Dopo il poemetto Scisma, che ne era la ricostruzione – per così dire – in versi, Ilaria Palomba torna con un memoir romanzesco, Purgatorio (Alter Ego 2025), a raccontare in una forma nuova i suoi giorni d’ospedale, ampliando l’orizzonte al prima e al dopo della sua esperienza. Dopo averle chiesto qualche tempo fa di riflettere sul poemetto Scisma, trovate qui la nostra conversazione, mi è sembrato giusto provare a parlare con lei anche di questa nuova opera. Al di là delle sue esperienze personali, Palomba è un’autrice originale e profonda che non si accontenta di quello che la letteratura contemporanea fa circolare nel mercato editoriale, rifugge i generi e i movimenti culturali alla moda. Si inscrive – o forse viene inscritta – quindi alla categoria degli irregolari, quegli scrittori che schiudono ai lettori esperienze non comuni. Il suo purgatorio parte da una realtà semplice e terribile: “Ilaria ha ingoiato delle benzodiazepine, ha dato le spalle a Roma e si è lanciata nel vuoto. Vive mesi lunghissimi in unità spinale; non sarebbe dovuta sopravvivere, invece torna addirittura a camminare”, ma da qui parte un percorso che diventa anche una riflessione sul dolore e sugli Altri.
Innanzi tutto, cara Ilaria, questo purgatorio contiene tanta gente, compagne di stanza, medici, uomini e donne. Come hai avuto a che fare con loro in quei mesi di malattia?
Caro Paolo, in Purgatorio, diversamente da Scisma, essendo un romanzo, ci sono molti personaggi. Alcuni provengono, come dici, dalla mia esperienza ospedaliera, ci sono i dottori, il dottor T. e il dottor S., ci sono i pazienti F., N., O, la signora M., i fisioterapisti E. e A., tutte maiuscole puntare: l’anonimato dei nomi rende le identità volatili, ciascuno ha un particolare ruolo, è l’esperienza delle istituzioni totali in cui capisci subito chi sei, a cosa servi, con chi allearti. Ci sono la madre e il padre, entità reali, ma archetipiche, metafisiche. Poi ci sono gli uomini del passato: H. e D., una conversazione ambivalente con un altro misterioso clandestino: Hubert Melville, e poi un essere angelico, Zadkiel, che giunge come una protezione mentre la protagonista è in ospedale. L’esperienza ospedaliera è stata decisiva. Sono davvero grata ai medici che mi hanno curata: non si trattava solo di qualche frattura, ma di una lesione al midollo spinale, una lesione che ho ancora, che avrò per sempre, tuttavia cammino. Ciò è stato possibile perché era destino, grazie alla mano del Padre Eterno, e alla mia volontà, ma anche perché mentre sono precipitata un’ambulanza stava passando per la via di casa, mi hanno portata d’urgenza al San Giovanni in coma, e lì hanno fatto interventi perfetti quasi impossibili, e poi, un mese dopo, il fisiatra del CTO mi ha obbligata ad alzarmi dal letto quando sentivo un dolore lancinante anche solo a muovere il busto di pochi millimetri.
Un tema che mi ha molto colpito è quello del deragliamento, ce ne parli?
La scrittura è sempre stata per me un deragliare. Forse perché è lo spazio che mi sono data per esistere. Straboccare, fuggire dalla vita attraverso le parole, costruire universi. Non esiste una parte di me che non sia scrittura, l’ha detto bene Andrea Di Consoli alla prima presentazione di Purgatorio. Non esiste nulla in questo libro – e neanche in questa mia vita – che non sia letteratura. Il deragliamento è un tema blanchottiano. È il disastro. L’apertura dello spazio interiore.
Un altro concetto che mi pare decisivo in Purgatorio è quello di “autenticità”, si può essere autentici nella scrittura?
Non te lo so dire, sono molto detestata per quello che scrivo, perché alcuni sentono che sia capace di leggergli dentro, al di là delle loro intenzioni di non farsi catturare. Sono sempre stata molto scorretta nella scrittura, perciò posso dirti che l’autenticità è per me altro dalla realtà. La verità, sì, la mia però, è una discesa all’interno, a una profondità tale che tutto è completamente distorto, come lo è nei sogni.
Chi è Hubert Melville?
Un uomo dall’identità clandestina che ha una conversazione quotidiana con Ilaria su Instagram il mese prima del volo. Potrebbe essere qualcuno che viene dal suo passato e vuole ricordarle che non se ne libererà mai, o qualcuno che viene dal futuro e vuole condurla altrove, ma l’altrove si disfa nel volo.
E chi è Zadkiel?
Un angelo, quindi un demone. Un uomo del mistero che giunge in aiuto con delle lettere mentre Ilaria è in ospedale, poi s’incontrano, si amano, e poi scompare. Potrebbe essere lui Hubert Melville, o forse no…
“Volevo sfondare come autrice e non mi rendevo conto di non essere neppure pronta a vivere il presente” scrivi a un certo punto… Pensi che lo sguardo del mondo editoriale su di te sia cambiato negli ultimi tempi?
No. Quando capiranno sarà troppo tardi. Quando capiranno che non faccio denuncia sociale, non faccio autoterapia, non appartengo a nessuna delle categorie in cui vogliono collocarmi credo sarò nella bara da un pezzo. Pazienza. Come vedi, non esiste nulla di casuale, se il mio destino sarà quello di essere finalmente vista e riconosciuta accadrà, altrimenti può darsi che io sia qui solo per aiutare altri a sopportare una vita difficile mediante la scrittura.
C’è tanta arte nel romanzo, davvero aiuta nel dolore oppure è una leggenda?
È solo l’aria che ho respirato. Forse un’alterità da sostituire all’inquietudine del sentirsi gettati in un gradino della scala sociale che non ci piace. Una vertigine, una realtà aumentata. È per me una boccata d’aria, l’arte, quella del passato, in cui non stai combattendo per esistere, ma ti rifugi nello sguardo dei maestri.
Hai trovato un senso in questa vicenda che ti ha coinvolta?
Per alcuni non essere visti per quello che si è è l’esperienza più atroce dell’esistenza, un inganno, una prova di forza cosmica. Non racconto più il mio disastro blanchottiano sul piano di realtà, lo distorco nell’onirico, ne faccio letteratura. Ho trovato il senso: la fuga dalle definizioni. E forse anche un compito: liberare chi abbia compreso l’inganno.
Dopo il Purgatorio c’è il Paradiso?
Lo spero. Di tornare indietro non ne ho alcuna voglia. Cerco di rendere il dono e il danno che attraverso. Credo di scrivere fondamentalmente poesia, anche quando decido di raccontare una storia. È l’angelo terrifico di Rilke, o il Mefistofele del Faust di Goethe. Si attraversano inferni per superarli, non per ristagnare nella maledizione.



