Parliamo di “Italiani Kaputt” con Luca Fregona

"Io vorrei, che la comunità italiana dell’Alto Adige riscoprisse con orgoglio questa storia, e la usasse anche come un tassello fondamentale della propria identità in questa terra complessa".

Ho incontrato la scrittura di Luca Fregona qualche tempo fa per una sorprendente coppia di libri sul Vietnam italiano, espressione che detta così sembrerebbe una metafora ma che invece raccontava davvero di soldati italiani nella Legione Straniera francese in Indocina, Soldati di sventura (Athesia 2021) e Laggiù dove si muore (Athesia 2023). Adesso Fregona torna in libreria con un volume che va a scavare nella nostra storia nazionale, anzi direi pure nella nostra geografia, in un territorio quasi naturalmente di frontiera, quella città di Bolzano che l’autore osserva dal suo punto di esplorazione privilegiato che è il quotidiano “Alto Adige”. Già il titolo, Italiani Kaputt (Athesia 2025) che suona drammatico, diventa ancora più atroce se pensato in una società dove il bilinguismo (anzi il multilinguismo se si considera anche la lingua ladina) divide i cittadini tra quelli che parlano la lingua italiana e quelli che parlano tedesco, oltre la minoranza che parla ladino. L’obbiettivo è su un giorno cruciale di 80 anni fa, il 3 maggio 1945, quando le truppe tedesche in ritirata dopo essersi scontrate con i partigiani rastrellarono diciotto operai nelle fabbriche della zona industriale di Bolzano, li condussero davanti al muro di cinta di una fabbrica e li falciarono sparando da un autoblindo di paracadutisti. Dieci operai vennero uccisi, otto sopravvissero e portarono per il resto dell’esistenza, sul corpo e nella psiche, le ferite della ferocia che si era scatenata su di loro. Una delle tante atrocità della guerra, che viene qui esplorata attraverso interviste, documenti, testimonianze, fotografie e una narrazione quasi romanzesca.

 

Luca Fregona, mi sembra che in questi anni tu ti sia dedicato a tirare fuori dagli armadi certi scheletri che li contengono. Non riposavano tranquilli?
Esattamente così: non riposavano tranquilli. Mi attirano come una calamita le storie volutamente dimenticate, perché all’epoca era più comodo chiuderle a doppia mandata in un cassetto. Italiani kaputt volevo scriverlo da molti anni.  Ho scelto un taglio narrativo che mi permettesse  di trasmettere anche le emozioni e le paure vissute dagli operai rastrellati dai soldati tedeschi il 3 maggio 1945 nelle fabbriche della Zona industriale di Bolzano. Passo ogni giorno davanti al muro dove vennero fucilati, davanti a quella targa che li ricorda come “Vittime della ferocia nazista”. E, ogni volta, mi chiedo cosa abbiano pensato in quegli ultimi istanti, le ultime parole che si sono scambiati, le ultime cose che hanno visto.

 

Ci racconti una strage del 1945, si tratta in qualche modo di un anniversario, ma si sente che ti tocca particolarmente, perché?

 Perché è la mia storia. Mi spiego: sento un debito generazionale da bolzanino “italiano” di terza generazione, nipote di italiani arrivati qui durante il fascismo per “colonizzare” l’Alto Adige. Nella stragrande maggioranza erano solo poverissimi contadini veneti con – se andava bene – la seconda elementare, emigrati dalle campagne paludose per miseria. Saliti quassù per lavorare nelle fonderie della Falck, della Viberti, della Magnesio, della Lancia. Gente umile, povera, pacifica. I morti del 3 maggio 1945 sono sangue del mio sangue. Al muro potevano esserci i miei nonni. Quei morti camminano ancora per le strade della Zona, diventate – nel frattempo – anonime a colpi di ruspa. Tanto che, dopo 80 anni, non è stato facile capire dove fossero alcuni capannoni. Poche centinaia di metri, tra fabbriche che non esistono più, dove oggi, al loro posto, ci sono l’università, i magazzini Metro, supermercati, centri commerciali, bar per motociclisti, pizzerie, e persino una palestra aperta di notte; mentre, una volta, di notte, si accendevano solo i forni e i fari – a migliaia – delle biciclette degli operai. Quei morti fanno parte di noi, continuo a sentirli e vederli. La comunità italiana dell’Alto Adige deve smetterla di sentirsi sempre e comunque ospite in questa terra, e ricostruire la sua storia anche dal muro dell’eccidio.

