Laura Lanza è una brava scrittrice al suo secondo romanzo, ma se cercate il suo nome sul web potreste incappare in una Laura Lanza che per i telespettatori della nostra generazione era molto famosa: la cinquecentesca Laura Lanza di Trabia, protagonista di una tragica storia d’amore e di uno sceneggiato televisivo: L’amaro caso della baronessa di Carini. Per di più Laura Lanza, la scrittrice, ambienta le sue storie proprio in Sicilia e non in una Sicilia di oggi, ma in una Sicilia storica. Si tratta di una circostanza buffa, che rispecchia l’ironia delle sorti umane, e della quale non parlerei se in fondo non fosse proprio una delle cifre stilistiche di Laura Lanza, la capacità di costruire trame, intrecci, che uniscono frammenti di vite, con uno sguardo compassionevole e acuto, spesso umoristico, in una lingua di grande raffinatezza. Dopo il suo primo romanzo, finalista al Premio Calvino nel 2019, Donna Francesca Savasta, intesa Ciccina (Astoria 2020), Lanza arriva adesso in libreria con La villa delle ‘Nzalore (Astoria 2025). Poiché ho seguito da vicino il suo lavoro d’autrice, posso testimoniare quanto abbia una formazione seria da bibliotecaria (tra l’altro ha lavorato nella prestigiosa Biblioteca Vallicelliana ed è caporedattrice della rivista Accademie & Biblioteche d’Italia), ma anche quanto sia capace di dare sfogo alla fantasia costruendo storie realistiche che indagano la realtà con piglio da vera narratrice. In questo nuovo romanzo seguiamo le vicende che coinvolgono gli abitanti di Monteforte sui monti Iblei, che fanno i conti con la storia durante la seconda guerra mondiale, una serie di personaggi che restano in mente ai lettori. Questa è l’occasione buona per farle qualche domanda sul suo nuovo lavoro.
È stato più facile scrivere il primo romanzo o pubblicare il secondo?
I personaggi che hanno animato il mondo di Ciccina sono tutti immaginari. Le storie narrate, anche se spesso basate su documenti antichi come atti di nascita, testamenti, lettere, sono di fantasia.
Scrivere questo secondo romanzo è stato sicuramente più difficile perché alcuni degli eventi descritti, anche se intrecciati con elementi di fantasia, appartengono a una storia il cui ricordo è ancora vivo. Scrivendo, mi è sembrato di attraversare le macerie di un paese, seppure immaginato, con il timore di ferire qualcuno.
Siamo sempre tra le genti della Sicilia, come in Donna Francesca Savasta, intesa Ciccina, sapresti ambientare un romanzo in un’altra regione, oppure le radici sono decisamente importanti per te?
Le radici sono molto importanti per me ma credo che per raccontare una storia sia essenziale conoscere e “sentire” i luoghi in cui è ambientata.
Nel romanzo stavolta c’è, protagonista assoluta che pesa sui protagonisti, la guerra. Lo dici esplicitamente: “Sebastiano ce lo aveva chiaro: la guerra c’era da sempre. Era fatto che non si poteva mettere in discussione. C’era sempre stato un giorno prima della guerra e ci sarebbe stato un giorno dopo la guerra, ma quella, la guerra, sempre in mezzo stava”. Il romanzo si crea proprio nella contrapposizione tra le guerre e la vita quotidiana delle persone comuni che la vedono accadere. Era quello che volevi dire?
Sebastiano è nato in un periodo in cui la guerra faceva parte della vita di tutti i giorni ed era presente in ogni aspetto della quotidianità, anche nelle piccole cose. Sebastiano non conosceva altre realtà: lo studio era subordinato all’esigenza di frequentare la scuola militare; la stampa, anche quella per ragazzi, era strumento di propaganda; la distribuzione di generi alimentari e di beni di prima necessità era regolata dal possesso della tessera annonaria.
Il suo mondo era dominato dall’ideologia del tempo. Lo ricordavano a tutti le parole incise sul palazzo comunale: “Camminare, costruire e, se è necessario, combattere e vincere”.
Il piccolo Sebastiano scrive una buffa lettera a Mussolini, dettata dalla sua giovane età e dalla paura per le sorti del padre lontano. Ti sei ispirata a qualche lettera vera?
Scrivere lettere al duce era abbastanza frequente tra i ragazzi, che a volte, anche se non è il caso di Sebastiano, ricevevano una risposta.
L’educazione della gioventù attraverso la promozione degli ideali di patriottismo e lealtà verso Mussolini era uno degli strumenti di propaganda fascista.
Chi sono i protagonisti di questa storia? Soltanto personaggi di fantasia oppure anche figure storiche?
Se posso rispondere in maniera un po’ ambigua: si tratta di personaggi di fantasia, anche se, in qualche caso, ispirati a persone realmente esistite. Insomma, è una storia immaginata, così come sono di fantasia i luoghi in cui si svolge ma è una storia che trae spunto da avvenimenti realmente accaduti ed è supportata da giornali e documenti degli anni di guerra.
Ti sei dovuta documentare molto per scrivere questo romanzo?
Ho iniziato qualche anno fa consultando la stampa periodica dell’epoca che la Biblioteca di storia moderna e contemporanea e la Biblioteca nazionale centrale di Roma hanno reso disponibili online.
Per le fonti d’archivio, ho avuto modo di visionare la documentazione relativa ai prigionieri di guerra conservata nell’Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito.
Ma sono stati fondamentali: lo studio di Marcella Burderi (Guerra e memoria, testimonianze orali degli Iblei), disponibile online, i testi curati da Vincenzo la Rocca (Luglio 1943 e dintorni, 1993) e da Salvatore Zesaro (Fu così, 2013), il romanzo di Giuseppe Fava La ragazza di Luglio (1993) e i racconti di mio padre che della guerra in Sicilia era stato testimone diretto e me ne parlava spesso con l’ironia che gli era propria.
Pensi che una storia di quei tempi possa servire a illuminare anche i nostri? Oppure ogni epoca ha delle sue dinamiche che non si possono accostare?
Penso che l’umanità sia sempre uguale e, anche se gran parte dei fatti, dei luoghi narrati e dei protagonisti di questo romanzo sono di fantasia, la storia, quella che non si dovrebbe mai ripetere (e invece torna e ritorna), è storia vera.
Come al solito dai una grande attenzione alla scrittura, stai molto attenta alla lingua che usi, come sei arrivata a creare questo tuo impasto di italiano e siciliano?
Sono nata e vissuta a Roma; la Sicilia era un posto lontano dove vivevano i nonni paterni e trascorrevo parte delle vacanze estive dopo lunghi ed estenuanti viaggi in treno che, tra coincidenze, ritardi, traghetto e qualche sciopero, potevano durare anche intere giornate. Arrivavo in un posto molto diverso da quello della periferia romana in cui vivevo. Il dialetto non lo capivo: così i miei nonni mi parlavano in italiano e poi c’erano sempre un’amica o una cugina che fungevano da interprete.
Poi, a un certo punto della vita, devo aver fatto i conti con la mia storia perché tutto quello che prima mi era oscuro è diventato comprensibile ed è nato questo strano impasto linguistico. Forse qui torniamo alla prima domanda che mi hai fatto: quella sulle radici.
E la tua ironia, sottile ma sempre pronta a trasformarsi in umorismo, cos’è? Una caratteristica siciliana?
Credo che anche quella faccia parte del “pacchetto radici”.



