“Vita sommersa” di Tara Menon – traduzione di Clara Nubile (Feltrinelli Gramma)

L'improvvisa immersione in una vita lontana dalla città disorienta la piccola protagonista di questa storia, poi trova un’amica che diventa per lei più di una sorella fino al momento di un tragico episodio.

A volte succedono episodi così sconvolgenti capaci di bloccare la vita di una persona. Un evento avverso, una perdita, un legane che unisce questi eventi, perdita e catastrofe.

Marissa e Arielle sono due amiche che vivono nelle isole Andamane, in Thailandia. Il padre di Marissa è un biologo marino, che, dopo la morte della moglie, decide di cambiare tutto quello che è possibile cambiare. Lascia New York e si trasferisce accanto al mare, per fare ricerca e allontanarsi da ricordi dolorosi. Per Marissa, bambina di soli 6 anni, è un colpo netto di cesura con la vita caotica alla quale era abituata, ai suoi legami fragili ma reali. L’immersione nella natura la disorienta. Poi, come capita ai bambini e alle bambine trova un’amica. Arielle diventa più di una sorella, perché come dice Marissa “le sorelle non si scelgono. Noi ci eravamo scelte.”

La loro vita alterna scuola e osservazione del mondo naturale, immersioni e studio delle mante e delle tartarughe, e confronti con i turisti. La famiglia di Marissa è tutta elettiva. Insieme a lei e al papà c’è Rosie, biologa anche lei, Anurah, ex pescatore, e ora guida subacquea, Matthew, Nik e Katerina. In un posto in cui le distanze fisiche sono azzerate Marissa e Arielle praticamente vivono in simbiosi. Poi quando hanno 15 anni lo tsunami del 26 dicembre 2004 distrugge le loro vite. Marissa si salva, mentre Arielle, forse con una spavalderia giovanile, non scappa quando può, rimane a guardare il muro d’acqua, e viene letteralmente inghiottita. Marissa passa i giorni seguenti a cercare tracce del corpo dell’amica. Ma non la trova. Da quel momento in poi, come capita a molte persone traumatizzate, Marissa si chiude nel “sogno disadattivo”, un termine che i neuropsichiatri usano per indicare la vita alternativa che si sviluppa come reazione al trauma.

Quando ritorna a New York si accorge che niente le importa davvero. Non le relazioni fatte solo di incontri fugaci, sesso masticato e senza seguito, né il lavoro di redattrice per una rivista che illustra con stereotipi mete turistiche di evasione.

Il suo dolore è un bolo che le blocca la gola. Non riesce a spiegarsi, perché le persone alle quali racconta la perdita di Arielle pensano che un’amica si possa dimenticare. Esiste una gerarchia precisa del dolore, un punteggio, secondo il mondo occidentale, dove anche le perdite diventano performance. E quando un dolore ha smesso di essere vicino nel tempo, allora va abbandonato. Esistono leggi dell’amore che dicono chi si deve amare, e come, e quanto. E Marissa è una che trasgredisce a quelle leggi, nessuna cotta per Arielle, e nessun legame di sangue. Eppure, la perdita è presente nelle cicatrici che il suo corpo mostra agli uomini, nella sua vita sommersa e bloccata. Lì dopo 8 anni, non esiste altro che quel momento tragico dell’onda che si abbatte su di loro che si ripresenta, in un loop. Arielle non avrebbe voluto essere lì, è stata Marissa a chiederglielo. E anche per questo non riesce a lasciar andare il macigno che porta dentro, un dolore che le domina le giornate. Per Marissa Arielle è presente, con la sua voce, i suoi desideri, un fantasma che domina il suo presente, la guarda e non la lascia andare.

Quando alla fine di ottobre del 2012, l’uragano Sandy si abbatte su new York, Marissa è costretta a scendere a patti con i demoni e con il desiderio di tornare nell’unico luogo al mondo che considera casa, e dal quale si è volontariamente esiliata. Casa è quel posto dove quando devi andare ti devono far entrare, ma è anche quel posto dal quale se ti allontani ti vengono a cercare. Questo dice Robert Frost. E credo che davvero in ultima analisi sia quello che cerchiamo tutti, tornare a casa dove non c’è bisogno di usare parole per spiegare chi sei e cosa vuoi. Una coperta calda, una tazza di tè fresco con le foglie di menta che galleggiano in superficie. Il modo gentile di chiamarti con il nome che solo chi ti ha conosciuto da piccola può usare. Per Marissa il dolore inizia ad assumere una nuova forma, cronico ma con il quale è possibile convivere.

 

“Sento un pizzicore in gola, e cerco di soffocarlo. So cosa sta per succedere. Deglutisco con forza ma ho la gola secca. Allungo la mano verso il mio bicchiere d’acqua per mandarlo giù, ma quando apro la bocca per bere non riesco a evitarlo. Tossisco.

Il tuo occhio è al centro del mio palmo, mi guarda, le ciglia marroni sono arricciate e bagnate.”

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Marilena Votta

Marilena Votta nasce a Napoli e trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci. Ha pubblicato le raccolte di racconti “Equilibri sospesi”, “La ragazza di miele e altre storie” (Progetto Cultura, 2016) e “Diastema” (Ensemble, 2020), e le raccolte di poesie “Estate” (Progetto Cultura, 2019) e “Quando sono nata ho smesso di essere aria” (Edizioni Progetto Cultura, 2025). Il suo racconto “Fratello maggiore fratello minore” è stato pubblicato nell’antologia “Roma-Tuscolana”. Alcuni suoi racconti sono disponibili su varie riviste on line e cartacee. Nell’ottobre 2021 pubblica il suo primo romanzo, “Stati di desiderio”, con D editore. Del suo rapporto con la scrittura asserisce, convinta, che è il suo posto nel mondo. Scrive recensioni di libri che ama per "Dentro la lampada", la rivista della scuola Genius.

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