Ideale seguito del romanzo La porta di Esculapio (Bertoni 2021), arriva in libreria proprio oggi La bocca del fiume di Antonio Fiore (sempre per la casa editrice Bertoni e sempre nella collana Schegge diretta da Anthony Caruana) a quattro anni di distanza, che sono serviti a realizzare una storia solida e profonda. In questo romanzo ritroviamo lo stesso protagonista, l’anziano Leo, che un esperimento scientifico segreto, subìto durante la dittatura fascista a Roma, ha reso più forte e longevo degli altri esseri umani, ma che ha anche caricato di una terribile dose di malinconia e solitudine. In questa seconda prova, Antonio Fiore (che di professione fa il medico sportivo e che da anni è Presidente della Commissione Medica della Federazione Internazionale di Scherma) rende più corale la sua immaginazione affiancando a Leo alcuni personaggi della storia precedente, ma anche alcuni protagonisti del tutto nuovi. Se La porta di Esculapio era un romanzo d’azione ambientato in una Roma sotterranea e claustrofobica, questo La bocca del fiume è un vero e proprio thriller noir. Sono sicuro che soddisferà i lettori del romanzo precedente ma ne troverà senza dubbio di nuovi. Ed eccoci qui con Antonio a fare la nostra piacevole conversazione nel momento in cui il suo libro raggiunge le librerie.
Hai pubblicato un secondo romanzo, ormai pensi di aver imparato il gioco a cui stai giocando?
Be’, se ripenso ai primi anni di questo secolo, quando iniziai con te il mio primo corso di scrittura creativa (ed eravamo ancora giovani), credo di aver fatto un buon percorso. Ora padroneggio con più consapevolezza una serie di elementi che caratterizzano la narrativa e di sicuro ho le idee più chiare su come utilizzare gli strumenti del “mestiere.”
Quello dello scrittore, comunque, lo vivo come un lavoro dinamico in cui non si può finire mai di imparare e di crescere: sotto questo profilo, c’è una certa somiglianza con l’allenamento sportivo, in cui bisogna sempre essere proiettati verso un miglioramento.
Leo, il protagonista, è lo stesso del tuo primo romanzo, La porta di Esculapio, pensavi che avesse qualcosa da dire ancora alla fine della prima storia?
Sì. Sono sempre stato molto affezionato a questo personaggio, che per me ha un significato autobiografico.
Dopo il primo romanzo, avevo ancora voglia di raccontare la sua storia, soprattutto alla luce di alcune mie riflessioni esistenziali sulla vecchiaia, sulla felicità, sull’amore.
Ritroviamo Leo, il dottor Castelli, ma c’è anche una figura nuova, Valeria Nardi, una commissaria di polizia. Come hai costruito il personaggio?
Questo personaggio è nato poco alla volta. Nella prima versione del romanzo si trattava addirittura di un commissario ma Anthony Caruana (curatore della collana Schegge della Bertoni), a cui avevo fatto leggere i primi capitoli, mi fece capire che la versione maschile gli sembrava abbastanza banale. Perciò, decisi di trasformarlo in un personaggio femminile ma senza cadere nello stereotipo della solita poliziotta super atletica in jeans, anfibi e giubbotto di pelle. Volevo descrivere una donna molto normale, insomma, con un lavoro importante e pieno di responsabilità ma un po’ sola e alle prese con qualche problema di autostima. Una tipa che perfino nel corso di eventi drammatici è capace di un certo umorismo.
In effetti dimostri un certo interesse per le figure femminili, oltre a Valeria, c’è Lorenza e poi torna più volte Silvia…
Sì, mi sono divertito molto nel descrivere donne estremamente diverse tra loro. In un romanzo, poi, è molto importante la precisione e, in questo senso, bisogna mettere i personaggi giusti al posto giusto. Quindi, nella mia storia servivano delle figure femminili di un certo tipo e non ho fatto altro che inserirle quasi naturalmente nella trama, attingendo anche a piene mani dai miei ricordi.
Ci sono anche dei riferimenti esoterici, t’interessa l’argomento?
