Ricordiamo quando eravamo adolescenti, al bivio verso l’età adulta, e una scelta ha condizionato tutta la nostra vita futura? A volte basta poco per cambiare tutto, un sì o un no, un evento apparentemente insignificante che si incastra con altri eventi e certe porte si chiudono sopra le nostre possibilità e altre, misteriosamente, ci vengono concesse.
Otto ragazze, dai 15 ai 17 anni, partecipano a un torneo di boxe, per aggiudicarsi il premio (che consiste in una tazza di plastica un po’ sbeccata spruzzata di vernice dorata) Figlie d’America, a Reno, nel Nevada, nel caldo desertico e spiazzante di una città che, a parte un parco a tema e i casinò, non ha alcuna attrattiva. Le ragazze hanno una serie di motivazioni diverse per gareggiare, alcune sono state bullizzate da bambine, altre hanno una caratteristica fisica che le marchia, come Iggy, che ha una voglia viola sul labbro, o portano ancora addosso i segni di un abbandono e di una solitudine o, come capita a molte, per il fatto di essere ragazze sono state trattate come se fossero inadeguate o indegne. Tutte e otto le giovani pugili sfidano il tempo e la consistenza molliccia di un destino che le vuole relegare in un angolo. Il ring è il loro personale palcoscenico, i round sono le possibilità che hanno di mostrare alle avversarie, e ai torpidi, assonnati e impigriti giudici e cronisti di provincia, la velocità del corpo che si muove all’unisono con le tattiche studiate per schivare colpi e aggiudicarsi punti. La loro capacità di sfidare il destino.
Le ragazze vogliono essere acqua che corrode oppure veloci come un fulmine, o salde come una montagna che rimane immobile dopo uno smottamento. Nel combattimento mettono tutto il loro cuore, la loro postura sbilanciata, la compattezza tonica e l’esperienza consumata fino a lì, la loro vanità e la loro avidità e il coraggio trovato, centellinato ed esibito.
La boxe è uno sport che non manca di aggressività, e durante il combattimento si consuma e si disperde una lotta con i limiti fisici, le aspettative, il bisogno di essere viste e riconosciute. In due giorni si consuma molta parte del loro percorso umano, un’accelerazione potente che, a seguito di sconfitta o vittoria, le porterà ad avvicinarsi al grumo segreto della loro essenza di persone. Luce torpida e polverosa, una palestra con le tende sdrucite, sudore scivoloso e brillante, pasti squallidi, e il trofeo desiderato che non le farà diventare campionesse olimpiche, non le consegnerà alla notorietà tradendo, in fondo, le promesse che sembravano sottintese alla vittoria finale.
Questo romanzo è una sorta di indagine dentro la faccia sonnolenta e menzognera del Grande Sogno Americano, che mostra la sua fallacia immensa, dove a emergere dal fango è il legame silenzioso di queste otto ragazze, che, anche se non si vedranno più, continueranno a ripensare al momento in cui hanno combattuto. Si sono toccate, i loro corpi si sono trasformati dopo il contatto, e questo è più importante di tutte le combinazioni di parole che avrebbero mai potuto scambiarsi.
Insieme alle protagoniste riviviamo cosa significa essere giovani, vivere in un contesto separato dagli obblighi normali, dove siamo esposti, i corpi in piena luce, senza poter mentire, i punti deboli svelati e colpiti, lividi nero-blu simili a tatuaggi, occhi neri e vista sfocata, denti incrinati e gengive sanguinanti. Quello che resta è a volte una poltiglia sanguinante, un senso di consapevolezza e, a volte, solo un ulteriore bisogno di fuggire.
Non resta molto da raccontare di una vita, una serie di fatti apparentemente casuali che ci portano verso la fine, quando le ragazze tenteranno di spiegare a mariti, mogli, figli quel momento in cui sono state d’oro, luminose come la speranza, quando tutto l’amore poteva ancora accadere.
“Adoro combattere contro Izzy, pensa Iggy mentre sferra un pugno. Adoro come diventa quando la batto. Per Iggy è la cosa più importante al mondo. Battere una persona in qualcosa che per lei conta più di tutto è come schiacciare una mosca. Dopo che l’hai schiacciata le vedi dentro.
Che tristezza essere una brava bambina pensa Rachel, Dio quanto odio il suono di queste parole. Brava bambina è tremila volte peggio di bravo bambino. Tutto ciò che un bravo bambino deve fare per essere bravo è indossare una maglietta pulita. Nessuna vuole essere una brava bambina, pensa Rachel, non c’è una sola ragazza qui dentro che si accontenterebbe di questo”.



