Questo romanzo ripercorre il mondo rurale e isolato di una comunità del South Dakota, dove cose misteriose iniziano ad accadere, a partire dal ritrovamento casuale di resti umani appartenuti a una donna afroamericana che viveva libera nei boschi. La vicenda si snoda sul mistero di una ragazzina nativa americana, appena adolescente, scomparsa e forse uccisa, anche se il suo corpo non viene trovato, e il ritorno a casa della psicologa universitaria Amanda, nata e cresciuta lì, tra le Black Hills. Gemella siamese superstite di un intervento di separazione dei due corpi, uniti dal bacino in giù, Amanda continua a sentire la voce di Love, la gemella non sopravvissuta, che le riversa alle orecchie le storie nascoste dentro le persone. La cosa incredibile, che stupisce, è che questo romanzo, così preciso nella ricostruzione del tempo e luogo abitato da una serie di personaggi, che raccontano i loro segreti oscuri, è stato scritto da un’italiana, e senza avere quest’informazione, non si può dubitare che chi l’ha scritto conosca le zone di cui parla. E anche le anime confuse e sperdute dei suoi protagonisti.
Nell’ultimo inverno del ventesimo secolo Amanda ascolta le storie raccontate da chi è sopravvissuto in una terra inclemente, un mondo povero e abbrutito, dove un bambino, Chuck, inghiotte droga lasciata in giro dal compagno della madre, e rimane ritardato. Un mondo dove si aggira uno spettro, una serial killer di bambine, che dalla prigione dove è rinchiusa a scontare una condanna all’ergastolo, procede a turbare il sonno dell’unica bambina sopravvissuta, Lenore, madre di Chuck, che a sua volta ha subito un processo per aver messo in pericolo la vita del figlio da bambino. Ora Chuck è un giovane adulto, innocente nei pensieri ma con desideri di uomo che la madre asseconda con incontri sessuali a pagamento. Durante la sua lunghissima permanenza alla casa-famiglia, mentre la madre finiva di scontare la pena, ha conosciuto Callista e poi forse l’ha rivista in un bar lungo la strada, un posto dove si possono consumare alcolici, scambiare due chiacchiere per superare la noia e fare sesso a pagamento con poca passione e poco sacrificio economico. Almeno otto persone giurano di aver fatto sesso con lei, di essere stati disturbati dalla sua canzone, una nenia inascoltabile, cantata nella lingua dei Lakota, e di averla uccisa, in modi diversi, e tutti finalizzati al bisogno di porre fine a quella voce straziante, incomprensibile, carica di dolore, un dolore talmente intenso da trafiggere l’anima. Ognuno si porta dentro la nostalgia lattescente di infanzia tradita e dimenticata, un mondo violato dall’uomo bianco di cui forse sentono il peso e la colpa.
Chi è Callista, è una persona reale o è appunto il frutto del senso di colpa di uomini soli e stanchi e in qualche caso inariditi?
Amanda, che continua a percepire le verità bisbigliate dietro porte chiuse, che vede nel corpo martoriato di Seraphine Jackson, i cui resti vengono rinvenuti da due campeggiatori, una specie di avvertimento lanciato contro tutte le donne libere, e che non riesce a liberarsi del senso di colpa per essere sopravvissuta alla sua stessa gemella, la carne intrecciata alla sua per 19 anni, e poi, perduta per sempre, insieme alla gamba, capirà il mistero dietro l’omicidio narrato dai presunti assassini di Callista?
Un romanzo corale, una ragazza spezzata e ricomposta, una madre delusa, un padre sconvolto e chiuso nel mutismo, un amore delicato che somiglia a un raro fiore in una tempesta, uno sceriffo turbato dalle cose che non riesce a spiegare, una comunità chiusa a riccio, che si apre, per proteggere uno dei suoi membri più sfortunati. E sopra tutto l’ombra di Callista, giovane nativa fatta per vivere libera da case di legno e manette, unita al mondo naturale dal quale è stata esiliata, insieme al suo popolo.
“Nel dicembre del 1999 Callista Wood, una nativa di quindici anni, scomparve dalla riserva dei Lakota Sioux sulle Black Hills, South Dakota.
Le autorità ebbero ragione di credere che la ragazza fosse stata uccisa. Tuttavia nessuno fu mai condannato per quel reato. Sebbene molti, a Keystone, si dichiararono colpevoli”.