Più che altro sono stato sempre affascinato, fin da bambino, dalla figura di Giuseppe Balsamo, alias Conte Cagliostro, per una ragione un po’ particolare: mio padre conservava in casa una collezione di un periodico mensile degli anni Cinquanta, “Storia illustrata”, che verso i nove-dieci anni iniziai a leggere con avidità, soprattutto perché aveva delle illustrazioni fantastiche. A ogni modo, quando lessi un articolo che riguardava Cagliostro e la sua tragica fine, rimasi particolarmente colpito e probabilmente per questa ragione l’argomento è tornato a galla nel mio romanzo.
In linea di massima, però, nella mia storia ho cercato di non esagerare con l’esoterismo e con i riferimenti alchemici, perché sono stati usati un po’ troppo spesso, sia in narrativa, sia nel cinema.
C’è spazio anche per il mondo della scherma, nel quale tu vivi da molti anni. Tra i personaggi descritti, c’è qualcuno che si potrebbe riconoscere?
Più che a personaggi reali, ho cercato di ispirarmi a figure e atmosfere che caratterizzano una sala di scherma: il maestro, la lezione, gli schermitori al lavoro.
La scherma, poi, ritorna in una scena finale del romanzo nella sua dimensione più profonda e istintiva: quella di un’arte marziale nata per il combattimento, cioè per colpire un avversario con un’arma, che non necessariamente dev’essere un fioretto, una sciabola o una spada.
La bocca del fiume è un romanzo pieno di tensione e di azione, senza eccessivi compiacimenti sulla violenza, ma con molti avvenimenti che si susseguono, quando l’hai scritto pensavi a un possibile film, tipo Reacher o John Wick?
Forse un po’ sì. Chissà, forse in futuro potrei decidere di tirare fuori dal mio romanzo un trattamento da proporre a qualche casa di produzione.
In effetti, il mio modo di scrivere e di strutturare i capitoli, secondo alcuni, è molto cinematografico e potrebbe rappresentare la base per una sceneggiatura.
In parole povere, quando scrivo tendo sempre a descrivere quello che “vedo” nella mia mente di disegnatore e immagino spesso i miei personaggi muoversi come in un film, con le luci, l’inquadratura, i dialoghi e così via.
Comunque, non amo particolarmente la violenza fine a se stessa né i particolari raccapriccianti perché credo che, anche nelle scene d’azione, sia importante la precisione, che consiste nel dosare esattamente gli ingredienti senza esagerare, sottraendo invece di aggiungere.
A un certo punto scrivi: “Si chiedeva per quale ragione avesse sentito per l’ennesima volta quel bisogno irrefrenabile di correre dei rischi simili”, secondo te perché Leo ha bisogno di mettersi costantemente nei guai?
Perché Leo è secondo me un personaggio quasi ottocentesco, da letteratura d’avventura.
È un supereroe, insomma, ma anche un uomo sensibile. Uno che nella vita ha sofferto molto ed è diventato un po’ misantropo, ma ha capito l’importanza di certi valori, come la lealtà, il rispetto, la sincerità, l’onestà: perciò, non sopporta i torti ed è animato da un irrefrenabile bisogno di giustizia, che lo porta spesso a mettersi in situazioni complicate e rischiose. La sua fisicità fuori dal normale e il suo addestramento, infatti, lo portano a cercare di risolvere certi problemi da solo, ricorrendo anche a mezzi non proprio “ordinari.”
Però, in definitiva, ciò che cerca realmente è la serenità.
E c’è spazio pure per i ricordi d’infanzia di Leo, che risalgono al periodo in cui cominciano gli avvenimenti che danno il via a questa tua saga, no?
Ho cercato di scavare nel passato di Leo, partendo dal ricordo di un trauma infantile ispirato a un episodio reale della mia vita.
Spesso nei cosiddetti romanzi “di genere” non c’è spazio per queste divagazioni ma il mio obiettivo era quello di dare uno spessore più profondo ai vari personaggi e non solo quello di raccontare una storia con elementi d’azione, di noir e di thriller.
Diciamo che il finale del romanzo riserverà una certa sorpresa ai fan di Leo…
Credo proprio di sì. È un finale non meditato ma scritto di getto e senza ripensamenti, che mi ha provocato molte emozioni.
Spero che i lettori lo apprezzino e si commuovano, come accade tuttora a me quando lo rileggo.