 

È una storia volutamente cancellata dal ricordo, per quali motivi?

Mi sono sempre chiesto perché quella giornata (trentasei morti ammazzati in tutta la città, decine di feriti) fosse stata volutamente cancellata, per così lungo tempo, dalla biografia “ufficiale” di Bolzano. Quasi fosse un tabù impronunciabile. Una strage gratuita e infame, a guerra ormai finita, con gli americani a una manciata di chilometri. Erano scomodi, quei morti. Pesavano sulla coscienza di una città in macerie. Perché la rappresaglia tedesca era scattata fuori tempo massimo. Così come fuori tempo massimo erano stati gli scontri a fuoco tra partigiani e nazisti sconfitti in fuga verso il confine. Una giornata maledetta e sbagliata tra ordini contraddittori, furia germanica, e tatticismi geopolitici sul futuro dell’Alto Adige (Austria o Italia?). Il 3 maggio 1945 migliaia di soldati tedeschi in rotta attraversavano la città per raggiungere il Brennero. Doveva essere un passaggio tranquillo, in qualche modo “agevolato” per evitare incidenti. Era stato stipulato un accordo tra partigiani, Alleati e comando germanico che prevedeva pattuglie e posti di blocco misti (partigiani/Wehrmacht) in attesa delle truppe americane. Ma  qualcosa andò storto. Nel dopoguerra, quei morti sollevavano il velo sul collaborazionismo filonazista in Alto Adige, ma anche sugli errori del Comitato di Liberazione. Nel caos riemergevano le faide rimaste in sospeso negli anni bui del fascismo (il divieto di parlare il tedesco, la chiusura delle scuole tedesche, le opzioni del 1939) e in quelli criminali dell’occupazione tedesca: la caccia ai soldati italiani, agli ebrei, i lager, le esecuzioni, i rastrellamenti, gli stupri. La cosa incredibile è che su quello che è successo veramente il 3 maggio, su chi sparò per primo, su chi ordinò il rastrellamento e la fucilazione, non c’è una riga nei documentatissimi rapporti dell’esercito tedesco (che si fermano al giorno prima, per riprendere il giorno dopo). E nemmeno negli archivi americani. Così come, in seguito, le relazioni del Cln sulla dinamica furono estremamente evasive. Bruno Bovo, uno dei sopravvissuti, mi disse che, finita la guerra, nessuno voleva ascoltare quella storia, così smise di raccontarla. Ma dentro di lui covava, non lo lasciava in pace. Ricordava quella mattinata minuto per minuto. Fino alla sua morte, nel 2018, ha continuato a chiedersi perché era sopravvissuto e altri no. Il rastrellamento in Zona fu una ritorsione dopo alcune sparatorie tra operai e colonne della Wehrmacht in transito. Fu condotto con estrema durezza da un reparto di paracadutisti abituati a uccidere senza pietà.

 

Come tuo solito, c’è un grande lavoro di documentazione, come hai messo insieme i documenti e la narrazione?

