Raccontare la vita di qualcuno attraverso gli occhi delle altre persone. Un romanzo polifonico e corale, incentrato sulla fine dell’adolescenza e l’età da giovane adulta di Resi, una ragazza marchigiana, cresciuta a Fano, e poi studentessa universitaria di lettere a Siena e ancora giovane e promettente dottoranda a Toronto. In circa dieci anni, la vita vissuta da Resi, nome di famiglia, insolito ma che sembra cucito su misura per lei, per il suo assorto mondo interiore, fa da contraltare alle confessioni, lucide, a tratti singhiozzanti o patetiche, tenere e irrisolte delle persone che l’hanno sfiorata.
La sua amica, che vede nella decisione di Resi di non iscriversi alla Luiss una sorta di tradimento, e però anche una cesura inevitabile tra la vita protetta e l’inizio di una solitudine che ha il sapore dell’essere adulti, il suo ragazzo del liceo, Orfeo, come lei introverso e curvo sulle parole dei poeti perduti e mai morti, come Campana, la sua maestra delle elementari, Laura, il rimpianto segreto di non aver fatto l’Università e gli studi da autodidatta sulla creatività che va incoraggiata nei bambini, e la mancanza di coraggio verso Athos, il suo amico che non è mai diventato qualcosa di più, e che forse del suo amore respirato, nutrito di sguardi animati non si è mai accorto, nemmeno ora, da adulti che veleggiano verso la mezz’età, lei presa a sognare e ridurre il suo corpo a forma oblunga di pura luce, come le sante ascetiche del Medio Evo, e lui che vive dentro il miraggio di una vita fatta di successi, macchine potenti, donne seducenti.
Il fratello superstite di Resi, Andri, con troppi anni tra loro, che guarda alla sorellina con ammirazione e stupore, le vuole bene ma non riesce davvero a vederla. La zia di Resi, Greta, che l’ha accolta come una figlia ed è quella che l’ha iniziata alla passione per la lettura. Rispetto alla mamma di Resi, racchiusa nel ruolo di moglie e madre, Greta è stata la ribelle, il coraggio consumato nelle pagine dei libri, nell’insegnamento fuori dagli schemi.
Il Professore Universitario di Resi, Claudio, il suo monologo punteggiato da rimpianti per la libertà e le fughe di Resi all’estero, che lui ha incoraggiato e favorito, ma che ora gli rendono evidente una sorta di amaro senso di fallimento, il confronto con il suo anziano maestro sul senso dell’immortalità delle opere degli scrittori e dei poeti. Esistiamo nei ricordi degli altri, nelle immagini che le parole tracciate su carta si depositano nell’anima di chi ci legge, forse quando saremo polvere o nomi sbiaditi su un giornale, i caratteri illeggibili.
Nella narrazione tutti raccontano, un legame tenue come un filo trasparente di bava di lumaca, il sogno ricorrente di Resi: un’altra lei che si guarda allo specchio in una casa, e al di là dello specchio l’immagine rimandata indietro, scomposta, frantumata, ferita, e le voci al di là della superficie riflettente, in una dimensione altra. Qualcuno prova a fornire un’interpretazione del sogno, qualcuno lo ricorda con stupore, a distanza di tempo. Quello che tutte le voci costruiscono insieme è una sorta di eco prolungata di quelle immagini tradotte in parole. Resi è dietro uno specchio, sensibile, gentile, a volte frettolosa, guardata dall’occhio mobile di chi la cerca o la aspetta, come Orfeo, anche se Resi ha una vita diversa e un nuovo ragazzo canadese.
Mi sono interrogata a lungo sulla domanda narrativa dentro il romanzo, sulla verità dentro la bugia, su quello che è evidente in controluce e ho pensato che Resi è quella che scappa, che ha coraggio e per questo è raccontata dalle voci delle altre persone. E sempre per questo motivo il romanzo si conclude con la voce di Orfeo, quello che è andato ed è tornato senza mai smettere di aspettarla.
Il sogno di Resi è la nostra bolla di paura, di vedere una persona che vive, sdoppiata, mentre una parte di noi guarda la nostra stessa vita che va avanti che procede, pratica, sicura, a tratti sconfitta. E nella nostra vita ci sono voci al di là dello specchio, che non possiamo raggiungere perché lo specchio è il confine non solo tra una vita corporea e materica e un’altra fatta di non materia, non esserci, ma anche tra tutte le possibili vite che continuano a vivere, nel tempo curvilineo delle altre possibilità.
“Io sono qui: nella stanza accanto a quella in cui sono cresciuta e dove adesso stanno chiusi negli armadi i cappotti per l’inverno e i libri che non troviamo ancora il coraggio di buttare. Se accendessi la luce mi rivedrei, lì con Orfeo, il pomeriggio in cui mi sono decisa a lasciarlo entrare in casa. Lo guardavo guardarmi e pensavo: avrà guardato così anche la mia faccia sbiadita, sbattuta, gonfia di sorrisi, nelle foto di classe in cui scivolava apposta tra le altre per venirmi vicino? Così: come se volesse tutta intera prendermi per sé e soffiarmi dentro per farmi vibrare; così: mentre mi parlava, e intanto con il corpo, con le mani e le labbra, diceva altro.
Se accendessi la luce ci rivedrei, nascosti lì, mentre ci catturiamo in quelle prime parole che non significano nulla, mai“.



