Parliamo del romanzo “Volevo soltanto salvare le mie parole” con Giorgio Bona

"In questa grande tragedia ho visto la salvezza della poesia, l’elevarsi  della  letteratura. La purezza e la bellezza stanno nella parola. La parola scava nell’essenza della vita, è un grimaldello che scardina e apre varchi nella moltitudine".

La letteratura è una goccia nel mare della nostra vita talvolta noiosa, talvolta violenta, tenera e atroce, ma i poeti, gli scrittori, bagnano con quella goccia una terra che si nutre della loro parola, in modi misteriosi e profondi. La letteratura è una goccia che s’infiltra, che può scomparire nel terreno quando si scontra con il potere. Ma può rinascere da una polla d’acqua limpida se qualcuno se ne abbevera di nuovo. È quello che succede con il bel romanzo di Giorgio Bona, Volevo soltanto salvare le mie parole (arkadia sidekar 2025) nel quale si raccontano gli ultimi mesi di Osip Mandel’štam e l’energica forza di sua moglie Nadežda Khazina, che imparò le sue poesie a memoria pur di salvarle dalla distruzione voluta da Stalin e dai suoi emissari. Bona con uno stile senza fronzoli ma sicuro ci porta nella loro casa, ci fa apparire con efficacia gli ambienti della Russia degli anni ’30 del Novecento, la paura e lo snobismo degli scrittori di regime, l’amicizia disperata degli altri poeti, guardati sempre con sospetto, se non perseguitati direttamente, perché il potere non ama che le parole squarcino il velo della menzogna pubblica. E mentre noi ancora leggiamo le parole di Osip e di Nadežda Mandel’štam che le racconta nella sua opera L’epoca e i lupi, chi mai si ricorderà – se non maledicendolo – di Nikolaj Ežov, l’emissario di Stalin, “Espressione dura, sguardo tagliente e cattivo, il gran ciuffo che cadeva sulla fronte, le mani intrecciate sulla scrivania come in meditazione” conosciuto come il “Riccio di Ferro” e anche “nano sanguinario”, Commissario del Popolo per gli Affari Interni? L’uomo che nel romanzo di Bona dice a Mandel’štam: «Mi spieghi a cosa serve l’inchiostro se a lei è stato chiesto di non scrivere?» Come se si potesse davvero imporre a un poeta di non poetare. Letto il romanzo ho deciso di fare una conversazione con Giorgio Bona, eccola qui.

 

Come nasce l’idea di parlare proprio di Osip Mandel’štam? Tu l’hai definito “Un atto d’amore”.

Tutto ha avuto inizio nel 1981, la mia prima volta in Russia. Da studente ero venuto a contatto appassionandomi immediatamente con Osip Mandel’štam, Sergej Esenin, Velemir Chebnikov, Marina Cvetaeva, Anna Achmatova. Per me i più grandi di quel 900 devastato da guerre e da conflitti terribili. Non dimenticando ovviamente Vladimir Majakovskij, Boris Pasternak, Vjaceslav Ivanov e Aleksandr Block.

Dovevo in qualche modo ricambiare qualcosa che mi era stato donato ed era molto. La scelta cadde su Osip Mandelstam dopo aver letto L’epoca e i lupi di sua moglie Nadežda, un libro di memoria del suo rapporto con il poeta che mi ha trasmesso parecchio.

 

Fin dall’inizio la narrazione è molto forte, richiama la storia di ieri e anche di sempre, è la debolezza dell’uomo nei confronti di ogni potere o soltanto di quello dittatoriale?

Dalle parole  di  Mandel’štam e dai  poeti perseguitati  del  suo  tempo  qualcosa pare emergere, la poesia sembra l’unica arma a far paura ai potenti e per questo occorre isolarla, svuotarla,  chiuderla  in  un  serraglio  al  servizio  del potere che vuole sottometterla. La repressione del canto libero. Come svuotare l’assenza della parola dal suo primordiale contenuto.

