Quando la vedrete apparire, Elena Zambelli, il 4 luglio alle 19 nella Sala Giuseppina del Palazzo del Freddo di Giovanni Fassi, a Roma, sono sicuro che alcuni di voi si chiederanno come sia possibile che una ragazza dall’aspetto così garbato possa trasformarsi in una scrittrice noir alle prese con una storia potente come il suo romanzo Il castigo dei prediletti (Dialoghi editore 2026). Del resto anche Agatha Christie a vederla era una tranquilla signora inglese. Non avresti mai detto che aveva collezionato innumerevoli delitti. Il castigo dei prediletti (a proposito, bel titolo, non trovate?) si sviluppa in una storia che coinvolge l’ispettore Lee Gold, la collega Emma Risi e il commissario Gustav Rolmen, in una regione alle porte delle Dolomiti, a Val Peron. Il luogo sarebbe molto bello, se non fosse che è lo scenario di una serie di brutali omicidi. Ma a parte la trama, che contiene tutti gli elementi per essere una perfetta storia gialla thriller, è lo stile di Elena a coinvolgere. Ne ha lette alcune pagine inedite, ogni volta che è venuta in una nostra full immersion di scrittura, sotto gli occhi di colleghi aspiranti autori e scrittori, che l’hanno sempre applaudita con sincerità. Adesso il romanzo è arrivato alla fine ed è disponibile per la lettura di tutti e io che l’ho seguito con cura ve lo consiglio. Se venite alla presentazione potrete acquistarlo direttamente in Sala Giuseppina (visto che vi offriremo gratis un gelato di un gusto ideato appositamente da Andrea Fassi per questo romanzo). E prima di tutto, com’è tradizione, rivolgo all’autrice alcune domande.
Il castigo dei prediletti è il tuo primo romanzo, com’è nata questa narrazione?
In realtà questa narrazione è nata molto prima che iniziassi a scriverla. È nata da una domanda che mi porto dentro da tempo: quanto ci si può avvicinare al male senza restarne contaminati? Da lì è iniziato un percorso fatto di idee, dubbi, pagine riscritte e tanta ricerca interiore. La scrittura è sempre stata presente nella mia vita, ma è stato grazie alla scuola Genius e al lavoro svolto insieme al mio editor che questa storia ha preso davvero forma. Non mi sono limitata a raccontare di delitti: ho cercato di costruire un mondo fatto di persone, fragilità, contraddizioni e zone d’ombra. Anche la mia professione di assicuratrice, che da anni mi porta ad ascoltare le storie degli altri, ha avuto un ruolo importante. Mi ha insegnato che le persone raramente sono ciò che appaiono e che dietro ogni comportamento esiste quasi sempre una motivazione che merita di essere compresa. “Il castigo dei Prediletti” è nato proprio dall’incontro tra questa curiosità verso l’animo umano e il desiderio di trasformarla in una storia noir. Essendo il mio primo romanzo, rappresenta un traguardo importante, ma soprattutto una nuova partenza. E, forse, la cosa più bella è stata proprio il percorso che mi ha portata fin qui.
Cos’è venuto prima, il personaggio di Lee Gold, quello dell’assassino oppure l’intreccio e la trama?
La prima cosa che è nata non è stata la trama. Quella è cresciuta pian piano, facendosi strada da sola, il più delle volte. Tutto è nato dalla domanda di cui parlavo prima. Mi intrigava l’idea di capire fin dove una persona potesse spingersi e quanto fosse sottile il confine tra il bene e il male. Da quella domanda ha preso forma Lee Gold. Avevo bisogno di un personaggio capace di avvicinarsi all’oscurità senza fermarsi alla superficie, qualcuno disposto a mettere in discussione le proprie certezze pur di arrivare alla verità. L’assassino e l’intreccio sono arrivati dopo, quasi come una conseguenza naturale. Una volta individuati i temi che volevo affrontare e il tipo di protagonista che li avrebbe attraversati, la storia ha iniziato a costruirsi intorno a loro.
