Giuliana Vitali esordisce nel romanzo con Nata nell’acqua sporca (Giulio Perrone Editore 2025), storia di Sara, una giovane napoletana che cresce in una situazione all’apparenza estrema, ma in fondo non molto diversa da quella di tanti altri ragazzi. Due genitori distanti: il padre in Albania, la madre troppo presa da sé stessa e dal suo lavoro. Una città, Napoli, come al solito colma di improvvise bellezze e piena di squarci che regalano esperienze difficili: il gruppo di amici che vivono ai margini, il fidanzato che si rivela presto un tossicodipendente, relazioni forti che si rafforzano nelle difficoltà e che l’accompagnano nel paesaggio urbano, un ben disegnato sfondo per le sue vicende. Il tutto raccontato senza sconti, con una lingua realistica che non si compiace ma vuole rappresentare il mondo com’è (lasciandoci intravedere anche come dovrebbe essere). Giuliana Vitali ha una lunga frequentazione di artisti, scrittori, musicisti, illustratori, e l’ho vista coinvolta in molte riviste: Achab, Left, HuffPost, Wired Italia, TPI, Il Quotidiano del Sud, Succedeoggi e Kultur Jam. Ha frequentato la scuola di scrittura Genius e in particolare il corso curato da Andrea Carraro. Anch’io ho letto qualche pagina del romanzo quando era un manoscritto e (a parte qualche consiglio di editing) l’ho incoraggiata a continuare a scriverlo, in quei momenti di dubbio che attraversano la mente di tutti gli autori. E quindi possiamo concederci una chiacchierata più tranquilla adesso che il libro c’è.
Giuliana Vitali, dopo tanti anni vissuti nel confronto con scrittori e autori, che effetto ti fa esordire?
Ho sempre scelto i miei compagni di viaggio, autorevoli maestri irregolari o involontari che mi hanno dato modo di ascoltare, osservare, riflettere attraverso anche i loro preziosi consigli. Negli anni, con naturalezza, ho cercato passo dopo passo di arrivare a dei piccoli traguardi in ambito letterario, culturale, sociale scrivendo di tutto quello che è per me necessario dando soprattutto voce a chi non ne ha o a chi ne ha troppo poca. Così come anche per alcune tematiche civili, per i diritti fondamentali a cui credo si debba dare più spazio nei dibattiti sul territorio e nell’informazione. Questo romanzo è nato diversi anni fa e adesso è il momento di lasciarlo andare. Mi piacerebbe che le persone, leggendo il libro, sentissero l’urgenza con cui è stato scritto percependone la necessità.
Cosa volevi dire con il titolo Nata nell’acqua sporca?
L’acqua sporca è il simbolo dell’origine avvenuta in un contesto contaminato: familiare, sociale, urbano, emotivo. Nascere “nell’acqua sporca” significa entrare in un mondo già feriti come immersi in un liquido amniotico che brucia anziché proteggere. Eppure è forse proprio da qui che nasce la soggettività complessa dell’essere umano. Sara, la protagonista della storia, si ritrova senza volere in quella materia torbida ma nonostante tutto è capace di interrogarsi, sentire, cercare. L’origine, pur malata, non è perciò il destino: è da lì che parte il conflitto ma anche la possibilità di resistere e raccontarsi.
È inevitabile chiedersi quanto di autobiografico ci sia nella vicenda che racconti.
Scrivere è per me anche un atto di resistenza interiore: è riempire con l’immaginazione i buchi neri della memoria, prendere fatti reali e decostruirli cercando poi di dare un nuovo ordine al caos e soprattutto dare ai personaggi altre possibilità, altre strade da percorrere durante tutto il racconto.
Perché hai scelto di ambientare la storia a Napoli, visto che tu vivi a Roma?
A Napoli e nella sua periferia ci sono le mie radici, è il mio luogo dell’anima, è terra Madre. Spesso la penso come fosse un quadro di Pollock che non lascia spazi, dove buio e luce, colori, tratti di pennello si sovrappongono in suggestioni di violenza e purezza. Napoli è una città verticale in equilibrio sul vuoto ma contemporaneamente spinge sul magma vivo dei vulcani rendendola un territorio fatto di precarietà, di incertezza, di visceralità e anche di un certo fatalismo. Questi aspetti la rendono secondo me simile a noi e ai personaggi che vivono nel romanzo. Sono giovani che cercano di sopravvivere, si ritrovano in abitudini e relazioni tossiche, cercano di riempire vuoti emotivi e sociali, sembrano inghiottiti e sputati dalla città, spesso non scelgono ma subiscono, si contraddicono, si anestetizzano con droghe, psicofarmaci o con il sesso che sempre più li estranea da sé stessi e da ciò che gli sta intorno.