Non si cancellano le parole anche quando graffiano, anche quando lasciano il segno. Mandel’štam aveva la ferma convinzione che un verso durava più di un uomo. Contro questo pensiero si è scontrato il potere. Il potere non si accanisce l’uomo, si scontra  con la sua parola. Ecco che allora  la  poesia  vuole essere la  rappresentazione del  vero  contro la prepotenza e la menzogna.

 

Che donna era Nadežda Mandel’štam?

Il ruolo di Nadežda fu fondamentale per la vita del poeta. Nadežda in russo significa speranza ed è singolare trovarsi davanti all’assenza  di  speranza nella  vita di Mandel’štam.  Fu lei che salvò l’opera del poeta con la forza di volontà e della memoria, perché tenne a mente versi e prose che la polizia politica  portò  via  durante le perquisizioni e li restituì negli anni a venire. La cassaforte della mente. Lei negli anni a venire fu ricordata come la vedova della poesia di Mandel’štam. Dopo l’arresto del marito li riscrisse sulla carta, nascondendoli e portandoli con sé durante la terribile esistenza da nomade che dovette fare per salvarsi da terribili persecuzioni.

Con Mandel’štam visse una storia d’amore veramente profonda, un amore puro, altissimo, anche se ogni tanto sconfinava nel rimpianto, nel dolore, nella malinconia, sentimenti che che non si potevano evitare visti i tempi.

 

Quale spazio occupa Mandel’stam nella storia della letteratura?

Osip Mandel’štam è con Nikolaj Gumilëv la figura centrale del movimento Acmeista  sorto nel 1912 in opposizione al simbolismo. Il nome deriva dal greco akmè che significa  culmine e indica una poesia che mira all’essenziale. Mandel’štam è stato un poeta, uno dei più grandi del secolo scorso al quale è stata negata la parola. Qui mi collego a quanto disse Moni Ovadia: Occorre stabilire ponti e iniziative culturali con il mondo russo, che la letteratura russa, la cultura russa, la  poesia russa, tutto ciò che è stato prodotto dall’intellighenzia russa sono imprescindibili, soprattutto per un uomo di cultura italiano.

 

In quest’opera viene fuori con forza il legame che unisce il poeta alla sua terra e soprattutto alla sua lingua.

Il legame con la sua terra è un legame con il mondo perché la poesia non ha una dimora fissa. È nomade. La poesia crea un ponte con chi la ama, un ponte fatto di parole. La parola è indispensabile, è l’essenza della vita perché scava nella moltitudine. L’assenza  della parola è assenza di significato, di sostanza. Certo che Mandel’štam non poteva concepire una sua esistenza lontano dalla Russia.  Viveva miseramente in sedici metri quadri in un  alloggio fatiscente a Mosca. Vengono a galla ricordi dalla bruma dolorosa di queste pagine i ricordi di un passato, come quello dell’appartamento borghese a San Pietroburgo dove la madre suonava il pianoforte e leggeva i poeti del Romanticismo tedesco.

Mandel’štamha ha sempre affermato di non appartenere al presente e non ci può essere altra via d’uscita se non la cittadinanza della parola.

 

È terribile il rapporto che descrivi con i poeti ufficiali del regime, la cooperativa scrittori era davvero così?

Gli amici poeti poeti Anna Achmatova, Marina Cvetaeva e altri,  una  generazione perseguitata, esiliata, umiliata, che restituisce il dramma  di  un’epoca  che  passa dall’entusiasmo rivoluzionario all’angoscia quotidiana causata dall’emarginazione, dall’isolamento, con il terrore che anche l’amico più caro ti possa denunciare o tradire.

La cooperativa Scrittori era rappresentata dal suo presidente: Boris Pasternak. L’autore de Il Dottor Zhivago, quel libro che giunse in occidente nei canali clandestini Samizdat, si dice, e che – come si racconta in tutto l’occidente – costò all’autore una durissima censura e persecuzioni a non finire. In realtà Pasternak allora godeva di grandi privilegi dal regime, conferiva con Stalin in persona. In questo ruolo che ricopriva non si adoperò più di tanto per difendere e aiutare un poeta che pur stimava e che, come tanti colleghi, si trovava alla deriva in una condizione disperata.

