Tre sorelle, tre ragazzine di origine pakistana, cittadine americane, ma in fondo straniere ovunque, restano orfane. Prima la madre, a causa del cancro, e poi il padre, ucciso da uno squilibrato. Il loro genere è un problema, se fossero stati maschi sarebbero state più semplici da gestire. Ma tre ragazzine sono costose e problematiche, nel mondo musulmano che le controlla e dirige il loro futuro, rappresentano un peso molto gravoso per chiunque. Vengono affidate allo zio, fratello della madre, che non hanno mai visto prima e che, prendendole sotto la sua custodia, adempie al suo dovere di credente di prendersi cura degli orfani. Con il benestare di tutto l’esteso nucleo familiare, Noreen, Aisha e Kausar vengono strappate al loro nido familiare, portate via da Philadelphia e condotte in New Jersey, lasciate a vivere in una sorta di appartamento da dividere con i casuali inquilini paganti dello zio. L’anaffettività dello zio, quando non diventa ansia maniacale di controllo e segregazione, rende le tre sorelle, allo stesso tempo, profondamente sole e profondamente unite. A tutte è vietato contattare la bionda moglie americana dello zio e i cugini dalle facce curiosamente tonde e pasciute e, quando vanno a casa di lui a chiedere soldi, la moglie gli sbatte la porta in faccia, non volendo essere infastidita dai bisogni affettivi e materiali delle ragazze.
Violenze sottili, eppure potentissime, perpetrate sui loro corpi da velare e nascondere, il contatto con l’esterno limitato alle necessità scolastiche, in un’altalena stordente di abbandono, mancanze e asfissianti domande per evitare che, con l’adolescenza, la loro verginità venga offerta a chi vogliono. La fragilità delle loro vite è chiara a tutte e tre, e il bisogno di difesa finisce per erodere il loro legame, perché per sottrarsi al controllo ossessivo dello zio non c’è altra strada che quella di eccellere negli studi o nello sport e ottenere una borsa di studio che apre la via della salvezza verso l’Università e il mondo reale.
I rapporti di forza fra le tre sono complicati, scanditi da delusioni e solidarietà, narrati dalla voce della più piccola, Kausar, la ribelle ma considerata dalle maggiori la traditrice perché, incantata da un pupazzo, è stata lei a scegliere di andare con lo zio, dopo la morte del padre.
Cosa devi inventarti per sopravvivere alle privazioni, alla mancanza di cibo, di vestiti conformi agli standard dei tuoi compagni di scuola, quando i vestiti di seconda mano sono un marchio che segnala la tua inadeguatezza? La fuga di Kausar si chiama Bobby, i suoi sguardi e le sue attenzioni, le uscite notturne clandestine con lui. Ma anche questo non è abbastanza. Non si può essere seri a diciassette anni, e Kausar lo impara a sue spese, e per salvarsi deve scindersi dal nucleo duro della sorellanza e della condivisione, e alienarsi dal suo cuore diviso in tre parti, per capire chi sia lei davvero, quali siano i suoi desideri, suoi e solo suoi, da non poter essere condivisi con le altre.
Crepe, fratture, dolore, ma anche una luccicante forma di libertà è ciò che traspare dalle parole di Kausar, che non smette mai di cercare, dopo anni di distacco volontario, l’accettazione della sua più contorta essenza da parte delle sorelle. Se non ci spacchiamo non possiamo ricomporci nella nuova forma che assumono i nostri corpi e le nostre anime, senza la protezione di nessuna comfort zone, e ritrovarci, dopo aver scelto la strada più faticosa, nudi, a volte estranei a noi stessi, ma consapevoli che ogni altra scelta sarebbe stata l’abdicazione alla libertà, qualunque sia stato il prezzo offerto e pagato.
“Il mio pungiglione brucia attorno a me. Voglio ciò che è mio. La fiamma rabbiosa di un tempo. Dentro, mi scaldo. Mi sento pericolosissima, come se non riuscissi a tenermi confinata in un corpo. Tutti mi guardano come se potessi esplodere da un momento all’altro. Come se potessi strabordare. Come se potessi schizzare olio. Come se potessi bruciare chiunque mi si avvicini. Ho bisogno di aiuto. Ho bisogno di un adulto. E non so dove trovarne uno”.