Quale Napoli racconti?
È una città-personaggio, è viva e riflette l’interiorità di Sara: un dedalo notturno di strade, piazze, case popolari abitate da anime perdute ed erranti, dagli esclusi che non sempre possono essere riconosciuti dall’esterno. Penso quindi che racconti una parte autentica della città senza risvolti epici o consolatori, né approcci giudicanti o moralistici.
Hai scelto la via del realismo… senza fare sconti ai personaggi…
Sì, il realismo è verità, autenticità. Wallace diceva che la letteratura deve essere in grado di “costringere a sentire”, di creare un’esperienza che lasci il segno in modo che il lettore possa confrontarsi con una realtà spesso cruda e dolorosa e che si tende per varie ragioni a ignorare. E perciò dopo la scelta di un linguaggio asciutto e privo di fronzoli narrativi, ho pensato che forse lo strumento che meglio può restituirci il senso della verità narrativa è proprio il corpo. È continuamente esposto, violato, alterato, anestetizzato ma sempre presente come luogo di percezione e reazione. Insomma, la realtà di Sara non viene filtrata da grandi riflessioni astratte ma si manifesta nel modo in cui il corpo, suo o dei personaggi, si comporta e resiste.
Sara, la protagonista, è una ragazza che sta diventando donna, volevi scrivere anche un romanzo di formazione?
La storia si sviluppa nell’arco di un anno ed è raccontata su due piani temporali che si intrecciano: il passato e il presente. Sono le stesse emozioni che si ripetono ciclicamente ma in diversi contesti, una con la consapevolezza di bambina e l’altra di giovane donna. Quindi sì, è di certo un romanzo di formazione ma con uno sviluppo del personaggio che non pare andare verso un consolatorio lieto fine ma forse verso una riappacificazione e accettazione di una convivenza con le proprie fragilità e disturbi emotivi, con i propri mostri.
C’è un rapporto difficile di Sara con i genitori, sembrano entrambi distratti, lontani. Non sanno svolgere il loro ruolo?
In nessuno dei personaggi c’è giudizio morale. Ognuno convive con i propri fantasmi, le proprie fragilità. E anche in questo caso prima di essere genitori si è esseri umani. Sono vittime e carnefici, piegati dalle colpe che si portano dentro. La madre, Elena, è una donna sola, impegnata nel suo lavoro di giornalista con un trascorso di violenza e abbandono; il padre è un uomo semplice che è fuggito in un altro paese forse per sfuggire non solo a un luogo, ma anche a sé stesso e ai suoi demoni interiori. Ecco, come così è anche per Sara, cercano di fuggire dal dolore, all’infelicità attraverso la rimozione di un passato con cui però si finisce con il dover fare prima o poi i conti.
Anche i ragazzi sono inaffidabili, mi pare. C’è salvezza nel loro mondo?
Spesso si parla di redenzione, di rinascita, di seconde possibilità. Ma cosa succede a chi non riesce a trovare una via d’uscita? A chi si perde e non riesce a tornare indietro? Insomma, ho voluto mettere in discussione il mito della guarigione, del lieto fine, mostrando una realtà più complessa e dolorosa.
Quali sono gli autori che hai letto e che ti hanno ispirato mentre scrivevi il romanzo?
Di certo Domenico Rea con il suo realismo viscerale, Anna Maria Ortese con i racconti tra il degrado urbano e la marginalità dei suoi personaggi. Ma ci sono anche Pasolini, Carver, Miller, Steinbeck, McEwan, Camus. Di pari passo alla letteratura però per me c’è anche il cinema. Non a caso i loro racconti o romanzi ben si prestano all’adattamento cinematografico e per alcuni appunto sono stati tratti grandi film come America Oggi di Altman, per esempio. O penso per esempio ai film quasi reportistici di uno dei registi italiani che secondo me è stato sempre sottovalutato: Claudio Caligari. Ho trovato così necessario utilizzare un linguaggio che potesse ricordare delle sequenze cinematografiche in modo che chi legge possa immedesimarsi nei personaggi, sentire i loro pensieri sulla pelle.



