Edito da Damster, una casa editrice che fa molto per il genere giallo noir, è appena uscito Nomi di altre vite di Francesco Maltarello, un romanzo che non si limita a raccontare una vicenda fondata sull’intrigo e il delitto, ma sembra evocare la nostalgia delle proprie radici, pure se la vicenda è affidata a un protagonista che non ha nessuna intenzione di riscoprire territori ed epoche che non gli appartengono. È proprio il personaggio principale, Vittorio Ciccaroli detto Cicca, uno stravagante cinquantenne dal tratto tipicamente romano, a ritrovarsi impelagato in una bizzarra avventura famigliare con la nonna Armida che a quasi cent’anni chiede di essere accompagnata al paese d’origine da dove nel 1884 era partito suo padre. Ad accompagnare l’improbabile coppia si uniscono Gino, un vicino di casa e soprattutto la dottoressa Marta Alberti, che fa risuonare nell’animo di Cicca sentimenti sopiti. Ma il viaggio attraverserà un percorso molto più nebbioso e meno rettilineo di quanto ci si possa aspettare. Dopo tutto, sempre di un buon giallo si tratta, che si è aggiudicato più di un riconoscimento nel concorso GialloFestival. L’autore che è stato autore e regista per RaiUno e RaiKids non è nuovo alla pubblicazione, anche se lo è per quanto riguarda il genere giallo, infatti ha pubblicato libri per ragazzi: È Natale, fiabe e racconti con Davide Frasnelli (Gribaudi 1995), Generazione A sempre con Frasnelli (ed. Paoline 1996), Il giro di casa in 80 giochi (Gribaudi 1999), nel 2024 un suo racconto è stato pubblicato da Castelvecchi in un’antologia dei vincitori del concorso “Racconti nella rete”. A questo punto, vale la pena conoscerlo meglio come giallista grazie a qualche domanda sul suo romanzo, che è stato seguito nei nostri laboratori da Luigi Annibaldi e Lucia Pappalardo.
Nomi di altre vite è stato premiato in un festival del giallo, te l’aspettavi?
Sinceramente pensavo che al massimo avrebbe avuto uno dei premi minori in palio, tipo quello per il “Miglior protagonista” sia maschile che femminile, per i quali pure avevo la nomination e che, considerata la cura dedicata ai personaggi, mi sembrava più probabile. Poi in effetti ho vinto anche quello, ma la cosa più bella è stata vincere come “Miglior romanzo ambientato in Emilia Romagna”, ambientazione che all’inizio non c’era, è nata per caso dopo diverso tempo che avevo iniziato a progettare la storia. E l’Emilia Romagna per me significa tante cose, e quindi ancora una volta mi ha portato bene.
In realtà il romanzo è molto più complesso e suggestivo di quello che si potrebbe aspettare un lettore di romanzi del genere giallo noir, mentre lo scrivevi pensavi di scrivere una storia di quel tipo lì?
Avevo già scritto una storia, anche quella un giallo, con lo stesso protagonista, che stavo costruendo pensando comunque a una serialità. Quando l’ho terminata erano cambiati gli orizzonti della mia vita famigliare, e ho sentito forte dentro di me la convinzione che quella non poteva essere la prima, che dovevo e volevo scrivere un “prequel”, raccontare delle cose che mi premevano più di un giallo e basta, e così ho iniziato a scrivere questo, ma senza sapere dove andavo, la strada vera l’ho imboccata dopo tre anni. E a quel punto sì, era la storia che volevo scrivere.
Alla fine, sembra che si tratti di tornare al paese che si è lasciato indietro tanti anni fa, in cui è difficile trovare delle vere e proprie radici. È questo il senso della storia?
È questo, ma non solo. Il senso è la nostalgia, il rimorso, la ricerca di una appartenenza mai sentita e forse anche rifiutata, i fantasmi del passato. L’unico che all’inizio sembra non accettare questo è proprio il protagonista, Cicca, che considera il motivo di questo viaggio un capriccio della nonna centenaria. Per lui sono, appunto, Nomi di altre vite, di cui lui non si è mai curato e che pensa non lo riguardino perché è l’ultimo della famiglia. Però la fedeltà all’impegno che si è preso nei confronti della nonna, mischiato al sentimento per la dottoressa che li accompagna e alla curiosità per quello che si vede accadere attorno, alla fine lo porterà a prendere in mano la situazione, fosse anche solo per uscire dalla vicenda e tornare a rinchiudersi nella sua tana…
Mi ha molto colpito il personaggio di Cicca, il protagonista della vicenda, che è un tipo fuori dalla norma ma che alla fine mi pare più assennato di molti altri, no?
