Sarà presentato domenica 11 maggio 2025 alle ore 19, nella sede principale della Scuola Genius (Sala Giuseppina del Palazzo del Freddo a Roma), il primo romanzo di Andrea Fassi, Papille, in libreria dal 14 maggio grazie a una nuova casa editrice, Coda di volpe, creata dall’energia di Danilo Bultrini e Luca Verduchi, già motori di diverse iniziative editoriali attive e in buona salute (Alter ego, Tetra-, Augh!, ecc.). Per noi è una specie di festa in famiglia perché Fassi è uno dei soci fondatori della scuola, docente che si occupa di narrazione dei sensi, con un buon apprendistato nella scrittura (ha collaborato con i magazine La Cucina Italiana, la nostra Dentro la lampada, Il Cielo sopra Esquilino e ha conseguito diversi premi per i suoi racconti di narrativa), ma a parte questo è davvero una persona della quale condividiamo visione del mondo e intenti, in un gruppo ideale di moschettieri che si battono per la cultura, la letteratura, l’impegno verso ciò che di buono c’è al mondo (e non parliamo solo del gelato, di cui il gelatiere Fassi è maestro).
All’inizio della storia narrata nel romanzo, Papille è un famoso e temutissimo critico gastronomico, la cui carriera viene stroncata dalla ferocia dello chef stellato Mauro Sagripanti. Costui, irritato per una critica di Papille, gli serve un brodo che contiene del panace di Mantegazza, un’erba ustionante che gli brucia la lingua e gli fa perdere il senso del gusto. Da qui comincia un percorso di vendetta che tocca diversi ambienti, legali e illegali, fino al più terribile degrado criminale. A questo punto, quindi, facciamoci raccontare la genesi del romanzo direttamente da Andrea Fassi.
Papille nella storia è un critico gastronomico, come ti è venuto in mente di farne un personaggio da romanzo?
Credo che la maggior parte dei critici gastronomici moderni esistano perché esistiamo noi che facciamo questi mestieri, pasticcieri, cuochi, gelatieri, loro sono un prodotto del lavoro altrui. Questo il mio primo pensiero, poi ho compreso che su una mano si contano critici capaci, competenti, con conoscenze organolettiche superiori al normale e dopo aver seguito personalmente un corso di analisi sensoriale ho capito che uno studio concreto può esistere, ma la critica ha troppa emotività. E ho creato Papille, il migliore, spietato, rancoroso e limpido.
Tu hai mai avuto la tentazione di vendicarti per una critica negativa al tuo lavoro?
All’inizio del mio lavoro spesso. Ho sempre creduto che il peso delle parole dipenda da chi è a dirle e ho provato nel mio percorso di comprendere la critica intelligente proposta da persone capaci, ma è capitato pochissime volte in questi dieci anni immerso nel gelato, la maggior parte delle volte chiacchiericcio fastidioso. Ricordo per esempio quando feci una start-up di gelateria per un amico, venne una ragazza giovanissima inviata da un blog di cibo, sorridente, affabile, finta, che assaggiò il gelato che proponevo e stroncò la crema “rimandandola”; il gusto oggettivamente era ben strutturato, anche meglio di altri e non a caso era il più venduto. Mi diede molto fastidio, perché credo che non averla accolta come si aspettano molte di queste persone quando vanno a “criticare” un luogo l’abbia infastidita. C’è da dire che l’insicurezza dell’inizio mi rendeva più nervoso e permaloso, ma ora mi faccio una risata. Anche grazie a Papille.
Il fatto che tu hai a che fare con il gusto per ragioni professionali in che modo ha influito sul romanzo?
Ha influito nella ricerca di storie. Mi spiego. Crei un gusto nuovo come scrivi una nuova storia. Il gusto del gelato è freddo, lo scaldi al palato, il gusto deve arrivare subito, veloce, potente e succede anche per le storie: quando il lettore le approccia sono fredde, tirate fuori dallo scrittore in attesa di essere lette e subito devono possedere la forza di colpire, incuriosire e di scaldare chi legge e incollarlo alle pagine che si squagliano una dopo l’altra come un gelato.
Nella tua vita hai mai avuto paura di perdere il senso del gusto?
No, anche perché il freddo già inibisce un po’ il gusto e sono abituato. Ma ho avuto paura di non riuscire a dare un senso al gusto e di farne un oggetto per apparire, un mezzo per essere qualcosa o qualcuno, quindi ho combattuto per non dargli questo valore e ancora oggi, a volte, mi scontro con la necessità di essere in prima linea a parlare di gusto e gelato quando un’ombra dentro di me mi vorrebbe al buio dietro le quinte a scrivere storie e ricette.
Il tuo è un romanzo ambientato nel mondo del cibo, degli chef, ma non risparmi scene forti, umiliazioni, vendette. È un mondo così terribile?
È un pezzo di mondo, del mondo intero così terribile. La gastronomia può essere terribile se il senso che si dà al cibo è sballato come in Papille, questo mondo davvero può essere un covo di mostri. Il punto è che se ci sei dentro, poi per un motivo o per un altro, rischi di essere anche tu il mostro.
Papille è un romanzo forte e realistico, i personaggi sono appena stralunati, lievemente grotteschi, somigliano a qualcuno che conosci?
Tutti i personaggi sono romanzati da persone che conosco, tutti. Del mondo del cibo o del mio mondo personale, ma c’è anche un po’ di me sparso qua e là.
C’è nella storia anche una parte tratta dalle cronache della criminalità e dello sfruttamento, perché?
Perché ho lavorato molto in passato per il senso del “gusto giusto”, ho investito in formazione con persone davvero in difficoltà, immigrati, carcerati, senza fissa dimora e ho compreso il vuoto che c’è tra la tavola imbandita di un ristorante di alto livello e un uomo che per mangiare un pasto deve lavorare dodici ore per pochi euro. Non sono andato a fondo però, perché questo romanzo resta pura narrativa e non è assolutamente un’inchiesta, ma ho voluto tratteggiare anche questo perché il mondo fortunato e ricco della gastronomia che oggi viene proposto è uno specchio non totalmente veritiero della complessità di questo settore.
C’erano degli scrittori a cui facevi riferimento mentre immaginavi la tua storia?
Nominarli mi sembra pensare di paragonarmi a loro e quindi proprio non me la sento. Posso dirti chi leggo e chi ho letto: Ammaniti, Mencarelli, Bukowski e amo Lovecraft, oggi leggo molto Stephen King e Palahniuk. Sto lavorando sul mio stile e credo sia una miscela in continua fermentazione.
Da molti anni hai affiancato la scrittura alle altre tue attività, perché l’hai fatto?
Per non dimenticare quello che avrei voluto essere. Ho tenuto vicina la scrittura per anni senza mai affondare il colpo, ma entrandoci un pezzetto alla volta, abbracciandola senza la forza che ho oggi, l’ho fatto con tante cose e persone nella mia vita. Ma il colpo sulla scrittura l’ho affondato con questa pubblicazione, lacerando il velo di paura che mi ha tenuto a lungo legato alle certezze (gelide) del Palazzo del Freddo. Ora è come se vedessi un orizzonte possibile in questo mondo letterario.
Ospiti al Palazzo del Freddo le lezioni della Scuola Genius (ne sei anche uno dei fondatori), ti sei mai pentito di questa scelta?
E come se mi chiedessero ti sei pentito di avere due figli? Mai. Per me questo luogo, Il Palazzo del Freddo, senza Genius sarebbe un Andrea senza cuore.