 

A un certo punto scrivi: Non esiste scrittura tessuta nella gioia. È un pensiero di Osip Mandel’stam oppure un poco anche tuo?

Certo ho vissuto un lungo periodo di  simbiosi  con il mio  personaggio  mentre  scrivevo questa storia. Ne ho condiviso il dolore perché sono stato vicino al vero e ho portato a galla un’immagine forte: la poesia era l’unica arma a far paura ai potenti e allora  bisognava avviare un processo persecutorio che soffocasse la parola. La repressione del  canto  libero è il dolore. Come dicevo, non si cancellano le parole, anche quando graffiano, anche quando lasciano il segno. In questa direzione io ho la stessa convinzione di Mandel’štam, senza presunzione: un Verso dura più di un uomo. Con questo Mandel’štam ha  voluto  affermare  che la poesia è la rappresentazione del vero e quindi la poesia è la verità  mentre il potere politico è menzogna. La poesia è sopra e il potere non potrà fermare la parola.

 

Hai la sensazione che nell’anima russa convivano il sublime e il terribile, la grazia e l’orrore?

Rispondo con le parole di Nadežda Mandel’štam che morì nel 1980 prima del crollo dell’Unione Sovietica costantemente sorvegliata dalla polizia ma che ricevette durante la sua durissima esistenza molte visite da studenti di letteratura che ne ammirarono il coraggio e la volontà di resistere: Non c’è niente di più facile da noi che distruggere un libro, ma anche se verrà distrutto non sarà del tutto inutile, prima di finire nella stufa verrà pur letto dagli specialisti della distruzione dei manoscritti, delle parole e del pensiero, non ci  capiranno nulla ma nella loro ottusità capiranno che forse la forza delle parole non  ha  paura di nulla e supererà la brutalità del potere.

 

Scrivi anche: La forza della poesia non intimorirà il potere, non cancellerà il terrore, quindi perché scrivere?

In questa grande tragedia ho visto la salvezza della poesia, l’elevarsi  della  letteratura. La purezza e la bellezza stanno nella parola. La parola scava nell’essenza  della  vita  è un grimaldello che scardina e apre varchi nella moltitudine. La parola a discapito della vita. L’assenza della parola è assenza di significato, di sostanza e allora vengono a mancare bellezza e purezza. Per arrivare a questo non deve conoscere barriere, non avere confini. Perché ciò fosse possibile Mandel’štam ha pagato con la vita, ha frantumato la sua esistenza abbattendo quelle barriere per salvare la bellezza dalla barbarie.

 

Pensi che questa storia tanto legata a un’epoca passata sia per appassionati oppure può parlare anche a lettori di ogni tipo?

Io so che questo racconto è doloroso, a me è costato molto sacrificio. Però è un pezzo di storia della letteratura, la grande letteratura espressa da uno dei più grandi poeti del novecento. Non so dare risposta, spero che questa storia, nella sua immane tragedia, possa toccare le corde vive e la sensibilità di molti lettori.

Condividi su Facebook

Paolo Restuccia

Scrittore e regista. Cura la regia della trasmissione Il Ruggito del Coniglio su Rai Radio2. Ha pubblicato i romanzi La strategia del tango (Gaffi), Io sono Kurt (Fazi), Il colore del tuo sangue (Arkadia) e Il sorriso di chi ha vinto (Arkadia). Ha insegnato nel corso di Scrittura Generale dell’università La Sapienza Università di Roma e insegna Scrittura e Radio all’Università Pontificia Salesiana. È stato co-fondatore e direttore della rivista Omero. Ha tradotto i manuali Story e Dialoghi di Robert McKee e Guida di Snoopy alla vita dello scrittore di C. Barnaby, M. Schulz.

Tag

Potrebbe piacerti anche...