Vite che sono prigioni con il consenso entusiasta degli interessati, l’abdicare alla nuova schiavitù imposta da un mondo che va avanti a velocità pazzesca, dove l’attenzione dura il tempo di un morso frettoloso e dove bisogna non dormire mai per non diventare dimenticabili, come i lampioni, che all’alba vengono spenti. In questo Universo fatto di orari, scadenze, esodi, consegne, idee da realizzare, bollette astronomiche e rapporti fluttuanti, vive Cassie, trasferita a San Francisco, nel cuore del settore high tech, per sfuggire a una famiglia oppressiva, una madre ferocemente in competizione con lei, che la denigra e le cui parole le pungono la pelle, come morsi di insetti, lasciandole segni nell’anima.
Dopo i primi mesi di ebbrezza, Cassie capisce che il mondo dorato è un’illusione, il mare con vista mozzafiato quando si ritira non nasconde più i rifiuti e la schiuma biancastra che galleggia come una patina, a dimostrazione che la vita vera non è racchiusa tra le pareti di vetro di grattacieli e di cubicoli con il separé in plexiglass. Per rispettare le scadenze, Cassie è costretta a lavorare di notte, comincia a saltare i pasti, a ingerire quantità elevate di bevande intrise di caffeina. Il consumo di droga è una forma di socialità, un modo simpatico di conoscere persone, e poi diventa la modalità di restare piacevolmente sconnessa dall’ansia che la invade. Dell’AD della sua start up, Cassie pensa che abbia una scheda madre al posto del cuore e ciononostante cerca la sua feroce approvazione, non diversamente da un cane che scodinzola sperando di ricevere un pezzo di biscotto. Ha una storia con un ragazzo impegnato, che lei chiama lo chef e basta, che ha una coppia aperta e la incontra un giorno o due alla settimana e, anche se insieme stanno bene e sono coinvolti, lui ha una ragazza che non ha intenzione di lasciare, con la quale ha una casa, e non fa altro che tracciare cerchi e confini sui suoi sentimenti verso di lei. C’è un limite da non superare, lui non può innamorarsi, lei può solo piacergli, anche molto, moltissimo, ma non diventerà una persona necessaria.
Il mondo umano che lei incontra sui treni dei pendolari al mattino e alla sera, quando non è costretta a uscire con il buio per completare una ricerca o consegnare una proposta, è fatto di persone indistinte, una massa ordinata e anonima che lei chiama i Credenti, il popolo che ha rinunciato a guardare le contraddizioni del mondo ed è chiuso tra la soffocante musica del proprio iPod, ascoltato con le cuffie, lo sguardo a terra. Essere assimilata a una Credente è per Cassie la punizione alla quale sottrarsi, e per farlo cerca di nutrire ribellione e senso di umanità, parlando con i senzatetto. Eppure, nonostante i suoi sforzi, c’è una voragine sulla sua testa, un buco nero che la segue da quando è nata e che sente i suoi pensieri, canta la musica che lei vuole, si restringe e si allarga a seconda del suo umore. Questo buco nero è la sua singolarità e al contempo la sua forma di mostruosità, qualcosa che lei sente che l’accompagna da quando è nata e che prima di lei è appartenuto a sua madre e a sua nonna. Il buco nero è la sua angoscia più grande, metafora di tutta l’oscurità condensata nelle anime di chi ci ha preceduto nel mondo tangibile anche se, nel suo modo contorto e orrorifico, la tiene a distanza dalle facce spente e gonfie dei Credenti. L’apparente fluidità della realtà abitata in cui abbiamo spessore in quanto consumatori e produttori di reddito ci lega a una catena che si autoalimenta con la frustrazione e il fallimento, quando l’asticella degli obiettivi si alza e non riusciamo a farcela.
Riusciremo a salvare le nostre anime in un luogo simile, un mondo che stiamo contribuendo a distruggere, a smantellare in nome di un benessere economico che spetta solo ad alcuni privilegiati mentre gli altri, quasi tutti, sono destinati ad accontentarsi di rifiuti? E riusciremo a smetterla di essere creature fungibili, cercando la nostra dolorosa unicità?
Cassie non ha risposte positive, la sua vita frenetica non le permette di dissociarsi abbastanza dal mood del successo che insegue, e del resto lei non è mai davvero sicura di essere viva.
Accecato dalla competizione, incurante della minaccia di un virus altamente contagioso e mortale, l’AD chiede in presenza ai suoi collaboratori/schiavi azioni sempre più scorrette per sbaragliare la concorrenza, accettando le idee di Cassie, oltre la legalità. Sempre più devastata per la propria mancanza di coerenza e rettitudine, consapevole di aver tradito la parte innocente e speranzosa di sé, inerme come una bambina, Cassie vorrebbe tornare a casa, ma casa è quel luogo ostile dove ormai, come le ricorda la voce gentile e distante del padre, per lei non c’è più nulla, né futuro, né possibilità. Quando si bruciano i ponti non si può tornare al punto da cui si è partiti, e il piede che avanza rimane impigliato nella melma.
Questo è il mondo di molti giovani adulti made in USA, esistenze sfumate, promesse non mantenute e disgregazione, ombre che si stagliano sui muri, facce inespressive, incapaci di accendersi se non per prospettive miracolose di guadagni che non avranno mai, e di uno spreco economico che li rende vittime e complici, spesso senza reale consapevolezza.
L’autrice rende palpabile la nebbia mattutina di San Francisco, l’accecante bagliore del mare, prima che lo sporco affiori in superficie, gli odori e i sapori di caffè fresco e cibo guasto, gli acquisti fatti sempre al discount dopo giornate di lavoro senza pause, e le amicizie intrise di un sottile filo di disperazione, ragazze carine con le quali non parla mai, le feste scintillanti alle quali va ubriaca e con la mascella slogata a furia di sorridere. Questo possiamo diventare, questo già siamo.
“Nessuno dovrebbe vedere un uomo così, completamente illuminato. Un orrore del genere ti resta dentro, una lama conficcata nel cuore. Un martedì, sul treno, la sera, dopo il lavoro. Il treno puzza di: esseri umani e disgrazia, alito cattivo, sudore stantio, frutta marcia. Oltre il finestrino sporco, San Francisco in inverno: un tramonto freddo sull’acqua scintillante, colline scure cosparse di luci, le sagome nere delle fronde di palma che artigliano un cielo pastello sempre più sbiadito. Il treno è pieno di Credenti. Io non sono una di loro. I Credenti hanno la pelle cerea e gli occhi vitrei.
Non parlano, non ti guardano negli occhi. Non sono davvero qui. Il treno è pieno di gusci.
Mi comporto come se fossi una di loro. Dai miei auricolari esce una musica lenta e triste. Ogni giorno passato in questo posto mi prosciuga. Diretta a casa sono muta, schiacciata, spolpata.
Il buco nero fluttua sopra il posto vuoto alla mia sinistra. Dal centro emana un calore oscuro”.



