Parliamo del romanzo “Da qualche parte finisce tutto” con Marina Novelli

"Credere in un assoluto magico lo ritengo un buon esercizio che ti fa mettere da parte e ti dispensa dal dare sempre e per forza spiegazioni su tutto. Onnipotenti, onniscienti, onnipresenti, arroganti umani".

È appena uscito per i tipi della casa editrice Ensemble il romanzo Da qualche parte finisce tutto di Marina Novelli. L’autrice, che seguo da anni con attenzione e curiosità, ha al suo attivo diverse pubblicazioni, tra le quali due romanzi e una graphic novel. Sono passati diversi anni dal 2021 in cui ha pubblicato La snaturata (Editore ensemble) e già esattamente dieci da quando ha esordito nel romanzo con I bannunati (Alter Ego 2015). È una scrittrice che evita i luoghi comuni e la sua immaginazione la spinge a inventare storie al limite tra realismo e fantastico. Il più puro realismo nelle descrizioni fisiche e psicologiche o sentimentali si unisce a invenzioni che fanno affacciare il lettore ai davanzali di finestre dalle quali si vedono paesaggi inconsueti, misteriosi, talvolta pericolosi, mai – mi pare – banali. Questo Da qualche parte finisce tutto prende inizio quando due amiche, Pinuccia e Iolanda, decidono di inoltrarsi dentro un luogo poco frequentato, Viale Spaventa, che raggiunge le profondità della roccia. Nella storia vivono personaggi e voci memorabili, come quelle di Trovato e di Virgilio, oltre a situazioni che metteranno alla prova l’amicizia tra le due ragazze. Un bel romanzo, da leggere soprattutto se cercate una lettura fuori dal comune. Intanto io ne parlo con l’autrice.

 

Che spazio occupa Da qualche parte finisce tutto nella tua produzione narrativa?

Uno spazio molto complicato che ho cercato di semplificare prendendo in prestito un impianto che richiama quasi il fiabesco. Un espediente di cui mi sono servita, insomma. E, sempre in prestito, personaggi che rievocassero una delle figure archetipiche per me più affascinanti della letteratura classica, l’Avventuriere. Alcuni di loro si lasceranno trasportare alla ricerca di qualcosa che li assilla. Altri, assurdamente, preferiranno continuare a vivere con quel pensiero fisso, ignorandolo. Non ho voluto scegliere, non li ho giudicati, ma li ho amati entrambi.

Una splendida poesia della poeta Chandra Livia Candiani inizia a questo modo: “non voglio imparare a non avere paura, ma voglio imparare a tremare…”

I protagonisti di questa storia non si lasciano fregare dalla paura e tremano, altroché se tremano, e alle volte soccomberanno. La natura è un elemento fondamentale, molto passionale di questa storia. Il rapporto dell’umano con essa, evocativo, indurrà stati d’animo molto profondi, alcuni terrificanti.

 

È una storia cupa e passionale che vede coinvolte soprattutto due donne. Fa riferimento a qualche tua esperienza privata?

Me ne sono resa conto quando ho chiuso la storia.

Avendo io un rapporto con la pagina bianca molto “di pancia” non faccio mente locale, vengo dal disegno che mi ha consolidato un’attitudine per l’improvvisazione, e devo dire che con un pensiero piuttosto analitico, invece, mi salvo dalla confusione. Oserei dicendo di riconoscermi in uno stato di trance guidato, per tentare di spiegare che non uso schemi, non ho intenti, non faccio grandi progetti sulla storia. Rispondo soltanto a una necessità iniziale che mi guida, riponendole il massimo della fiducia. Roba dell’altro mondo.

Per tornare a risponderti quindi, sicuramente ho elaborato qualcosa di accaduto e molto personale ma d’altro canto, è vero o no che da qualche parte finisce tutto, non perdi nulla, e prima o poi ti capita di ritrovarlo.

