a fare sesso in modo selvaggio, e i ragazzi sono poco rispettosi del suo corpo e della sua anima, tesi a brutalizzare ogni forma di intimità, che non sia il loro facile e veloce piacere.

Ren affronta periodi di inattività, di inedia e paura, legata com’è all’ansia da prestazione, senza riuscire a sentirsi vicina a nessuno. Rimprovera a Cathy di non averla saputa proteggere durante una penitenza che non ha avuto esiti felici con un ragazzo. Eppure, lei stessa non voleva essere protetta.

In questa solitudine ossessiva fatta di cibi imposti, diete proteiche, allenamenti sfinenti, cicli mestruali dolorosi e abbondanti (una intensa fascinazione per il sangue), Ren sviluppa l’idea di essere una sirena in esilio, e per essere davvero libera deve rinunciare all’acqua clorata e chimica, all’innaturale scintillio azzurro della piscina, e alle gambe umane.

Mi sono interrogata a lungo su questo bisogno metamorfico della protagonista, che sembra fare da contraltare a un messaggio della scrittrice: cosa ci rende umani? E forse essere una ragazza non è più sufficiente, è solo una forma imperfetta che racchiude uno spirito.  Forse la metamorfosi allude a una nuova pelle non solo metaforica, a una nuova identità che trascende il genere di nascita.

Quello che è certo è che non si sceglie di essere liberi, se non si è disposti a rinunciare a qualcuno o a qualcosa.

In questo romanzo c’è una crudeltà e una ferocia che ti sbatte addosso, il tutto travestito dall’innocenza sbadata dei ragazzi e delle ragazze che non sembrano sapere quanta tristezza ci sia dietro i loro compagni di banco, le sensibilità delle persone che non sono popolari o che spiccano per qualche dote, vengono ignorate o oltraggiate, derise. Non è un romanzo sul rispetto, ma sulla solitudine, e sull’identità e poi sulla consapevolezza rabbiosa di sé. Da quella finestra non ci si butta più, non si flettono più, obbedienti, le braccia, pronte a scattare al suono di un fischietto. Non si sta più immerse nel cloro fino a rendere i polpastrelli sgranati e la pelle opaca, ruvida. Per il bisogno di altri. Non si vince così tanto mai come quando si perde il trono e lo scettro. Il peggio è accaduto. Da adesso in poi si può solo migliorare.

 

“Mi sono alzata. Il mio asciugamano è caduto sull’erba.

«Vado» ho detto.

Indossavo il mio bikini blu. L’avevo tenuto nascosto a mia madre, che pensava che i bikini fossero troppo succinti, incastrandolo tra i cassetti del mio armadio. Il mio corpo era color ambra bruciata per via dei riflessi del falò, dell’alcool che avevo bevuto, e dello sguardo dei miei compagni. Il fuoco metteva in evidenza ogni piega dei miei muscoli delle braccia e delle spalle.

Ho stretto la mano di Luke. Aveva mani grosse come piatti fondi, in acqua veri e propri remi. Hanno avvolto le mie. Mi ha fatto l’occhiolino. Immagino che per lui fosse una situazione divertente. Sono inciampata mentre mi trascinava verso il capanno degli attrezzi. Il suo principio di calvizie brillava al riflesso delle fiamme. Siamo scomparsi nell’oscurità, verso il capanno. I nostri compagni ridevano, ubriachi e noncuranti. Probabilmente erano già passati all’obbligo successivo.”

 

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Marilena Votta

Marilena Votta nasce a Napoli e trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci. Ha pubblicato le raccolte di racconti “Equilibri sospesi”, “La ragazza di miele e altre storie” (Progetto Cultura, 2016) e “Diastema” (Ensemble, 2020), e le raccolte di poesie “Estate” (Progetto Cultura, 2019) e “Quando sono nata ho smesso di essere aria” (Edizioni Progetto Cultura, 2025). Il suo racconto “Fratello maggiore fratello minore” è stato pubblicato nell’antologia “Roma-Tuscolana”. Alcuni suoi racconti sono disponibili su varie riviste on line e cartacee. Nell’ottobre 2021 pubblica il suo primo romanzo, “Stati di desiderio”, con D editore. Del suo rapporto con la scrittura asserisce, convinta, che è il suo posto nel mondo. Scrive recensioni di libri che ama per "Dentro la lampada", la rivista della scuola Genius.

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