Esiste un’antica leggenda accostata al re, all’imperatore, al papa, cioè all’uomo di potere: racconta che ogni tanto, per sapere cosa i suoi sudditi pensino di lui, scenda in incognito tra la folla. L’ultimo regnante a rivelare questo tipo di aneddoto è stata la regina d’Inghilterra Elisabetta II, che ha narrato della prima giornata di pace alla fine della Seconda Guerra Mondiale, in cui lei, principessa e futura erede al trono, con la sorella minore Margaret decisero di uscire senza farsi riconoscere dal palazzo camminando tra la gente comune di Londra. In quel caso senza dubbio avranno sentito solo grida di giubilo vista la gioia per la fine del conflitto e la vittoria contro la Germania nazista. Ad altri sovrani le parole ascoltate saranno risuonate meno trionfali. È quello che accade al protagonista del romanzo Un ferragosto di Giovanni Follesa (Camena editore 2025), Giorgio Servinu, immaginario governatore della Sardegna, che decide di mescolarsi ai suoi “sudditi” in modo molto più moderno. Si improvvisa autista per accompagnare in viaggio degli sconosciuti. Il percorso si rivela anche un cammino nel territorio della “sua” Sardegna e nell’interiorità dell’uomo politico, che non è proprio un re ma sfoggia comportamenti e usa mezzi assimilabili quasi a quelli di un sovrano assoluto. Follesa, che abbiamo già conosciuto come autore di inchieste sulle unioni civili in Italia, dimostra di avere un’esperienza diretta del mondo della politica (oltre a essere un esperto di comunicazione: è titolare della cattedra di Teoria e metodo dei mass media all’Accademia di Brera a Milano e conduce una trasmissione radiofonica), ci rivela da vicino, anzi dall’interno dei suoi pensieri, lo strano esperimento di un novello Principe dei giorni nostri. Allora ne parliamo con lui!
Giovanni Follesa, Un ferragosto si apre con un’immagine inconsueta, un patto con il lettore, che alla fine dovrà dare un bacio alla persona che ama. Perché?
Potrei rispondere con un sorriso ricordando che è “l’amor che move il sole e l’altre stelle”. Non volevo essere molto distante dall’immagine lasciataci in eredità da Dante. Credo, sinceramente, che oggi l’amore, e la sua manifestazione magari attraverso un bacio, sia una forma di resistenza civile. Perché amare richiede attenzione, tempo da dedicare, ascolto di se stessi e del prossimo. E in giro vedo spesso l’esatto contrario.
Da un punto di vista “tecnico”, questo “patto” lo ritengo uno stratagemma utile a catturare il lettore.
La tua è una delle storie più politiche che io abbia letto negli ultimi anni, credi ancora nella politica, quindi?
Lo sento come un dovere credere nella politica, forse retaggio dell’ora di lezione settimanale di “educazione civica” alle scuole medie. Il guaio, invece, è che non riesco più a credere nei politici (personaggi privi del senso del ridicolo). E ritengo di essere in ottima compagnia se si considera la sempre crescente percentuale di astenuti alle competizioni elettorali.
Il tuo protagonista scientificamente usa la cattiveria come arma del potere, per mantenerlo, ma anche per “divertimento”. Nelle tue esperienze, ti è capitato davvero di vedere questo “gioco” in azione?
Sì. Giorgio Sercinu, seppure personaggio di fantasia, è un campione di crudeltà, ogni sua azione non è troppo distante dal mondo reale. Il potere, nel suo esercizio quotidiano, vive di sussurri, vendette, mortificazioni, macchinazioni. A un certo punto faccio dire al Governatore: “Ho umiliato uomini, sottomesso partiti, piegato sindacati e soverchiato intellettuali”. Ahimè, non c’è niente di fantasioso in queste parole. Forse il rammarico maggiore è per gli intellettuali, figura oggi quasi del tutto scomparsa.
A un certo punto il tuo protagonista, forse disgustato, comincia un nuovo esperimento, quale?
Qui c’è il concept narrativo del romanzo. Giorgio entra in una crisi profonda, un senso di inadeguatezza che non può più ignorare. È così che nasce Lorenzo, il suo alter ego: un autista di BlaBlaCar, affabile e sgargiante, deciso a scoprire cosa pensa veramente del governatore il cittadino comune. L’ultimo viaggio, il giorno di Ferragosto di un’estate torrida e indimenticabile, cambierà per sempre la sua vita e le sue convinzioni. Insieme a Manuel, studente dell’Accademia di Belle Arti; Bastiano, militare-filosofo ed Ersilia, eccentrica nobildonna compirà un viaggio rivelatore alla scoperta di una Sardegna autentica e a tratti Jazz, tra i suoi paesaggi meravigliosi, ma anche tra le sue contraddizioni.
C’è un incontro importante che potremmo definire spirituale con Ersilia, una viaggiatrice, che rapporto hai con la spiritualità?
È una relazione strettissima, se per spiritualità si intende la costante ricerca di connessione personale con qualcosa di trascendente e sacro. Niente a che fare con le religioni organizzate, ma una visione umanistica della vita e la ferma convinzione che ciascuno di noi porti dentro di sé una “scintilla divina”. La spiritualità, dal mio punto di vista, è costante ricerca attraverso la meditazione o la riflessione, e ancor di più è esplorazione dei sentieri iniziatici.
Il nostro protagonista si ritrova ad essere giudicato da persone che non lo conoscono, che cosa scopre?
Come sempre accade, quando si indossa una maschera, e ci si rende irriconoscibili, si rischia di scoprire la verità. Parlo di rischio, non a caso: Giorgio si riflette nello specchio e scorge Lorenzo, un uomo messo a nudo che incarna le verità su Giorgio. Questo gioco di rimandi gli è utile per identificare i propri punti deboli e fare i conti con le manchevolezze politiche e umane, di marito, nello specifico, nei confronti di sua moglie Bruna.
C’è una frase che mi ha molto colpito: “La felicità va a braccetto con la libertà”, come si ottengono l’una e l’altra?
Chi trova la ricetta alchemica se la tiene ben stretta, e non la rivela a nessuno. Ora come ora, a volte è sufficiente cercare la libertà per essere felici, così come toccare attimi di felicità ti fa sentire libero.
Alla fine lui esce maturato dal viaggio, oppure sconfitto?
Il viaggio è foriero comunque di cambiamento. E tanto basta a Giorgio. Credo che lo sguardo e lo stato d’animo del lettore possa propendere più per l’uno o per l’altro. Oggi non va più di moda essere sconfitti. Ma la rinascita presuppone l’abisso. Quando San Giorgio uccide il drago, di fatto sconfigge una parte di se stesso.
E i lettori che hanno detto del romanzo, finora? I politici si sono riconosciuti o si sono offesi?
Mai visto un politico offendersi e palesare tale sentimento. La prassi prevede di incassare silenziosamente e semmai vendicarsi alla prima occasione utile. Quindi mi guardo alle spalle spesso e volentieri.
In che modo questo romanzo si coniuga con le altre molte cose che fai?
Ne è parte integrante. E non nascondo la gioia di essere tornato al romanzo, dopo due lavori più “giornalistici”. Organizzo, tra le tante attività, alcuni festival letterari… è bello ora stare dall’altra parte: l’autore ospite!