 

Ci sono due donne protagoniste, Pinuccia e Iolanda, ma che spazio ha il maschile in questa storia?

Sono sempre connessa con il maschile, sempre.

Non voglio pensare che ci siano tematiche di “genere”, e ove alcune sono incontestabili all’apparenza, come la maternità ad esempio, per citare uno degli argomenti trattati, ritenendola un sentimento, riconosco la paternità in egual misura e con la stessa complessità d’animo.

La tempra del vissuto appartiene a tutti. L’impulso di percepire le cose con profondità precipita lo strato sociale. Scelgo sempre di dare un taglio unanime. Quel tale disagio lì, sofferto, o un altro, viene riconosciuto a colpo d’occhio anche se in condizioni diverse perché appartiene a tutti, indistintamente.

 

Cosa pensi di Trovato?

Sorrido sorniona a parlarne, in quanto Trovato è un seme, un anello di giunzione, un gioco, e potrei continuare a lungo quando ci sono personaggi del genere, beffe e beffati, oltre che beffanti. Nascono quando meno l’hai previsto e poi devi farci i conti, tutti dovranno farci i conti, l’autore in primis e poi il lettore.

La frase contenuta nel romanzo, da cui è stato tratto il titolo, suona a questo modo, “Non perdi nulla, da qualche parte finisce tutto e all’improvviso lo ritrovi…” Ed ecco che t’imbatti subito in Trovato.

Trovato racchiude in sé molto del significato del romanzo, oltre che nel suo animo profondamente disturbante, essendo un provocatore, per la purezza disarmante che lo contraddistingue.

Insomma sono affari vostri, a me ha dato filo da torcere e non anticipo altro.

 

E di Virgilio?

Virgilio è il mio rapporto con la bellezza in quanto ho una fissazione, la sfido con la pretesa di vincere e impossessarmene, scevra dei grattacapi che potrò procurarmi.

Ho preso in prestito il nome di mio nonno Virgilio e anche i connotati. Era bello da sentirsi male credetemi, bello come un attore di Hollywood. Come ho rubato di Pinuccia, i connotati e il nome a mia nonna; una donna obiettivamente brutta e dal carattere inflessibile che le segnava in malo modo lo sguardo. Perché separarli, mi sono detta, se ce li avevo pronti lì, inevitabilmente legittimata, come diretta discendente. Io, il risultato genetico di un atto temerario, quello di mia nonna, in direzione contraria dal comune buon senso che la condannava, con a fianco un uomo così bello, vigile pure la notte anziché dormire sonni tranquilli, tra due guanciali.

Che poi certi ammonimenti sono di tutto rispetto, meritano di essere ascoltati perlomeno con un orecchio solo perché non ci si debba lamentare poi, a vedersela con i cesti di corna e altre questioni del genere, aggiungerebbero certe maldicenze.

Se mia nonna non fosse stata una temeraria controcorrente, non sarebbe venuta al mondo mia madre io non sarei qui a dire scempiaggini, forse. Di lei ho sempre ammirato la sua baldanza, era sfacciata e con lo spirito di un’imperatrice sotto mentite spoglie, e Pinuccia, guarda caso, è così e non si farà annacquare così facilmente il sangue.

 

C’è il senso del mistero e c’è quello della bestialità che prende talvolta il sopravvento nella vita, giusto?

Nasciamo e cresciamo nella migliore delle ipotesi accuditi e protetti. Il sentimento genitoriale ci vorrebbe cautelati dai dolori della vita, senza scossoni gravi. Un’iniziazione graduale, fluida. Ma non si può eliminare l’impermanenza che scopri crescendo e che desta all’improvviso sentimenti sconosciuti, a volte che non si è in grado di sopportare. Ci si scopre deboli, fallibili. Non sopporti di tremare, è insostenibile il brivido di certi sentimenti che prende il sopravvento.