Per anni ho condotto una mia personale inchiesta nel passato. Ho trovato testimoni e sopravvissuti. Li ho ascoltati e riascoltati. Ho scritto diversi articoli sull’”Alto Adige”, il mio giornale, e dato voce alle famiglie che chiedevano con forza che i caduti e i feriti del 3 maggio venissero finalmente ricordati dalla città. Mi ha aiutato molto Marco Cavattoni, figlio di Andrea, un operaio dello stabilimento Sida sopravvissuto alla fucilazione con sette proiettili in schiena. Suo padre, morto nel 1994, raccontava raramente, ed era molto deluso dal fatto che il loro sacrificio non fosse mai stato riconosciuto nemmeno dalla sua città. Marco Cavattoni ne aveva fatto una questione di vita. Finché la salute glielo ha permesso, ha pungolato le istituzioni a rompere il silenzio. E, come un formidabile cane da tartufo, mi ha aiutato a scovare gli ultimi testimoni. I sopravvissuti, soprattutto con i loro corpi, mi hanno immerso nelle ore buie del 3 maggio. Le cicatrici che Bruno Bovo, allora ultranovantenne, mi mostrò sulle braccia e sul torace. L’indice destro amputato da un proiettile. La mano ferma di Ottorino Bovo, che soccorse i feriti e venne colpito da due pallottole (volle rivedermi ancora una volta, nel giugno 2021 poco prima di morire, perché gli promettessi che quella storia non andasse perduta). E ancora: l’orologio a cipolla che salvò la vita a Vittorio Luise deviando il colpo, conservato con dedizione dal nipote. Gli occhi spenti di Carolina Zenoni, che dovette assistere all’esecuzione del suo ragazzo, e non si riprese mai più. Un contributo fondamentale è arrivato da figli, figlie e nipoti, che mi hanno messo a disposizione foto, documenti e il ricordo di quel giorno, tramandato di generazione in generazione. Quando è stato il momento di scrivere il libro, ho scelto un taglio narrativo perché ti porta lì, davanti al muro della Lancia. Ho scelto di far raccontare quell’ora e mezza — dall’arrivo in fabbrica al rastrellamento, dall’esecuzione alla raccolta dei corpi — da cinque degli operai. Ogni volta il racconto riparte da zero, aggiungendo particolari biografici, dettagli sulla Bolzano dell’epoca, sulla vita prima e durante la guerra. La narrazione prosegue poi con altre storie che hanno sempre come sfondo la Zona industriale e quell’arco temporale, come la seconda strage evitata per un soffio al sottopasso per Oltrisarco, dove i tedeschi avevano raggruppato alcune famiglie prelevate al Villaggio Lancia, una specie di dormitorio per i lavoratori. Il taglio narrativo mi ha dato la possibilità di immaginare e descrivere il 3 maggio con una libertà che a uno storico non è concessa. Ho spinto parecchio, e questo può essere un rischio, ma credo di averlo fatto con onestà e, soprattutto, rispettando le testimonianze che mi hanno affidato i sopravvissuti, che oggi non ci sono più.

 

Ho visto anche fotografie fatte direttamente da te, per non invadere gli spazi dei testimoni con troppi attrezzi e operatori?

In alcuni casi sì. Le persone anziane – specialmente se hanno vissuto traumi di questo tipo – all’inizio sono sempre un po’ sospettose, si ritraggono, devono conoscerti. Non basta un incontro. Bisogna andarci più volte, rispettare i loro tempi, i loro silenzi, anche la loro intimità. Ricostruire lo stesso episodio daccapo più volte. E poi controllare tutto con le poche fonti storiografiche disponibili. Mi dispiace solo di non  aver filmato alcuni di loro.

 

Una storia di operai è ancora attuale?

Per me era importante che il libro venisse pubblicato in occasione degli ottant’anni dalla Liberazione e dalla strage della Lancia. Il caso vuole che esca in un momento storico in cui spirano di nuovo terribili venti di guerra, anche in Europa. Spero lo leggano i giovani, coloro che non hanno memoria diretta di cosa fu la seconda guerra mondiale, e che magari assistono alle immagini dall’Ucraina, da Gaza o dal massacro del 7 ottobre 2023 senza capire, come fossero davanti a un videogioco.  Questa storia è attuale perché è accaduta solo 80 anni fa. Ci sono persone ancora in vita che c’erano il 3 maggio ‘45, che hanno visto. E come dice Primo Levi: “È accaduto una volta, può riaccadere”.

 

Come ci si trova a narrare questa antica storia di tedeschi e italiani in una città come Bolzano?