Che tipo di protagonista è Gold?
Lee Gold è un protagonista profondamente umano. È un uomo preparato, intuitivo e determinato, ma non è l’eroe infallibile che spesso troviamo nei romanzi investigativi.
È una persona che porta con sé le proprie fragilità, un passato che lo ha segnato e una sensibilità che, a volte, rappresenta tanto una risorsa quanto un peso. Quello che mi interessava costruire era un personaggio capace di andare oltre il delitto e oltre l’evidenza. Lee non si accontenta di scoprire chi sia il colpevole: sente il bisogno di capire cosa abbia portato una persona a compiere determinate scelte. È proprio questa sua predisposizione a cercare il lato più profondo e complesso dell’essere umano a renderlo un investigatore così particolare. Ma è anche ciò che lo espone a un rischio: avvicinarsi così tanto all’oscurità e al male da dover continuamente trovare un equilibrio per non lasciarsene assorbire.
Credo che Lee Gold sia, prima di tutto, un uomo che non smette mai di porsi domande. Ed è probabilmente questo il tratto che lo rappresenta di più.
La tua è una storia molto forte, con scene di una certa violenza, è stato difficile scrivere questi passaggi del romanzo?
Per certi aspetti, sì. Non tanto perché fosse difficile immaginare quelle scene, quanto perché ho dovuto compiere una scelta precisa nei confronti del lettore. Alcuni passaggi avrebbero potuto essere ancora più estremi e dettagliati, ma ho preferito fermarmi un passo prima. Non per addolcire la storia, perché il male che racconto è volutamente duro e disturbante, ma perché il mio obiettivo non era impressionare o scioccare. Volevo che il lettore percepisse la violenza, il disagio e la crudeltà di alcuni eventi, senza però esserne sopraffatto. Credo che, a volte, ciò che si intuisce sia persino più potente di ciò che viene mostrato esplicitamente. Ho cercato un equilibrio: essere fedele alla storia e alla sua intensità, ma allo stesso tempo accompagnare il lettore senza trascinarlo in una gratuità che non appartiene al romanzo.
In fondo, Il castigo dei Prediletti non è un libro che mette al centro la violenza, ma le persone, le loro scelte e le conseguenze che ne derivano. Al centro dell’azione ci sono dei contenuti scottanti, che riguardano religiosi, bambini affidati alle loro cure, ma anche l’amicizia, il tradimento e l’amore.
Pensi che un autore quando affronta questi temi vada a pescare nelle proprie paure oppure trasfiguri degli eventi, magari minori, che sono accaduti davvero?
Credo che accadano entrambe le cose. Nessun autore scrive partendo dal nulla, dalla sola immaginazione. Sicuramente si attinge alle proprie paure, alle proprie domande e a tutto ciò che, in qualche modo, ci inquieta. Non significa necessariamente raccontare esperienze vissute in prima persona, ma utilizzare la propria sensibilità per dare forma a qualcosa di universale. Allo stesso tempo, credo che la realtà abbia un ruolo fondamentale. Piccoli episodi, notizie, incontri, situazioni apparentemente insignificanti possono sedimentarsi dentro di noi e, col tempo, trasformarsi in qualcosa di diverso. Nel mio caso non c’è un fatto reale da cui nasce la storia, ma c’è sicuramente un’attenzione costante verso l’essere umano e le sue contraddizioni. Mi affascina il fatto che il confine tra bene e male sia molto più fragile di quanto siamo portati a credere. Forse è proprio questo il lavoro dello scrittore: prendere frammenti di realtà, mescolarli alle proprie emozioni e alle proprie paure e trasformarli in una storia che, pur essendo inventata, riesce a risultare vera.
Hai avuto dei momenti di pausa nella scrittura, hai pensato qualche volta di non riuscire a portare a termine la narrazione?
