Una breve novella, meno di 100 pagine, e tutte fatte per restare. Triste e sensibile e potente. Teresa è una ragazza con il cuore spezzato, la vita già segnata, ultima tra gli ultimi. Quello che desidera è trovare pace nell’oblio. Si getta sotto un SUV, e quello che rimane di lei è un corpo maciullato, ferito in una serie di punti delicati, e una coscienza viva, vitale. All’obitorio incontra una presenza che dice di essere Fred Buscaglione, entrambi accomunati da identico destino, desideroso di accompagnarla nei luoghi e nei tempi della sua vita trascorsa. Lacrime, singhiozzi, accettazione dell’inaccettabile e poi i due, Fred con i suoi baffi alla Clarke Gable, il suo repertorio di musica intatto, e Teresa, con il suo corpo a brandelli, e l’anima ancora imprigionata nel dolore e nel rancore, partono, a bordo di una improbabile Thunderbird rosa, per la Puglia. La cosa incredibile è che pare che i due siano visibili, sfiorabili, dalle persone che interagiscono con loro, in un viaggio che non è per Teresa solo una meta di riconciliazione con il suo tempo passato, ma anche un modo per sgranare la realtà dei senza fissa dimora, degli emarginati, di coloro che vengono segnati a dito per le loro imperfezioni.
Teresa aveva una sorellina, Anna, e come lei era figlia di un peccato indicibile, odiata dalla sua stessa madre, tenuta lontano da ogni forma di affetto da una donna squilibrata e nevrotica. La mamma è a sua volta una vittima di brutali violenze, non protetta dalla sua di madre. La follia si nutre del disamore e cresce come una pianta infestante.
Nel viaggio psichedelico, surreale, eppure terreno, Teresa risente odori dimenticati, la pazienza di vivere, e poi il dolore più ingiusto, la perdita di chi conta su di te. Il vento nei capelli, la musica sulle labbra e l’anima che piano piano deposita i suoi faticosi fardelli, il peso di una vita fatta di pochi attimi di felicità e tante mancanze.
Ma il viaggio è anche pieno di molte occasioni gioiose, di risate senza altro motivo che quello di trovare buffe le persone, con i loro affanni, le loro vite ordinate, il loro maniacale e ipertrofico bisogno di controllo, quando esiste qualcuno che è libero da questi impostori che chiamiamo doveri, o obblighi o corpi. Le vite che conduciamo, di fretta, di corsa, meritano il prezzo che paghiamo? Non saprei rispondere, ma forse Teresa, con la sua ansia d’amore e di desiderio di ricomporsi ha trovato una risposta.
“Non c’è niente da dispiacersi, è solo così. In questo tempo sospeso le vite scompaiono in un attimo e le anime si spengono senza accorgersene. Abbiamo perso il vento. Fermi in un mondo che va avanti con le sue albe, i suoi tramonti, le sue notti infinite.
Si cammina su una corda tesa come funamboli ubriachi cercando di non cadere. Acrobati tristi che galleggiano nell’aria in attesa del prossimo passo. Questo siamo. Carne, ossa, sangue, saliva, lacrime. E andiamo avanti nonostante, nonostante la paura, il terrore, la rabbia. Il dolore. Sappiamo che indietro non si può tornare. E mettiamo un piede avanti all’altro in attesa che arrivi il vento a sparigliare tutto in questa merda di vita cui rimaniamo attaccati con la voglia di fare un altro passo incerto sulla corda che vibra. Ma non possiamo fermarci. O forse sì.”