Non è facile. Perché il fascismo e poi l’occupazione tedesca, accolta come una liberazione da gran parte dei sudtirolesi, hanno lasciato scorie difficilissime da eliminare da una parte e dall’altra. Il fascismo aveva oppresso brutalmente la popolazione di lingua tedesca. Aveva chiuso le scuole, proibito l’uso della lingua, imposto di scegliere tra l’Italia e l’emigrazione nel Terzo Reich con le Opzioni del 1939. Dopo l’8 settembre, le truppe naziste calate dal Brennero furono brutali contro gli italiani e gli ebrei. Soldati italiani allo sbando sono stati uccisi o rastrellati e caricati sui carri per i lager, con la complicità di una fetta della popolazione di lingua tedesca. La comunità ebraica di Merano – fiorentissima radicata e vivacissima  – è stata annientata. Consiglio vivamente la lettura di Storia di un ragazzo ebreo, il diario di Leopold Bermann, che aveva 12 anni. Il suo è un racconto in presa diretta dell’arrivo dei panzer tedeschi e della caccia agli ebrei. A Bolzano nel 1944 è stato aperto un Durchgansglager, un campo di concentramento (a meno di 500 metri dalla Zona industriale), dove sono passate oltre undicimila persone dirette a Mauthausen, Auschwitz, Dachau… E dove lo stupro, l’omicidio, la tortura erano all’ordine del giorno.

 

La divisione tra nazisti e partigiani era nettamente una divisione tra tedeschi e italiani, pure tra la gente del popolo?

Non netta, ma marcata, Questa cesura esisteva per i rancori reciproci di cui ho parlato prima. E anche per una questione “strutturale”: gli operai italiani erano confinati in quartieri popolari costruiti apposta per loro dal fascismo. Avevano pochi e rari contatti con gli abitanti delle vallate. Rare erano anche le amicizie tra i due gruppi. Va detto che  esisteva un limitato ma tenace movimento anti-nazista anche nella comunità di lingua tedesca che pagò un prezzo molto alto, autonomo però rispetto al Comitato di Liberazione Nazionale. Nelle fabbriche di Bolzano gli operai erano quasi esclusivamente di lingua italiana. Le fabbriche di Bolzano – dopo l’8 settembre – divennero un centro di resistenza formidabile. Nelle fabbriche venivano nascosti i soldati italiani in fuga e salvati mettendogli addosso una tuta da operaio. Nelle fabbriche sono stati strappati alla leva obbligatoria, nella Wehrmacht, decine di giovani bolzanini. Nelle fabbriche si sabotavano i mezzi destinati alla macchina da guerra hitleriana. Ed erano gli operai delle fabbriche, le loro mogli, i loro figli ad aiutare, rischiando la vita, i prigionieri del lager di via Resia. Ecco: io vorrei, che la comunità italiana dell’Alto Adige riscoprisse con orgoglio questa storia, e la usasse anche come un tassello fondamentale della propria identità in questa terra complessa.

 

Il 3 maggio è passato da poco, ci sono state delle commemorazioni?

Solo una veloce passerella delle autorità con l’immancabile corona. Niente di più. Poca cosa per gli 80 anni. In compenso, alle due presentazioni di Italiani Kaputt hanno partecipato oltre 400 persone. E non certo per la mia faccia.

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Paolo Restuccia

Scrittore e regista. Cura la regia della trasmissione Il Ruggito del Coniglio su Rai Radio2. Ha pubblicato i romanzi La strategia del tango (Gaffi), Io sono Kurt (Fazi), Il colore del tuo sangue (Arkadia) e Il sorriso di chi ha vinto (Arkadia). Ha insegnato nel corso di Scrittura Generale dell’università La Sapienza Università di Roma e insegna Scrittura e Radio all’Università Pontificia Salesiana. È stato co-fondatore e direttore della rivista Omero. Ha tradotto i manuali Story e Dialoghi di Robert McKee e Guida di Snoopy alla vita dello scrittore di C. Barnaby, M. Schulz.

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