No, sinceramente mai.
Una volta partita, è stata la storia a trainare me e non il contrario. Avevo sempre voglia di tornare a scrivere, di capire dove mi avrebbero portato i personaggi e cosa sarebbe successo dopo. Questo non significa che sia stato tutto facile. Ci sono stati momenti di confronto, di revisione e di ripensamento, ma mai di blocco o di rinuncia.
Credo che quando una storia trova davvero il suo spazio dentro di te, a un certo punto inizi a vivere di vita propria. Tu ne sei l’autore, certo, ma in qualche modo ne diventi anche il primo lettore. Ed è proprio quello che è successo a me: non ho mai avuto la sensazione di dover trascinare il romanzo fino alla fine, perché era il romanzo stesso a chiedermi di continuare.
È il tipo di libro che tu compreresti? Leggi molti noir? Quali sono i tuoi autori preferiti?
Assolutamente sì. È esattamente il tipo di libro che io stessa sceglierei in libreria.
Ho sempre privilegiato il thriller e il noir, anche se i miei gusti di lettrice sono stati piuttosto eterogenei. Per tanti anni hanno convissuto, apparentemente in modo insolito, Agatha Christie e Stephen King: da una parte il fascino dell’indagine e della costruzione perfetta del mistero, dall’altra la capacità di esplorare le paure più profonde e la complessità dell’animo umano. Oggi continuo ad amare il thriller, ma mi sento particolarmente vicina agli autori italiani. Apprezzo molto, per esempio, Donato Carrisi e Ilaria Tuti, perché riescono a costruire storie coinvolgenti senza rinunciare alla profondità dei personaggi.
Forse, però, il filo conduttore è sempre stato lo stesso: non mi hanno mai attirato soltanto i delitti o il desiderio di scoprire il colpevole, ma le motivazioni che si nascondono dietro le azioni delle persone.
Ho visto che stai partecipando a diversi concorsi letterari per racconti brevi, dopo un romanzo di quattrocento pagine si tratta di un modo per riposarsi?
In realtà no, non lo definirei un modo per riposarmi. Anzi, per certi aspetti la vedo più come una sfida! Dopo un romanzo di quattrocento pagine si potrebbe pensare che scrivere un racconto breve sia più semplice, ma non è affatto così. Cambiano completamente il ritmo, il tempo a disposizione e il modo di costruire una storia. Mi piace partecipare ai concorsi perché mi obbligano a uscire dalla mia zona di comfort, a sperimentare e a misurarmi con una scrittura più essenziale, dove ogni parola deve avere un peso preciso. Inoltre c’è un aspetto che trovo molto stimolante: ogni racconto rappresenta un piccolo laboratorio creativo, uno spazio in cui posso esplorare idee nuove senza affrontare necessariamente il lungo respiro di un romanzo. Più che un riposo, quindi, lo considero un allenamento. Un modo per continuare a crescere come autrice, mantenendo viva la curiosità e il piacere di raccontare storie.
Il romanzo si conclude con l’apertura di una nuova indagine che può coinvolgere i protagonisti della storia, nascerà una serie?
L’idea c’è e devo ammettere che, terminata la scrittura del romanzo, Lee Gold e gli altri personaggi non mi hanno mai davvero abbandonata. La scelta di lasciare aperta una nuova indagine è stata voluta, perché sentivo che il loro percorso non si esauriva con questo libro. Detto questo, non amo fare promesse. Preferisco pensare che siano le storie stesse a indicarmi la strada, un pò come è accaduto con “Il castigo dei Prediletti”. Posso però dire che ci sono ancora molte cose da raccontare, soprattutto perché i protagonisti hanno una profondità che merita di essere ulteriormente esplorata. Quindi sì, l’idea di una serie esiste ed è una possibilità molto concreta. Vedremo dove mi porteranno, ancora una volta, Lee Gold e il mondo che gli ruota attorno.



