“L’onda lunga” di Mariano Rose (Las Vegas)

Storia di Blues, che non è solo una balena, ma diventa l’emblema di come ci si senta estranei nella pelle che ci è toccata in sorte.

Come ci guardano gli esseri viventi non umani? Per loro siamo dei dominatori da imitare, perché abbiamo la capacità di ridere, piangere, toccare qualcuno per comunicare emozioni. Abbiamo le arti, la musica che veicola il sentimento universale dell’empatia, la capacità di veicolare speranze, rimpianti, amori e struggimenti oltre la prossimità fisica. E cosa succede quando qualcuno, un enorme cetaceo assorbe dentro tutto il dolore di sentirsi fuori posto sul pianeta Terra? Questa è una storia che non necessariamente prova a dare risposte a questi interrogativi, ma indaga, con una sorta di grazia feroce, dentro le pieghe segrete del mondo presente e futuro che stiamo creando, quello che stiamo per lasciare in eredità a chi verrà dopo di noi.

Nel 2019 una balena, un cetaceo, come dicono gli esperti, cerca volontariamente di spiaggiarsi, in ogni ganglio nervoso l’idea di uccidersi, di chiudere la sua esperienza corporea. Viene salvata da un gruppo ambientalista, e portata in un enorme acquario per riprendersi ed essere studiata. La cosa stupefacente è che la balena, dopo un po’, dimostra di saper parlare, e di apprezzare il blues. È così allora che la chiameranno, Blues, per il suo amore per le ballate e la sua capacità riflessiva di riflettere su quanto emerge dalle persone, su quanto di loro sia evidente oltre le parole. Blues assorbe desideri e comportamenti umani, si innamora di una donna, una biologa, Carla, e vede lucidamente le crepe dietro un matrimonio perfetto. Fa quello che farebbe qualsiasi esemplare di maschio umano: cerca di rivendicare l’amore e l’attenzione di Carla per sé, non accontentandosi di essere solo il suo amico e confidente. Per Blues il suo corpo enorme, sgraziato, è il rimpianto di non incarnare il desiderio di Carla. Se fosse possibile, vorrebbe toccarla e sentirla allo stesso modo in cui la tocca il marito.

Nei trent’anni di storia, dal 2019 al 2049, Blues ci narra in prima persona del suo dolore, la sua consapevolezza che essere capaci di sentire significa amplificare la consapevolezza della incomunicabilità del proprio intimo dolore. Presto Blues dimostra non solo di apprezzare la musica ma anche di saper cantare, e comporre lui stesso le canzoni. Diventa una star, trascinato ad esibirsi, compatibilmente, con la sua natura di cetaceo, sui palchi hollywoodiani. Il successo però è un impostore, e come nelle migliori tradizioni, ogni volta che i clamori cessano, il brusio incessante di richieste e le ovazioni lasciano il posto a un vuoto sconfinato.

La scelta stilistica dell’autore che rende la balena non semplicemente antropomorfa, ma vivida, credibile, ci pone una sorta di domanda: davvero essere umani ci rende, per ciò solo, adatti a dominare il mondo, gli Oceani e le Terre emerse, sopra ogni essere creato?

Sentire l’acqua, assaggiare l’aria, far fluire le parole attraverso l’ugola, questa è la vita per Blues, una vita che non la rende libera, fino a quando non decide di riappropriarsi della sua libertà nel modo che può.

Quello che mi ha colpito, e che poi spinge ogni lettore/lettrice a identificarsi con Blues, è il senso di estrema fragilità che dovremmo sentire tutti/tutte. Comunque vada, non siamo qui per restare, quello che di noi resterà saranno i legami che avremo creato, e forse, i nostri desideri tradotti in parole. Blues non è solo una balena, è l’emblema di come ci si senta estranei nella pelle che ci è toccata in sorte, di come l’ingombranza del corpo non basti ad annullare la follia del desiderio. E, alla fine, di come quando sentiamo che non siamo adatti a vivere in un mondo crudelmente performante, che non accetta non solo la sconfitta, ma anche la non vittoria. Essere perfetti è il miraggio alieno che ci spinge a trovare un lavoro che spesso è fatto per dare lustro e soldi ad altre persone, facendo in modo che dimentichiamo che il nostro tempo ci viene sottratto, con il nostro inconsapevole consenso.

 

«Non ricordo. Con il tempo ho adeguato la mia versione a quella dei giornalisti, dei curiosi…suppongo capiti a tutti. Sai che quello che ti raccontano non corrisponde a verità, non interamente, e sai che non è la verità perché l’hai vissuto in prima persona. Eppure… ti aggiusti. Dopo un po’ che te lo senti ripetere gli dai ciò che vogliono. Cerchi di farli contenti, di stare al gioco, almeno credo. Ripeti quella bugia così tante volte che quasi ci credi.»

 

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Marilena Votta

Marilena Votta nasce a Napoli e trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci. Ha pubblicato le raccolte di racconti “Equilibri sospesi”, “La ragazza di miele e altre storie” (Progetto Cultura, 2016) e “Diastema” (Ensemble, 2020), e le raccolte di poesie “Estate” (Progetto Cultura, 2019) e “Quando sono nata ho smesso di essere aria” (Edizioni Progetto Cultura, 2025). Il suo racconto “Fratello maggiore fratello minore” è stato pubblicato nell’antologia “Roma-Tuscolana”. Alcuni suoi racconti sono disponibili su varie riviste on line e cartacee. Nell’ottobre 2021 pubblica il suo primo romanzo, “Stati di desiderio”, con D editore. Del suo rapporto con la scrittura asserisce, convinta, che è il suo posto nel mondo. Scrive recensioni di libri che ama per "Dentro la lampada", la rivista della scuola Genius.

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