Sì, forse proprio perché è fuori della norma riesce a vedere le cose da un’altra prospettiva, e da un atteggiamento iniziale di quasi totale opposizione agli altri, poi, magari come dicevo anche solo per affrettare il ritorno a casa, ma a quel punto non è più solo quello, è lui che mantiene la lucidità necessaria per mettere insieme i pezzi della storia.
Cicca ha il vezzo di recitare versi di canzoni, come ti è venuta questa idea?
Lo ammetto, è un vizio che ho anche io, e che uso spesso anche nella scrittura, forse per trovare nelle parole di altri un rinforzo a quelle che vorrei dire io, o soprattutto per amore della battuta, che è un altro mio tic. Per spiegarlo dovrei fare una citazione… “Quando sogno dietro a frasi di canzoni, dietro a libri ed aquiloni, dietro ciò che non sarà…”. Indovina di chi è?
Facile, lascio ai lettori il gusto di ricordare il brano o di chiederlo al web. Comunque, ne citi molte di canzoni, ma direi che la palma dell’autore più citato va a Francesco Guccini, vero?
Appunto… Beh, sono un fervente gucciniano, non posso negarlo.
E poi c’è una sola citazione musicale fuori dal regno dei cantautori, ed è dei Genesis,
Sì, quando scrivo se ascolto musica deve essere non italiana, altrimenti mi distraggo e canto invece di scrivere. Con gli stranieri vado meglio, e in genere ascolto appunto Genesis e Pink Floyd, che hanno molti brani strumentali che mi danno la carica. Mentre scrivevo quella scena è partita Carpet crawlers, e ho sentito quella frase, che in quel frangente mi sembrava adattarsi perfettamente. Così l’ho inserita e poi l’ho fatta anche tradurre a Cicca, per completezza…
Cicca va in giro scalzo perché dice di essere nato nello stesso momento in cui Abele Bikila ha vinto le olimpiadi di Roma, nel 1960, correndo senza scarpe, poi vediamo i personaggi su una Cinquecento dello stesso periodo. Hai pensato ai lettori della generazione del Boom come pubblico d’elezione?
Mah, in realtà è anche la mia generazione, quindi forse è per quello, anche le citazioni sono per lo più musiche tra gli anni sessanta e gli ottanta, così come i riferimenti al cinema, alla televisione, ai fumetti… Forse solo perché è il mio immaginario interiore, ma anche per un recupero della memoria da parte di chi quelle cose non le ha vissute (e non è un motivo per non conoscerle come qualcuno pensa), perché sono anche quelli Nomi di altre vite, che però hanno fondato le vite attuali.
Hai usato anche il dialetto qui e là, frasi, proverbi, tipo: L’aqua la fa mêl, e’ ven e’ fa cantê. Come ti sei trovato a usarlo?
Mi sono divertito a farlo, poi in pratica è solo un personaggio che parla in dialetto. Ho fatto ricerche, qualcosa sapevo, magari non ho azzeccato proprio la dizione esatta, ogni territorio ha le sue sfumature, per questo anche non è ben chiaro dove si svolge l’azione, è una Romagna un po’ inventata, ma nessuno di là mi ha ancora fatto obiezioni…
C’è una parte di pubblico che ti conosce perché hai lavorato per la televisione dei ragazzi in Rai, pensi che si stupirà a scoprirti autore di gialli?
Non credo, intanto non è che fossi così noto al pubblico, ma se parliamo dei colleghi, non ho mai nascosto la mia passione per la scrittura, e la mia tendenza al giallo, di cui peraltro qualche traccia è emersa anche lì sul lavoro, nelle cose che mi è capitato di scrivere. E comunque col tempo si cambia, si diventa a nostra volta il nome di un’altra vita…



