Vincitore della II edizione del premio Neo, questo libro è davvero un viaggio dentro un buio fitto, è una storia di anime oscure in cerca di una forma di redenzione, ma questa specifica redenzione necessita di ritrovare un equilibrio che passa attraverso la distruzione.
Olga nasce viva tra i morti, tra i sopravvissuti all’epidemia di spagnola, in un paese minuscolo arroccato sulle Alpi, al frenetico confine con la Svizzera. Per lei solo rabbia e fiati cattivi d’uomo addosso, l’etichetta di pazza. Olga è la voce narrante del romanzo, la persona che segue le vicende del figlio Lucas, e le svela al lettore.
La voce potente di Olga è una voce di madre che si trova incinta e senza un marito. Non sa chi sia il padre del bambino che aspetta, e questa vergogna, insieme al marchio di guasta e pazza che si porta cucita addosso, perché è sensitiva e vede i morti e le persone immerse in un’altra dimensione, è un monito che spinge la famiglia a cercarle un marito, il Mastella, un bravo cristiano sfigurato dalla poliomielite, una gamba più corta dell’altra. Un rifiuto che sposa un altro rifiuto. C’è una logica perversa ma comprensibile nel matrimonio. La nascita di Lucas, bambino dagli strani occhi azzurro ghiaccio, e rinchiuso in un mutismo selettivo notevole, è la frattura che segna la fine del matrimonio. Olga si sottrae al desiderio del marito, che, ritenendosi beffato, protesta.
Vai con la prostituta del paese, gli consiglia il nonno di Olga. Ma io, io voglio fare l’amore con mia moglie.
Con le mogli non si fa l’amore, si fanno i figli, e se i figli non vengono, allora non c’è bisogno di fare neanche il resto, ammonisce la nonna di Olga, sancendo così, in maniera decisa, l’inutilità del contratto matrimoniale e la riavuta libertà della nipote.
Da quel momento in poi madre e figlio tengono tra le dita un silenzio perfettamente intonato. Un silenzio rotto dalla guerra e dai soprusi dei nazisti e dei paesani, spartiti tra partigiani e repubblichini. La prima parola di Lucas coincide con la morte del cane che amava, e che pure viene sacrificato perché il mondo in cui viviamo ha bisogno di sangue. Quel primo gesto di morte fa capire a Lucas che l’amore è una debolezza di cui occorre sbarazzarsi, come una coperta in estate.
Il primo bambino a sparire è il piccolo Tommaso, e poi Pietro e Antonia e Giovanna. Il responsabile, fin da bambino (il primo omicidio lo commette a 8 anni) è Lucas. È lui che ha ucciso tutti quei ragazzini, e li ha seppelliti sotto i fiori e gli alberi, lasciando le loro ossa come fertile concime. IL tempo viene scandito dal giovane sangue versato, che vede Lucas farsi adolescente e poi giovane adulto, e a ogni bambino sottratto alla vita per lui è un ulteriore passo verso il nastro del traguardo.
Quando viene arrestato, Lucas non tenta di difendersi, prepara un cappio per chi ne avesse bisogno, non per lui. L’unica condizione che pone per aiutare a trovare i cadaveri dei piccoli è quella di essere accompagnato in questo percorso, che diventa a un tempo percorso della memoria e frenesia al bisogno di trovare una motivazione, dal parroco Raffaele, protagonista insieme ad altri della giovinezza traumatizzata della madre.
Lucas non ha pietà né sentimenti, la motivazione che lo ha spinto a commettere gli omicidi è quella di sentirsi una sorta di angelo vendicatore: per riavere giustizia o vendetta bisogna riparare a un grande torto. E il torto è così grave che la riparazione passa attraverso la perdita brutale di ciò che ogni uomo ha di più caro: i suoi figli. Il legame della colpa tra genitori e figli è il leitmotiv che spinge Lucas a ogni azione. Come un novello straniero di Camus, Lucas non ama nessuno, il desiderio che lo tiene ancorato alla vita è quello di ultimare il suo progetto.
A ogni cadavere di bambino dissotterrato, Lucas racconta il legame tra il luogo e il fiore che accoglie il corpo e le speranze andate a male, la lucidità accurata e le modalità dell’azione.
Dobbiamo arrivare alla fine per capire perché, perché questo buio così estremo ha sommerso un ragazzino, e lo ha inondato, contagiato, fino a renderlo araldo di una vendetta spietata e terribilmente crudele.
Nessun amore per lui, tranne il tocco della madre, che lo osserva da lontano e sa la verità su chi ha messo al mondo. I bambini uccisi da Lucas le danzano intorno, le fanno compagnia, privi di parole ma non di intensità. Noi siamo le nostre ferite, introiettate già dal parto, il dolore che sgorga via. E se a provocare il dolore è stato un essere riconoscibile si deve fare qualcosa per riacquistare equilibrio, e l’equilibrio è frutto di un sacrificio.
Un viaggio dentro una coltre di buio così compatto e dolente non mi capitava da un po’. Il buio che fa perdere ogni speranza fa da contraltare a un amore che perde ogni decenza, ogni sovrastruttura. Tra madre e figlio il legame delle parole condivise, i racconti e le storie bibliche. Ho le braccia spalancate in una preghiera muta, una supplica che Lucas non vuole e non desidera, quando ho chiuso l’ultima pagina del libro. In questo labirinto fatto di oscurità avrei voluto trovare una luce, una speranza, ma non ho potuto. Quello che so è che ogni dolorosa storia va narrata, e tanto più il dolore e la rabbia satura l’aria, tanto più è forte è il romanzo che nasce.
“Mio padre si appese al ciliegio.
Lo fece anche il suo, ma scelse un ramo più alto.
Quell’albero l’aveva piantato nonno quando era ancora un ragazzino, ed era cresciuto tanto da sollevarci dalla calura estiva per qualche ora al giorno, quando la sua lunga ombra si proiettava sulla facciata est della casa, dove Lucas dormiva. È colpa di quell’ombra se Lucas è diventato quel che è diventato, mica di nostro Signore. È quell’ombra nutrita a paura che l’ha schiacciato nel buio fin dalla culla.
Lo pensavano tutti che non avrei dovuto mettere al mondo quel figlio. Qualcuno, a volte, aveva perfino il coraggio di dirlo. Affogalo nel torrente e seppelliscilo in giardino, se non altro farà bene ai fiori.
Con le corde degli impiccati, sul ramo dove papà si appese costruii un’altalena. Era il gioco preferito di Lucas. Ogni pomeriggio, dopo la scuola, passava il suo tempo lì, su e giù dall’altalena, sempre intorno al ciliegio.
Mio marito se ne andò quando il bambino non aveva ancora cinque anni. Lucas non pianse.
Non aveva pianto nemmeno quando era venuto al mondo. La levatrice lo teneva a testa in giù per i piedi. Gli schiaffeggiava il sedere. Se non piange muore, diceva, se non piange non respira.”



