È Flora Giuliano D’Errico l’autrice che incontriamo questa settimana. Il suo romanzo La gabbia (Bompiani 2026) è in libreria da pochi giorni, dopo essere stato finalista al Premio Calvino e aver ricevuto una menzione speciale che l’ha portato all’attenzione degli editori. Flora, noi di Genius la conosciamo come scrittrice, conosciamo il percorso che l’ha portata a pubblicare e abbiamo seguito la sua scrittura da diverso tempo nei nostri laboratori. Ma in fondo questo non sarebbe degno di cronaca se Giuliano D’Errico non avesse scritto un libro coinvolgente e profondo, agganciato ad alcuni eventi della nostra storia italiana e a certi fatti della cronaca recente, che comunque restano sullo sfondo rispetto alla vicenda narrata che scava nella psicologia della donna protagonista e degli altri personaggi. La gabbia parla di Elettra, una donna segnata dalla morte del fratello Oreste, avvenuta nel 1977 quando lei era una bambina. Nel 2017 Elettra si innamora o comunque viene scossa nella sua vita quieta e apparentemente rassegnata da Claudio Bonanni, un uomo d’affari con molte relazioni e fascino, ma che è stato in passato un ex picchiatore fascista. Al centro del romanzo c’è, quindi, la lotta di Elettra per liberarsi dalla gabbia, anzi dalle molte gabbie che la imprigionano. Con Flora abbiamo scambiato qualche parola sulla sua scrittura e il suo romanzo. Eccole:
Com’è nata nella tua mente la storia di questo romanzo, La gabbia?
Le storie nascono, secondo me, da qualcosa che abbiamo dentro di noi, radicato nel tipo di esperienze e di pensieri che ci definisce e ci rende unici, qualcosa di cui magari non siamo del tutto consapevoli a livello cosciente, ma che a un certo punto reclama la sua voce per un elemento scatenante. Nel mio caso, la scintilla è nata dall’incrocio tra il “fascino” antico esercitato su di me dagli Anni di piombo e un’inchiesta sulla criminalità romana dalla quale erano emerse collusioni con il mondo neofascista. Tutto il resto, però, è pura invenzione, il parto della mia fantasia.
Elettra, la protagonista del romanzo, somiglia a qualcuno che hai incontrato nella tua vita?
Penso che tutti i personaggi letterari si ispirino, almeno in parte, a donne e uomini conosciuti negli infiniti incontri che solcano la nostra esistenza. Elettra, per esempio, ha alcune caratteristiche presenti in molte donne, almeno quelle della mia generazione, al netto di una storia personale che senza dubbio drammatizza questi tratti in modo romanzesco.
Senti di aver messo nel personaggio qualcosa di te oppure no?
Anche questo, a mio parere, succede in ogni romanzo: i personaggi portano in dote qualcosa di chi li ha creati, per similitudine, ma anche, spesso, per contrasto. Inoltre, parlando dal mio punto di vista, Elettra l’ho sentita sempre molto forte dentro di me, con una sua vita autonoma.
E poi c’è Claudio Bonanni, un vecchio militante di destra che i suoi camerati chiamano il Conte, un personaggio nel quale sembra di riconoscere figure realmente esistite o ancora esistenti, non credi?
Bonanni, seppure inizialmente ispirato a una figura reale, si è poi formato nella mia mente sul modello di diversi uomini che hanno vissuto prima di ideologia e poi di collusioni criminali. Ma la sua natura narcisistica e letale nel rapporto con il femminile origina dalla mia invenzione.
La vicenda si svolge tra gli anni Settanta e gli anni Dieci del nostro secolo, pensi che gli influssi di quella stagione di violenza e scontro politico si sentano anche oggi?
Ne sono convinta e penso che sia a destra sia a sinistra sembra esserci la volontà di parlarne poco, in modo frammentario e distratto, per motivi diversi eppure convergenti. Tuttavia, ancora oggi, taluni riti celebrati e molto sentiti a distanza di quasi sessant’anni, testimoniano quanto quella stagione sia viva e irrisolta. Del resto, in Europa, solo Italia e Germania hanno generato determinati fenomeni peculiari.
In quanto tempo hai scritto questo romanzo?
Troppo, a mio giudizio. La prima idea, lo ricordo bene, mi folgorò nel 2020. Dopodiché, a causa sia del lavoro, sia di vicissitudini personali, la scrittura ha proseguito con lentezza, nel senso che ho avuto lunghi periodi di pausa.
Come hai lavorato per ricostruire le ambientazioni e – soprattutto – i comportamenti dell’epoca in cui si svolgono le azioni degli anni Settanta?
Alcune atmosfere, pur essendo io ancora bambina negli anni Settanta, le ho ritrovate in me. Però devo dire che è stato necessario documentarmi in modo massiccio sia sugli avvenimenti storici dell’epoca, verificati uno per uno con scrupolo, sia e soprattutto sull’ambiente neofascista odierno. Ho setacciato il web, in particolare i documenti multimediali dell’associazione Spazio70, ma anche le inchieste pubblicate da giornalisti come Telese, Berizzi, Abbate, ecc.
Qual è la tua giornata tipo di scrittrice? Lavori tutti i giorni per alcune ore oppure alterni giorni in cui ti dedichi totalmente al testo e periodi di riposo?
È difficile, per me, definire la mia routine di scrittura perché, come dicevo, questo romanzo ha visto momenti di creazione forsennata (posso andare avanti per circa dieci ore a scrivere, con poche pause) e periodi di ferma totale.
Il romanzo è stato in finale al Premio Calvino 2025 e ha poi avuto una menzione speciale molto prestigiosa, come è stato accolto dall’editore? Ti ha proposto molti cambiamenti, un lungo editing?
L’Editore ha voluto fortemente questo romanzo, ne è stato convinto da subito. Non mi sono stati chiesti cambiamenti drastici né c’è stato un editing nel senso tradizionale del termine, dal momento che io per prima avevo lavorato di lima in modo quasi ossessivo e ho continuato a farlo fino alla fine. Piuttosto, a un certo momento ci si è confrontati su alcune scelte, sia stilistico-lessicali sia di trama, e si sono prese decisioni condivise, nel rispetto comunque dell’impostazione che avevo dato alla mia storia.
Questo primo romanzo ha chiuso un periodo nella tua vita di autrice, oppure senti di avere ancora qualcosa da dire che sta per spuntare fuori?
Desidero scrivere da quando ero bambina e avevo anche iniziato, giovanissima, a sperimentare. Poi la vita, purtroppo, mi ha sottratto la possibilità di proseguire, nascondendo questo mio desiderio fino ad alcuni anni fa. Adesso che invece sono riuscita a esaudirlo non ho intenzione di perderlo di nuovo, per cui ho in mente di farmi ancora leggere.