Ecco, io ho voluto celebrare lo stare da questa parte, dalla parte di coloro che non ce la fanno mica. Di quelli che la bestialità prima di elargirla, l’hanno subita.

I miei amorevolissimi genitori, per quanto si siano sperticati, non sono riusciti nell’impresa di esentarmi dai colpi bassi della vita e tutt’ora, a una considerevole distanza dalla loro scomparsa, sento ancora le loro voci suggerirmi in un orecchio come se fossero magicamente al mio fianco. Credere in un assoluto magico lo ritengo un buon esercizio che ti fa mettere da parte e ti dispensa dal dare sempre e per forza spiegazioni su tutto. Onnipotenti, onniscienti, onnipresenti, arroganti umani.

Il magico è terapeutico perché, quando siamo in pericolo e abbiamo paura, abbandoniamo lo scetticismo e ci rifugiamo nelle teorie più impensabili, e a me piace raccontarlo. Giù la maschera quindi, tanto prima poi ci caschiamo tutti.

 

Cos’è Viale Spaventa?

Tutto quello che ti porti dentro percorrendo il lungo viale della tua vita.

Per intenderci, ti piace andare in montagna? Vieni con me allora, la vedi la direzione del crinale che a un certo punto si spezza come una ferita mal rimarginata, ecco, da là inizia Viale Spaventa, lo riconosci subito per come s’immerge nelle profondità semibuie della roccia, restituendoti un senso di claustrofobia.

Segui quella strada e non dare retta a chiacchiere e dicerie.

 

Ne hai mai imboccato uno nella tua vita, di Viale Spaventa?

Come no! Una infinità di volte.

 

C’è sempre qualcuno che preferisce non entrare in Viale Spaventa, anzi fare finta che non esiste?

Ne sono piene zeppe le pagine di questa storia. Ma sono stata indulgente, non mi sono schierata dalla parte di nessuno. Ci ho provato gusto a “salvare” anche coloro per i quali nessuno ci avrebbe scommesso, nemmeno un professionista come Nicola Mezzarecchia (per citare un personaggio della storia).

Riguardo a quelli che mi dicono che Viale Spaventa non esiste, che sono tutte baggianate, rispondo che si sbagliano, altroché se si sbagliano.

 

Da quel che so, hai un’altra opera nel cassetto, anzi, quasi fuori, puoi raccontarci di cosa si tratta?

È passata dal mio cassetto direttamente sulla scrivania dell’editore, uscirà il prossimo anno. Una storia che mi ha messa a dura prova per la scelta di un arco temporale nel quale passato, presente e futuro si miscelano in una narrazione inesorabile, ricca di avventure che il raccontatore non vuole dimenticare. Animata di molti personaggi dalle vite più impensabili che a un certo punto s’incontrano e proseguono assieme, in missione per conto di un Santo.

A questo punto della storia il sogno non si distingue più dalla realtà e i pensieri catturano parole lontane, niente di strano, io ho soltanto attinto dalla vita reale.

La natura regna anche stavolta, un vento forte spinge la narrazione da una direzione all’altra per quanto, viene raggiunto con successo l’approdo stabilito e, come capita alle volte di maggiore fortuna, con molto di più di quello che ci si aspettasse.

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Paolo Restuccia

Scrittore e regista. Cura la regia della trasmissione Il Ruggito del Coniglio su Rai Radio2. Ha pubblicato i romanzi La strategia del tango (Gaffi), Io sono Kurt (Fazi), Il colore del tuo sangue (Arkadia) e Il sorriso di chi ha vinto (Arkadia). Ha insegnato nel corso di Scrittura Generale dell’università La Sapienza Università di Roma e insegna Scrittura e Radio all’Università Pontificia Salesiana. È stato co-fondatore e direttore della rivista Omero. Ha tradotto i manuali Story e Dialoghi di Robert McKee e Guida di Snoopy alla vita dello scrittore di C. Barnaby, M. Schulz.

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