“Amelia” di Anna Burns – traduzione di Elvira Grassi (Keller)

In questo romanzo una ragazzina si rifugia nel suo mondo segreto, ritagliato dentro una scatola di tesori piena di proiettili di gomma e scarti industriali, vuole soltanto provare a essere minuscola.

Amelia vive a Belfast negli anni dei Troubles, (così come vengono chiamati gli anni più duri del controllo inglese sulle contee nordirlandesi) alla fine degli anni ’60, nel quartiere cattolico di Ardoyne, e la sua vita di bambina viene stravolta. Non può più parlare con il cugino James, inglese da parte di padre, deve stare attenta a cosa comunica perché c’è la possibilità di incappare in gruppi paramilitari lealisti e di finire ammazzata.

La sua esistenza procede tra ispezioni scolastiche, dove vengono prese le impronte digitali alle bambine facendo passare la procedura invasiva per un gioco, e zuffe tra le vicine e le ragazze protestanti con le quali frequenta i gruppi di inserimento al lavoro, creati apposta per permettere confronti pacifici. Quanto sia folle far andare d’accordo delle adolescenti abituate a risolvere i conflitti picchiandosi e ferendosi con le parole lo dimostrerà il fallimento del progetto. Isolata all’interno della sua stessa famiglia, bullizzata dal fratello Michey, Amelia si rifugia nel suo mondo segreto, ritagliato dentro una scatola di tesori piena di proiettili di gomma e scarti industriali, volendo soltanto provare a essere minuscola.

La scelta di concedere poco a nulla al suo corpo fa di lei un’anoressica da manuale, visto che il mondo attorno è impazzito e pazzo, allora l’unica cosa che si può controllare resta il corpo, del quale rivendica gelosamente il possesso.  La violenza le esplode in casa e il padre rimane vittima di un attentato, insieme alla vicina di casa, il fratello si lega al partito indipendentista irlandese, la sua compagna di scuola Roberta viene fatta a pezzi mentre va a ballare.

Per dimenticare il mondo che le è toccato in sorte si rifugia nell’alcool, e diventa preda di deliri psicotici dovuti alla sindrome da stress post traumatico. Insieme a lei una piccola folla di persone che preferiscono vivere dentro la propria testa, piuttosto che in un tempo brulicante di pericoli nascosti dietro le cose più innocue, come comprare il pane, salire su un autobus, o trovarsi dalla parte sbagliata della città.

La fuga di Amelia a Londra la renderà una profuga e una disadattata, persa in una folla alla quale non importa nulla di lei e dei segreti che non riesce a contenere dentro il suo corpo, dove la sua mente è sempre sul punto di esplodere, tra attacchi di panico e crisi di agorafobia.

La possibilità di ripresa, minuscola, faticosa, è quella di guardare dentro i propri fantasmi, accettando la violenza insensata che ha fatto di lei e della sua generazione vittime che si vergognano del loro stesso vissuto, perché non ci sono orecchie abbastanza attente da ascoltare senza giudizio.

L’autrice, nata e vissuta durante quel periodo storico, usa sapientemente il punto di vista dei vari personaggi, spesso non simpatici e non coraggiosi, ma solo vendicativi, facendo parlare il ragazzo con problemi mentali, Vincent, anima pura e gentile, che non sa mai se è visitato da uno psichiatra o interrogato da un poliziotto che finge di essere un medico, la sorella di Amelia, Lizzie, maggiore di lei di un anno, che rinuncia a opporsi alla follia, al caleidoscopio di persone che sfiorano Amelia, facendole, a volte, inconsapevolmente del male e altre volte, miracolosamente, del bene.

 

“I Troubles iniziarono un giovedì. Alle sei del pomeriggio. O almeno così ricordava Amelia. Nell’assolato mattino di quel giorno, poco dopo le dieci e mezza, Amelia era in cima a Herbert Street, all’incrocio con Crumlin Road, dirimpetto al chip shop protestante, e accarezzava i suoi bruchini e parlava con i suoi amici. I suoi amici erano Roberta e Fergal e Bernadette e Vincent e Mario e Sebastian e, mentre parlavano, un’altra amica, Bossy, arrivò spingendo il suo carrettino e disse:

«Non siete tristi voi? Io sono triste». E non disse altro.

Bossy era fatta così. Buttava lì un pezzetto di informazione e poi si zittiva, come per caso, e loro rimanevano stupiti e confusi e la imploravano di continuare”.

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Marilena Votta

Marilena Votta nasce a Napoli e trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci. Ha pubblicato le raccolte di racconti “Equilibri sospesi”, “La ragazza di miele e altre storie” (Progetto Cultura, 2016) e “Diastema” (Ensemble, 2020), e le raccolte di poesie “Estate” (Progetto Cultura, 2019) e “Quando sono nata ho smesso di essere aria” (Edizioni Progetto Cultura, 2025). Il suo racconto “Fratello maggiore fratello minore” è stato pubblicato nell’antologia “Roma-Tuscolana”. Alcuni suoi racconti sono disponibili su varie riviste on line e cartacee. Nell’ottobre 2021 pubblica il suo primo romanzo, “Stati di desiderio”, con D editore. Del suo rapporto con la scrittura asserisce, convinta, che è il suo posto nel mondo. Scrive recensioni di libri che ama per "Dentro la lampada", la rivista della scuola Genius.

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